Rifondazione mensile di politica e cultura 
Maggio 1998 

FARFALLE E URAGANI

CELLULE COMUNISTE? di Sabina Morandi

Forse esiste davvero "l'anima del mondo". Ce lo  dice, addirittura, la biologia molecolare che trova nei nostri geni le tracce del passato dell'intero pianeta.

C’era una volta una creatura. Come tutte le creature viventi perseguiva due scopi principali: sopravvivere e riprodursi. E, come tutte le creature, doveva riuscire a farlo in un ambiente mutevole, talvolta ostile. Decise - sempre che si possa chiamare decisione un atto intrapreso senza una coscienza - di attuare un metodo molto semplice: differenziarsi il più possibile. Se mi riciclo sotto varie forme - avrà pensato la creatura - sicuramente qualcosa di me riuscirà a sopravvivere. 
Riuscì così a scovare innumerevoli metodi, fra i più disparati. Rimanere single oppure aggregarsi in grandi comunità dove ogni singola parte si sarebbe a sua volta specializzata. E già che c’era, si provò a differenziare ancora tali comunità secondo la loro specifica vocazione: quelle che amano vivere a lungo, rimanere immobili, ben radicate nel terreno a nutrirsi di minerali e luce solare, come i vegetali; quelle che amano andarsene in giro e nutrirsi di altre creature, come gli animali. Oppure certe bestie particolari che suppliscono alle ridotte capacità fisiche con una spiccata vocazione a intervenire sull’ambiente che li circonda, come gli esseri umani.
In quest’ottica, e senza farsi sviare dall’entrata in scena del nostro personaggio preferito - cioè l’umano - tutta la biosfera, cioè tutta l’incredibile varietà degli organismi viventi, sarebbe solo il mezzo con cui una creatura originaria, il DNA ancestrale, è riuscita a sopravvivere. Prova ne è quel quaranta per cento di genoma che condividiamo con l’ultimo verme della terra, all’insegna del principio universale e imperituro che “squadra che vince non si cambia”: quando un dato gene funziona per produrre una data proteina resta quello, nei millenni dei millenni. Per dirla più scientificamente: “Ci si rese conto” - scriveva nel 1992 Maxine Singer, biologo molecolare - “che proteine che svolgono una stessa funzione in organismi diversi hanno anche sequenze amminoacidiche molto simili” e quindi “le conoscenze di cui attualmente disponiamo circa la struttura del Dna e i processi genetici suffragano la teoria di una storia evolutiva comune per tutti gli esseri viventi del nostro pianeta”.
Vecchie favole
C’era una volta una favola, antica quasi quanto la filosofia, traghettata fino a noi dalle più differenti tradizioni culturali, religiose e filosofiche. L’idea che il mondo sia una sorta di “grande animale” dotato di anima arriva dritta dritta dal Timeo di Platone che a sua volta l’aveva tratta dalle antiche cosmologie mistiche di origine orientale. La fertilità, la vitalità e la tendenza all’equilibrio come caratteristiche dell’organismo-mondo attraversano tutto il pensiero greco e fondano la certezza di una corrispondenza fra macrocosmo e microcosmo, certezza che, a sua volta, è alla base delle teorie astrologiche e mediche sopravvissute, nella cultura occidentale, per quasi 1500 anni.
L’anima mundi resiste nel pensiero cristiano, identificandosi talvolta con Dio stesso, talvolta con la creazione concepita in un vincolo di fratellanza universale - come nella religiosità di San Francesco - mentre, nello stesso tempo, permea la tradizione eretica del pensiero magico rinascimentale, le sperimentazioni degli alchimisti e il vitalismo degli organicisti. Alla fine, recitano i libri scolastici, con il trionfo del razionalismo scientifico del XVII secolo, l’anima del mondo si estingue dopo un breve canto del cigno nella filosofia romantica della natura, Schelling valga per tutti. E si sarebbe estinta definitivamente. Ma è davvero così?
Sotto mentite spoglie
In realtà il modello dell’anima mundi appare un concetto tutt’altro che esaurito. Non lo è certamente per tutto quel filone di pensiero che, rifacendosi alla critica della scienza degli ultimi trent’anni, oppone al riduzionismo la teoria della complessità, la scienza dei sistemi che si autoregolano, lo studio delle complesse interazioni eco-logiche.
