Primo incontro nazionale su precariato e lavori atipici
Bologna 6 ottobre 2001

Trascrizione a cura di Davide Bubbico (Gruppo Nazionale Inchiesta PRC).
Marco Gelmini (Gruppo Nazionale Inchiesta PRC). Cominceremo quest'incontro con una relazione introduttiva di Vittorio Rieser, alla quale faranno seguito delle comunicazioni, soprattutto a partire dal lavoro che è stato fatto. Nella relazione di Rieser è contenuta una proposta di lavoro sulla quale chiederemo un'adesione, anche rispetto al dibattito che coinvolgerà tutti noi oggi con l'obiettivo di dare vita ad un Coordinamento Nazionale dei Precari.
Vittorio Rieser (Gruppo Inchiesta PRC). Già in occasione della conferenza dei lavoratori e delle lavoratrici a Treviso c'era stato un gruppo di discussione sul tema del lavoro atipico e della precarietà. Da allora ad oggi la situazione è cambiata. Potremmo dire anche dall'inizio dell'estate ad oggi, quando fu convocata la riunione odierna, vedendo le proposte contenute nel Libro Bianco del ministro Maroni, il titolo dell'incontro di oggi su "precariato e lavori atipici" va modificato: se passa quel tipo di linea la precarietà diventerà il lavoro tipico e il lavoro atipico sarà quello stabile. Ancora oggi siamo in una situazione in cui spesso il tentativo del padronato è di allargare pezzo per pezzo, sia la tipologia sia la quantità di lavoro precario, tentando di fare del lavoro precario la norma generale. Nel frattempo sono però cambiate altre cose, come la comparsa di un movimento di lotta e questo è l'altro fattore di cui tenere conto. Credo che la riunione di oggi non debba essere dedicata a discussioni di carattere generale nelle quali ci troveremmo tutti d'accordo, quanto ad affrontare alcuni nodi fondamentali. Uno di tipo generale: se la strada è quella delineata da Maroni ci si prospetta una fase di scontro complessivo sui temi del lavoro in cui la questione della precarietà e della sicurezza e la difesa del posto di lavoro, diventano un problema di carattere generale che non riguarderà più soltanto una fascia di lavoratori. Tanto più che nella situazione di bassa congiuntura la disoccupazione non farà che accentuare questi problemi. Rispetto a questo ci sono alcune esigenze di fondo: che questo scontro sia vero, che abbia in altre parole dei momenti di lotta generale, come la proclamazione di scioperi generali, per sottrarlo ad uno scontro solo parlamentare o al rischio di qualche semplice correzione nelle sedi istituzionali. Secondo nodo: la necessità di un fronte più ampio possibile e questo non è scontato anche tenendo conto della stessa divisione all'interno del mondo sindacale. Abbiamo già visto che per la CISL il libro di Maroni può essere una buona base di discussione diversamente dagli altri sindacati. C'è infine una terza esigenza che riguarda il fatto che questo scontro non finisca per riproporre la difesa dello stato attuale, in altre parole, una situazione in cui la precarietà è estesa pezzettino per pezzettino attraverso accordi sindacali, anche se sul recepimento della direttiva europea sui contratti a termine c'è stato il no della Cgil. Come possiamo noi contribuire a raggiungere questi obiettivi, vedendo anche quali possono essere le proposte pratiche. Anche se oggi la situazione tende a mutare come le condizioni dello scontro, ciò non significa che perdano di importanza esperienze specifiche: locali, aziendali, di lotta e di organizzazione dei lavoratori atipici e precari. Anzi affermerei che acquistano un duplice valore per una doppia ragione. Siamo in una fase di articolazione della lotta, in cui il precariato non è ancora diventato la condizione prevalente e generale, perciò ogni pezzo di terreno strappato, di consolidamento