PARTITO DI MASSA
numero 29 - maggio 1999

I PIFFERI DI MONTAGNA

Milziade Caprili
Non c’è alcun dubbio: il risultato del referendum ha contribuito a riaprire una situazione politica ed un dibattito istituzionale che apparivano malamente bloccati. Alcuni pensavano che una partecipazione larghissima al voto referendario e – di conseguenza – una valanga di si avrebbero tra l’altro (o principalmente?) relegato il Partito della Rifondazione Comunista in una sorta di riserva. Faceva un certo effetto il 18 aprile, durante la lunga e surreale trasmissione sul primo canale (quella con i “risultati” Abacus, per intenderci) vedere Walter Veltroni rivolgersi a Bertinotti garantendogli, con qualche sussiego, il diritto di tribuna. No, noi non vogliamo quel diritto ma invece quello democratico di poter avere una rappresentanza parlamentare pari, in proporzione ai voti che otteniamo. Se e quando le donne e gli uomini di questo Paese decideranno di non votarci più, allora e solo allora chiuderemo i battenti. Ci pare francamente segno di una democrazia non solo malata ma addirittura in coma quello di voler imporre per via elettorale, per via di sistema elettorale, la scomparsa o quanto meno il drastico ridimensionamento delle forze antagoniste non riducibili ad uno dei due schieramenti quello di centro sinistra e quello di destra d’altra parte sempre più simili tra loro. Non ci si vuole rendere conto che già i sistemi elettorali operanti nel nostro Paese contribuiscono a disincentivare la partecipazione al voto, a frammentare oltre misura la rappresentanza parlamentare. Anche il fenomeno cresciuto in questi anni che va sotto il nome di assenteismo elettorale ci dovrebbe confortare nel portare avanti una forte iniziativa che tenda a cambiare in senso proporzionalistico gli attuali sistemi elettorali. C’è spazio per mettere in campo, senza timidezze, una grande battaglia per la riforma della politica, per creare luoghi, percorsi di vera partecipazione e per ripristinare un sistema sostanzialmente proporzionale. 
Il voto del 13 giugno per l’Europa, per alcune provincie e per centinaia e centinaia di comuni, può rappresentare anche una irripetibile occasione per segnalare questa volontà, per indicare con forza una strada in contro tendenza. Quel voto può dire che c’è un altro modo per pensare alla società e alla politica: che tutto può anche non coincidere fatalmente con il mercato e che la politica può parlare un linguaggio alto, può mettere al centro della propria agenda il tema della pace nei rapporti tra popoli e all’interno degli stessi Stati e quello del lavoro come nuovo paradigma della modernità di una società. Ce lo meritiamo il voto, il consenso elettorale che chiediamo? Anche per chi conosca limiti e difetti nostri, la risposta non può che essere affermativa. Siamo stati nella maggioranza, nello schieramento che abbiamo contribuito a far vincere con dignità e con responsabilità (per usare un’espressione cara a tanti nostri critici). Abbiamo per tempo avvertito che in assenza di una svolta nelle politiche del governo Prodi, avrebbe prevalso – come in effetti è successo – una deriva di destra. Queste valutazioni non ci hanno impedito di partecipare con programmi concordati al governo di regioni, provincie e città grandi e piccole. Come gli attuali forti contrasti con i Ds e i Popolari, per esempio, non ci hanno impedito di proporre, su programmi concordati, alleanze che altri hanno invece il più delle volte rifiutato. Intendiamoci: ci sarà sicuramente chi potrà giudicare non completamente positivo questo o quel passaggio, queste o quelle scelte da noi compiute. Discutiamone. Ma andiamo al cuore del problema: il 13 giugno molti di “lor signori” andranno a vedere il risultato del Partito della Rifondazione Comunista e se, come ci auguriamo e come speriamo e come ci pare che potrebbe essere, questo risultato dimostrerà di uno scatto in avanti, allora sapranno – anche per via di pratica, matematica dimostrazione – che la vita è più complessa, ha più risorse di un sistema elettorale e che qualche volta può capitare come ai pifferi di montagna di andare per suonare ed invece essere suonati.
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