Nel 1972 Gregory Bateson, lo psichiatra, filosofo, antropologo e quant’altro, che raggiunse la notorietà con il suo Verso un'ecologia della mente, andò a ripescare una variante più raffinata di quel concetto medievale che era stato un po’ troppo romanticizzato dai poeti-filosofi dell’ottocento. L’isomorfismo (dal greco, stessa forma) di matrice medievale diventa una griglia concettuale attraverso cui ridisegnare un’indagine scientifica di tutto rispetto e, nello stesso tempo, su cui fondare la critica al riduzionismo scientifico. Forte di una metodologia interdisciplinare e del postulato dell'isomorfismo fra la struttura della mente e quella della natura, Bateson recupera suggerimenti di Wittgenstein, la teoria dei tipi logici di Russell, la filosofia matematica di Whitehead, le teorie degli insiemi di Carnap e i modelli cibernetici degli anni 50 per fondere il tutto in un'unica "visione". L'isomorfismo gli permette di considerare allo stesso modo un organismo vivente nel suo funzionamento biologico, un sistema culturale o l'individualità di un malato di mente. Abbiamo, secondo Bateson, sempre a che fare con sistemi omeostatici, cioè unità autocorrettive che elaborano informazioni per utilizzarle in una tendenza prevalentemente conservativa. In linea di massima dobbiamo ammettere di avere una conoscenza solo approssimativa di tali sistemi e di essere ancora lontanissimi dalla comprensione dell'interazione fra di essi. Sappiamo cioè poco (e le teorie della psiche ce lo dimostrano) del sistema-uomo, poco del sistema-natura (la tragica prova è nel disastro ecologico) e del sistema-lingua, come ben sanno i linguisti. E questo è dovuto soprattutto al fatto che, sostiene Bateson, le patologiche dicotomie della cultura riduzionista hanno sbarrato il passo alla comprensione di ogni sorta di interazioni.
James Lovelock riprese, nell’'81, le teorie di Bateson per farne una parola d’ordine. Nasce l’idea di definire un concetto, Gaia, per indicare il sistema che regola la vita e l’equilibrio del pianeta. Sebbene Lovelock si affretti a circoscrivere il concetto solo all’ambito scientifico, perché ha una paura più che giustificata di vederlo utilizzato a scopo deterministico (cita, a proposito l’uso sociale che venne fatto di Darwin) l’idea di un pianeta animato era troppo potente e troppo evocativa per non trovare una vasta eco fra ambientalisti ed ecologisti militanti.
Le preoccupazioni di Lovelock non sono peregrine. Ogni qual volta si aggancia l’umano al naturale si possono ottenere effetti estremamente discordanti: riempire di senso etico, di umana pietas il nostro rapporto con la natura oppure, all’opposto, reintrodurre la ferocia dello stato naturale nelle relazioni umane. 
In fondo anche lo scienziato più riduzionista è un isomorfista sotto mentite spoglie: la semplice speranza di poter descrivere i fenomenti naturali attraverso un linguaggio prodotto dalla mente umana è basato su una certa fiducia, per quanto latente, che natura e cervello siano fatti della stessa pasta.
Altro è immaginare il mondo come un unico grande animale di cui noi stessi facciamo parte: idea romantica, foriera di un senso di fratellanza universale e di responsabilità verso tutte le creature - umane e non umane - ma, nello stesso tempo, aperta al riaffermarsi delle teorizzazioni più pessimiste sulla natura umana. Non bisogna dimenticare quanto questa idea abbia permeato e affascinato una certa mistica di destra e quanto, come ricorda lo stesso Lovelock, il determinismo biologico abbia costituito una valida giustificazione dello sfruttamento selvaggio dei “meno adatti” mentre i “più adatti” trovano giustificazione nell’impietosa legge della selezione naturale.
Il gene egoista
Lungi dall’essere superato il determinismo biologico si riaffaccia nell’epoca del boom del Dna. Dopo cinquant’anni di ostracismo parole come eugenetica non fanno più paura: i campi di concentramento sono lontani e ancora più lontana è l’ideologia che li ha preceduti. Ecco perché una teoria come quella di Richard Dawkins, peleontoologo e star del neo-darwinismo, è diventata subito molto popolare.
Parliamoci chiaro, dice Dawkins, la vita tutta è governata dall’egoismo dei geni che pensano solamente a riprodursi e a vincere la battaglia della competizione universale e siccome, come continuamente viene sottolineato dai media, siamo determinati esclusivamente dai geni, le conclusioni sono facili da trarre. Non è un caso che Dawkins professi un darwinismo rozzo, prima maniera, orgogliosamente riduzionista: il ruolo del caso e quello dell’interazione con l’ambiente vengono assolutamente lasciati ai margini di questa lotta per la sopravvivenza del più adatto. E non è un caso che degli scienziati di sinistra e nient’affatto riduzionisti come Stephen Jay Gould e Richard Lewontin lo vedano come il fumo negli occhi. Ma si sa, le teorie semplificanti sono più facili da digerire e da trasformare in slogan di quelle complesse, specie quando si accordano alla perfezione con l’ideologia dominante. In realtà, se proprio vogliamo utilizzare la favola isomorfista, nel campo della biologia molecolare ci sono state scoperte evocative di scenari molto diversi da quello prospettato dal paleontologo autore di Il gene egoista. Scenari di collaborazione e di compartecipazione reciproca.