di lavoro precario in lavoro stabile è importante. In secondo luogo, nella prospettiva di uno scontro sociale occorre vedere i precari come protagonisti e quindi interlocutori del movimento operaio nel suo insieme. Il primo passo riguarda dunque come costruire una piattaforma per un movimento generale, il secondo aspetto è di raccontare e analizzare esperienze di lotta autonome all'interno del sindacato e poi di analizzare i risultati di queste esperienze. Ad esempio gli accordi sindacali: da quelli che riescono a stabilizzare a quelli che allargando le maglie contrattuali e che consentono un uso crescente di rapporti di lavoro atipici. Da questi due fili conduttori noi dovremmo far scaturire delle proposte che dovranno essere poi discusse. La proposta è che nasca dalla discussione di oggi, anche se in forma embrionale, un coordinamento agile, che indipendentemente dalle riunioni plenarie a livello nazionale, sia in grado di prendere decisioni, di fare documenti, di proporre iniziative. Una seconda proposta diretta al Partito, al sindacato e al movimento è di porre  all'ordine del giorno la lotta contro la precarizzazione generale dei rapporti di lavoro. Pensiamo anche a quelle che sono alcune delle scadenze di lotta, come lo sciopero dei metalmeccanici del 16 novembre, che può e deve vedere al suo interno le questioni di cui oggi discuteremo. Altra proposta riguarda la sperimentazione organizzativa, ovvero le forme di organizzazione che consentono di sviluppare le lotte dei lavoratori atipici. Ad esempio sul piano del Partito ci sono state ipotesi di costruzione di circoli di lavoratori precari che sono state in buona parte contrastate. Altre esperienze da valutare e sperimentare sono quelle delle "Camere del Lavoro e del Non Lavoro" e/o del "Lavoro Precario", di "NIDIL" o in altre forme sindacali organizzate. L'importante è che si tratta di una linea rigida. Infine occorre pensare alle forme di comunicazione e di collegamento, dal coordinamento che si vuole mettere in piedi passando per il "Bollettino d'inchiesta" e il suo "sito Internet".
Domenico Conte (Giovani Comunisti Bologna). Partirei dall'analisi di alcuni dati che la Regione Emilia Romagna ha pubblicato nei mesi scorsi sulle forze di lavoro presenti nella regione, così come rilevate dai dati ISTAT. Tante volte ci siamo detti dell'enorme problema della flessibilità in entrata e del fatto che oggi la maggior parte delle assunzioni, soprattutto nei nuovi luoghi di lavoro prodotti dalla New Economy, come i call centre, siano di tipo precario. Tuttavia questi dati relativi all'Emilia Romagna sono ancora più significativi. Nel luglio del '99, 273 mila unità su un milione e settecentomila occupati in regione sono lavoratori atipici, pari al 15,3%. Un dato significativo poiché se messe in relazione alla condizione giovanile, questo dato diventa ancora più allarmante. Se a questo aggiungiamo che il 64% dei rapporti di lavoro atipici sono appannaggio delle donne, scopriamo anche un altro elemento, che il fenomeno della precarietà è anche di genere. Non c'è al momento un monitoraggio sui contratti di collaborazione coordinata e continuativa, un tipo di rapporto in forte espansione e se aggiungiamo poi i 272 mila lavoratori al nero, scopriamo che il fenomeno della precarietà è presente in maniera ancora più estesa nel mercato del lavoro in Emilia Romagna. Questo non fa che confermare quello che ci siamo detti più volte, ovvero della necessità di un intervento specifico su un campo dove il lavoro è frammentato e disperso sul territorio. Abbiamo cercato in questi anni attraverso l'uso sociale dell'inchiesta di costruire delle esperienze di lotta che ci hanno visto in molti casi diretti protagonisti, dato che io stesso sono un lavoratore interinale del call centre della Tim di Bologna. La Tim di Bologna è un caso significativo perché riflette bene come i giovani vivono la precarietà, lontani dal desiderio di cambiare lavoro ogni giorno e altre considerazioni simili che le imprese vorrebbe far diventare senso comune. I risultati che vi esporrò riguardano l'analisi di 51 questionari somministrati ad altrettanti lavoratori interinali del call centre Tim di Bologna sui 198 complessivi. Scopriamo anzi tutto che i lavoratori sono giovanissimi, l'età media è, infatti, di 25 anni. C'è un tasso di scolarità particolarmente elevato poiché un 25% sono laureati mentre la restante parte ha un diploma. Si sono rivolti tutti ad un'agenzia interinale perché era l'unico modo per trovare lavoro e solo per il 3% perché il lavoro interinale permette di fare un percorso valido e di arricchire il curriculum. Questo è già un primo elemento che dice che i giovani non sono portati per natura alla precarietà. Emerge una difficoltà nella comunicazione tra lavoratori, perché in un call centre c'è una flessibilità oraria e di turni che non consente di incontrarsi e quindi di discutere delle problematiche del luogo di lavoro. L'80% degli intervistati considera insufficiente la retribuzione.  I lavoratori non vedono prospettive in termini di stabilità, nel senso che sono consapevoli della loro condizione di precarietà e del rischio di instabilità continua, infatti, l'86% accetterebbe l'assunzione a tempo indeterminato. L'ultimo aspetto che vorrei portare all'attenzione è invece quello del sindacato, poiché in un call centre, la sindacalizzazione è difficile - soltanto il 6% dei lavoratori è iscritto al sindacato. Il lavoro interinale merita un'attenzione maggiore da parte del sindacato per quasi tutti gli intervistati. C'è anche una disponibilità alla lotta testimoniata dal successo di un'assemblea retribuita dei lavoratori interinati che hanno approvato degli ordini del giorno che mettevano al centro della piattaforma una stabilizzazione del rapporto di lavoro, a partire dal fatto che alla Tim c'è un utilizzo indiscriminato delle forme di assunzioni precarie. Nel customer service su 600 lavoratori del servizio 119, il 60% sono lavoratori precari, soprattutto se teniamo conto del fatto che la legge prevede il ricorso al lavoro interinale solo per picchi produttivi mentre alla Tim si ne fa un utilizzo strutturale.Un altro elemento è quello delle differenze retributive tra i lavoratori secondo il tipo di assunzione. C'è ad esempio il richiamo al pari trattamento retributivo tra i lavoratori assunti con gli strumenti tradizionali e gli interinali, ma questi sono poi esclusi dalla platea di lavoratori interessati alla contrattazione di secondo livello, nonostante svolgano un ruolo importante come quello di out bound, di fidelizzazione del cliente (offerta di nuove tariffe, informazioni su nuove campagne pubblicitarie). Sappiamo invece che nel caso della OMNITEL per la presenza della FIOM le cose vanno diversamente considerando che su 1.200 dipendenti Tim dei call centre ci sono soltanto due rappresentanti sindacali. In conclusione credo che anche a partire da queste esperienze, l'idea di rilanciare degli interventi nell'ambito del lavoro precario è fondamentale, poiché sia il Partito sia il movimento hanno sottovalutato questo aspetto. Sono d'accordo con la relazione di Rieser a proposito delle necessità organizzative e per questo nell'ambito della Tim la nostra proposta alla federazione di Bologna è stata quella di "autorizzare" la nascita di un circolo tematico sul lavoro precario anche perché finora è mancata una maggiore capacità organizzativa del Partito su questo fronte.