La cellula altruista
Le cellule sono in realtà tutt’altro che semplici mattoni degli organismi: esse stesse sono dei microscopici organismi forniti di piccoli organi (detti organuli) altamente specializzati nella produzione di energia, per esempio, nella contrazione (come per le cellule muscolari), nella trasmissione di informazione e nella duplicazione del genoma contenuto nel nucleo. Secondo alcune teorie sull’origine delle cellule degli eucarioti (organismi dotati di cellule con un vero e proprio nucleo) la cellula stessa sarebbe una specie di società di mutuo soccorso fra microscopici organismi, alcuni probabilmente parassitari, che poi si sono trovati, come dire, talmente bene fra loro che non si sono più separati.
Gli esempi di simili collaborazioni sono tantissimi. Per il corretto funzionamento della flora intestinale noi utilizziamo il lavoro di un bacillo, Escherichia coli, presente nell’intestino di ogni singolo essere umano in miliardi di individui, più o meno quanti sono gli esseri umani che popolano il pianeta. Se Escherichia coli avesse una coscienza cosa penserebbe dell’ambiente in cui vive? Sarebbe contento di avere un territorio naturale da sfruttare all’infinito o penserebbe magari di abitare un grosso animale dotato di anima?
Quei fossili dentro di noi
Una suggestione affascinante proviene dalle più recenti scoperte sulla struttura dei virus. I virus sono delle creature molto semplici e molto antiche che hanno la particolarità di infilarsi nel genoma di una cellula ospite per utilizzare la sua “macchina” riproduttiva. Un virus intelligente - nel senso evolutivo del termine - impara a essere meno nocivo possibile perché non gli conviene affatto che l’ospite muoia smettendo di fare tutto il lavoro al posto suo. Talvolta, durante questo processo di reciproca assuefazione, si arriva a depotenziare del tutto la pericolosità del virus magari perché l’ospite stesso è andato incontro a un’evoluzione che l’ha profondamente cambiato. I geni del virus restano allora nel genoma semplicemente come tracce, fossili genetici del nostro passato. Esiste un intero gruppo, i virus di tipo C dei mammiferi, che sono specifici dei topi, dei felini e delle scimmie e che sono ormai integrati nel genoma umano. Anche se sono inattivi da millenni questi virus fossili rappresentano una chiara testimonianza, iscritta nel nostro Dna e trasmessa attraverso milioni di anni, di quando eravamo scimmie, felini o topi...
Lungi dall’essere semplicemente dei nemici, con la loro mutevolezza e la loro capacità di rimescolare l’informazione genetica, i virus sono stati anche uno dei motori dell’evoluzione. “Noi siamo oggi portatori” scrive Arnold J. Levine, biologo molecolare della Pricenton University “e trasmettiamo di generazione in generazione, integrate nei nostri cromosomi, vestigia di retrovirus che sono forse in grado di esercitare un continuo effetto sulla selezione e la sopravvivenza della nostra specie”.
Alla faccia dell’autarchia del gene egoista, i virus fossili confermano l’origine comune di tutte le creature - più che una stessa forma addirittura una stessa sostanza - e l’enorme importanza dell’interazione fra organismi, perfino fra quelli più ferocemente in competizione fra di loro come esseri umani e virus patogeni. Come conclude Levine: “Questa particolarissima forma di relazione fra ospite e parassita continuerà a fare degli esseri umani - e di tutte le altre forme di vita sulla Terra - ciò che esse sono oggi e ciò che saranno domani”.
 
Bibliografia
- Gregory Bateson, Verso un'ecologia della mente, Milano, Adelphi, 1972.
- Gregory Bateson, Mente e natura, Milano, Adelphi, 1984.
- James Lovelock, Gaia. Nuove idee nell’ecologia, Torino, Boringhieri, 1981
- Jon Elster, Uva acerba. Versioni Non ortodosse della razionalità, Milano, Feltrinelli, 1989.
- Emilio Garroni, Estetica ed epistemologia, Roma, Bulzoni, 1976.
- William I.Thompson, Ecologia e autonomia (1987) Milano, Feltrinelli, 1988.
- Robert Pollack, I segni della vita. Il significato del DNA, Toorino, Bollati Boringhieri, 1995 
- Arnold J. Levine, Virus, Bologna, Zanichelli, 1994.

 
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