Mirko Lombardi (Consigliere Regionale PRC Lombardia). Una brevissima nota per dirvi che nella scorsa legislatura ci fu una discussione parlamentare abbastanza interessante, tra Senato e Camera, sulla necessità di una legge che regolamentasse il lavoro atipico e che come Rifondazione avevamo criticato, tenendo alto il tiro al Senato. Il testo uscito da questa camera trovò il nostro voto contrario, ma modificammo la nostra posizione, sul piano della disponibilità, alla Camera quando ci accorgemmo che il testo al Senato che per noi era inaccettabile per la dimensione limitatissima dell'inserimento di alcune regole, di alcune possibilità di verifica, trovava il centro sinistra alla camera disponibile a sfondare anche su questi aspetti assolutamente limitati;  per questo anche con una posizione provocatoria dicemmo che eravamo disponibili a quel punto a votare il testo Smuraglia. Poi non si è fatto nulla con una responsabilità precisa del centro sinistra e dei DS in particolare, ancora più grave per la presenza di Salvi come ministro del Lavoro.Ho detto questo perché condividendo il taglio dato da Vittorio Rieser, dico che sulla questione della precarizzazione del mercato del lavoro ci sarà un'accelerazione fortissima. Non ci troveremo altrimenti con il "libro bianco" alla vigilia di una discussione generale sui diritti, non ci troveremo un collegato alla finanziaria che con i suoi tempi ristretti vuole tentare di arrivare subito ad una attuazione pratica di gran parte del disegno che sta nel "libro bianco".E' scandaloso che il Parlamento tratti un problema di così grande importanza con uno strumento come il collegato. A pensarci bene, tuttavia, non lo è perché in realtà è il risultato profondo di una modificazione dei poteri istituzionali, del loro ruolo, perché quando ad una non ancora perfetta elezione del premier (presidenzialismo) si accompagna l'elezione diretta di un programma, quindi di un vincolo che viene dall'elettorato, vuol dire che il governo si propone nei confronti del parlamento con la legittimazione da parte dell'elettorato per incassare in tempi brevi il consenso con cui è stato eletto. Noi dobbiamo dare una risposta, come dice Vittorio, che dia il segno di una battaglia complessiva. Io sono tra quelli che pensa che poi va bene fare anche delle battaglie parziali, ma una battaglia generale va impostata per bene. Noi abbiamo bisogno oggi di una proposta che sia una griglia universale dei diritti dei lavoratori, non solo di quelli atipici, per la costruzione di istanze che vedano coinvolto l'intero movimento dei lavoratori.
Roberto Latella (Camera del Lavoro e del non Lavoro di Roma). Alcuni compagni conosceranno già l'esperienza della Camera del lavoro e del non lavoro anche a seguito delle comunicazioni fatte a Treviso. Oggi tenterò di spiegarvi velocemente il risultato di questa esperienza che ormai è in vita da un anno e mezzo. L'idea è di mettere insieme forme di lavoro precario e disoccupati, cioè quelli che spesso lavorano al nero o che alternano periodi di lavoro a periodi di non lavoro. L'obiettivo, meglio specificato, è di mettere insieme questi soggetti per  far nascere un processo di mutualità e successivamente di costruzione di vertenze. Abbiamo provato a pensare la camera anche come luogo in cui i lavoratori potessero riconoscersi con un'identità collettiva dove i bisogni individuali sono bisogni collettivi e quindi "diritti" da rivendicare. Che cosa facciamo materialmente? Noi siamo partiti con una serie d'attività, da uno sportello giuridico che non fa sola assistenza e che se vogliamo è una specie d'osservatorio sul mercato del lavoro romano, che oltre a dare risposte con avvocati, da questo mese offre dei seminari di "alfabetizzazione sindacale" per i lavoratori precari o per persone che vogliono fare sportelli o che hanno problemi individuali sul luogo di lavoro.Abbiamo poi cominciato a costruire una piattaforma per i collaboratori, per quelli con partita IVA, con collaborazioni sia coordinate sia continuative, provando a tentare una ricomposizione per ora limitata solo a questi soggetti, perché una piattaforma più ampia per il momento è complicata, ma anche perché abbiamo individuato nelle "collaborazioni" il punto più avanzato di una ristrutturazione del mercato del lavoro nella città di Roma. Su questo abbiamo costruito una piattaforma che abbiamo abbinato ad un'inchiesta con questionario. Contemporaneamente abbiamo fatto un'inchiesta dentro l'iniziativa politica (credo che tra un mese saranno disponibili i dati) chiedendo se alcuni degli aspetti della piattaforma erano percepiti come praticabili dentro le forme di lotta dei precari.Da poco ci siamo dati, come Camera, anche una forma associativa, giuridicamente riconosciuta, perciò avremo un tesseramento, senza incompatibilità con chi è iscritto al sindacato e senza differenze tra condizioni lavorative, nel senso che siamo in maggioranza lavoratori precari ma abbiamo anche lavoratori stabili che aderiscono alla camera e che secondo noi sono importanti dal punto di vista della ricomposizione sociale. Abbiamo avuto contatti su iniziative specifiche con il comitato dei lavoratori precari dei Mc Donalds, abbiamo fatto iniziative alla TESIA (?), una società della Telecom con due mila addetti tutti inseriti come collaboratori, anche se il loro rapporto è di fatto alle dipendenze. Anzi c'è da dire che prima che intervenisse l'accordo con il NIDIL questi lavoratori prestavano servizio con partita IVA. Siamo in contatto con loro e con i loro rappresentanti sindacali. Siamo in contatto con i precari dell'aeroporto, con collaboratori stranieri per scuole private ed altre figure specifiche come quelle dei lavoratori delle cooperative sociali. Non riusciamo, invece, a entrare in contatto con gli interinali, in parte perché fino a poco tempo fa il loro numero era limitato e poi perché a Roma quello del lavoro interinale è una forma di lavoro precario ma privilegiato per una serie di certezze retributive e di altro genere, rispetto al resto del precariato. Soltanto da poco abbiamo cominciato a fare qualcosa con i lavoratori interinali della ATAC.Sul modo di intervenire, sulla costruzione delle lotte in tutte queste realtà non è facile trovare delle risposte. Alcune volte c'è l'intervento degli avvocati, altre volte il volantinaggio, altre volte ancora l'articolo sul giornale o la conferenza stampa. Il problema rimane in ogni modo quella della costruzione di vertenze che mettano al riparo dal rischio di licenziamento. Abbiamo pensato allora di mettere in piedi esperienze come quella della "banca del tempo di lotta" dove i lavoratori precari di diverse realtà interagiscono tra loro per darsi solidarietà o come nel caso della lotta alla TESIS dove abbiamo pensato ad una cassa del mutuo soccorso su tutta Roma per far passare l'idea di una battaglia comune. Così nel caso dei lavoratori precari degli aeroporti di Roma per i quali non è prevista la mensa. Sulle "collaborazioni" la battaglia non si può fare sulle assunzioni, che in alcuni casi sarebbero legittime, ma anche sull'estensione delle assicurazioni sanitarie. Stiamo inoltre ragionando di salario minimo per tutti i precari sotto il quale non si può andare. Stiamo ragionando sulla formazione, sulle 150 ore in questo nuovo contesto per i lavoratori precari, o ancora il diritto alla formazione per rimanere qualificati sul mercato del lavoro. Ancora sulla maternità per un assegno serio e sulla sicurezza di poter mantenere il posto di lavoro alla fine di questa e ancora sui diritti sindacali. L'ultimo aspetto riguarda quello che può fare il Partito. Due sono gli aspetti su cui si può lavorare. Per primo cercare di favorire il consolidamento di queste realtà e favorirne il coordinamento; secondo, produrre un coordinamento interno al Partito per uno scambio e un dibattito più ampio.
Mario Iavazzi (Giovani Comunisti Bologna - NIDIL Bologna).  Due parole su quello che già Domenico Conte ha detto a proposito della Tim. La situazione degli interinali non è semplice. C'è un turnover elevato che complica l'organizzazione di questi lavoratori, molti sono part time, una condizione che difficilmente permette di lavorare con orari standard, molti sono studenti e quindi dividono la giornata tra studio e lavoro. A marzo c'è stata l'approvazione unanime in un'assemblea retribuita di una serie di istanze e questo è un segnale importante. Questo era anche il risultato d'altre assemblee precedenti nelle quali si era ottenuto già qualcosa anche se molto piccolo come l'annullamento delle riduzioni delle maggiorazioni sui festivi. Quell'assemblea ha fatto fare un passo indietro all'azienda dato che il rischio di una mobilitazione dei lavoratori l'avrebbe danneggiata. In generale dobbiamo però registrare momenti di grande combattività e altri in cui il livello di coscienza è più basso e quindi la partecipazione alle lotte minore.  Per concludere due parole sul NIDIL. Non credo che avremmo dovuto sostenere la nascita di questo sindacato poiché il rischio era di produrre una frammentazione nella rappresentanza, poiché le nostre parole d'ordine devono essere unitarie e valere per tutti i lavoratori. Tuttavia in questa fase credo che vada utilizzato per contattare questi lavoratori  perché siano sensibilizzati sulle iniziative politiche e sindacali (quelli iscritti al NIDIL a livello nazionale sono 10 mila). Il NIDIL tende ad organizzare anche i co.co.co., che in Italia pare siano cinque milioni e quindi necessitano di un intervento. Nelle vertenze locali è inoltre necessario andare verso un ampliamento dei diritti, soprattutto sulla base di piattaforme che danno esiti positivi. C'è però il rischio che un'apparente estensione dei diritti diventi una "legalizzazione", ovvero un assenso a queste forme d'organizzazione del lavoro. Ecco perché vanno sostenute tutte le forme di mobilitazione dei lavoratori, e soprattutto dal Partito un no sempre più convinto alla flessibilità in generale. Ecco perché dovremmo sostenere il secondo documento della CGIL anche se non soddisfacente in alcuni passaggi che a proposito del lavoro interinale, prevede solo l'anno e mezzo come minimo periodo di impiego o il restringimento alla sola platea dei lavoratori qualificati.
Angelo Patone (PRC Marche). Il mio intervento si limiterà ad illustrarvi le esperienze che stiamo cercando di mettere in piedi nella regione Marche. Già prima dell'estate il PRC aveva promosso un'iniziativa davanti ai Centri per l'Impiego per sondare cosa i disoccupati pensassero dell'introduzione del salario sociale, registrando ovviamente una risposta di grande interesse e di disponibilità a lavorare in questa direzione. Abbiamo ripreso l'iniziativa in queste settimane per arrivare ad una proposta di legge a livello regionale che istituisca il salario sociale di un milione il mese. Adesso stiamo cercando di individuare la fascia, in altre parole tutti i disoccupati dai 18 anni ai 35 anni, e per quelli con oltre 35 anni i disoccupati di lunga durata. Questa fase dovrebbe procedere di pari passo con una serie di delibere comunali in cui i comuni individuano una serie di servizi scontati da offrire ai disoccupati.Come stiamo costruendo la proposta? Abbiamo messo in piedi un gruppo di lavoro che comprende i giovani comunisti ma anche ex diessini usciti all tempo del congresso di Torino e alcuni rappresentanti del movimento anti globalizzazione. Stiamo scrivendo un documento per andare ad una consultazione più larga che coinvolga altre espressioni sociali come i sindacati. Con l'anno nuovo pensiamo di completare la raccolta di firme per formalizzare una legge di iniziativa popolare, convinti che questa iniziativa può avere successo solo se sostenuta da un forte movimento di sostegno. Non credo che in questa sede vada spiegata l'importanza del salario sociale, ma va detto che dietro questa iniziativa c'è l'idea di attuare una ridistribuzione della ricchezza considerando un bilancio regionale di nove mila miliardi. Le risorse potrebbero derivare dall'aumento scaglionato dell'IRPEF, dai 200 milioni in su o dall'IRAP (grandi imprese, banche, assicurazioni, insomma, per coloro che hanno forti rendite finanziarie). Il secondo lavoro che cammina parallelamente al primo e che deve dare un senso alla nostra presenza nella giunta di governo, coprendo l'assessorato del lavoro e della formazione professionale, è quello della realizzazione a carico della regione di un'inchiesta sulle condizioni di lavoro nella regione Marche e cioè uno studio rivolto ad individuare tutti i tipi di lavoro precario che esistono nella regione, compreso il lavoro nero delle piccole aziende che storicamente fanno l'ossatura del nostro sistema economico. Dobbiamo recuperare una contraddizione nel Partito rispetto alla sua partecipazione negli organi di governo locali, perché le amministrazioni stanno diventando elemento centrale in questo processo di precarizzazione del mercato del lavoro (contratti trimestrali, co.co.co., ecc.) che in parte sono state anche subite nel tentativo di superare il problema dei lavori socialmente utili.Sulla formazione siamo interessati a stabilire anche dei rapporti con i giovani che svolgono la formazione professionale perché riteniamo che i corsi di formazione così come sono organizzati e gestiti siano una forma di illusione che non forniscono le professionalità da spendere sul mercato di lavoro a fronte di una spesa nella regione Marche che si aggira sui 130-140 miliardi annui.
Cristina Tajani (Giovani Comunisti Milano). Poche note sul quadro milanese e sullo stato del nostro intervento. I dati ISTAT di luglio indicano un ulteriore aumento del parasubordinato in Lombardia. Solo a Milano i parasubordinati sono il 13% dei lavoratori, contro una media nazionale del 9%. Una ricerca dell' IRES inoltre attesta che solo 1 su 100 di questi è coperto, per l'aspetto normativo, da un contratto collettivo. Mentre non esistono trattamenti minimi per quanto riguarda l'aspetto retributivo. In un quadro simile, con la Postalmarket ormai in completa dismissione e mentre chiude un'altra azienda della new economy (la spagnola LaNetro, i cui dipendenti sono stati licenziati in tronco senza preavviso ed hanno organizzato una protesta ad oltranza) gli Stati Generali della Lombardia hanno siglato il 19 settembre il Patto per la Lombardia. Il Patto, che in qualche modo anticipa molti contenuti del Libro bianco di Maroni, risponde alle esigenze padronali di riforma radicale del mercato del lavoro.  Se fin ora la flessibilità è stata introdotta al margine (le riforme hanno interessato, in tutti i paesi europei con l'unica eccezione della Spagna, le nuove assunzioni ma non hanno toccato gli stock di contratti esistenti) il passaggio successivo è quello di mettere mano agli assetti dell'intero mercato del lavoro, a cominciare dalla contrattazione nazionale. Anche la nostra proposta, a questo punto, dovrà necessariamente articolarsi su una griglia politico-sociale complessiva, in grado di dare risposte in termini di diritti, servizi, condizioni di vita e di salario alle fasce del lavoro, del non lavoro e del precariato. Alla fine, il patto per lo sviluppo 2001-2005, è stato siglato anche dalla CGIL con una singolare spaccatura all'interno della Sinistra sindacale in Camera del Lavoro a Milano (c'è da ricordare che la CGIL milanese si era rifiutata di siglare un analogo Patto per il comune di Milano!). Contrarie dall'inizio delle trattative invece la FIOM, la Camera del Lavoro di Brescia e il Coordinamento rsu lombarde.Il Patto per lo sviluppo di fatto scavalca il consiglio regionale per tutte le questioni più importanti di indirizzo economico e delega a un "tavolo di confronto, periodico e costante", in cui siedono pariteticamente industriali, istituzioni, commercianti e sindacati, di deliberare in materia. Formigoni lo chiama partenariato. In realtà è il superamento in chiave lobbistica della concertazione (che peraltro il "Governatore" ha sempre criticato da destra). Le parti si confrontano come lobbies e deliberano senza bisogno di ratifica alcuna da parte degli organi elettivi, come il consiglio regionale. Tra le finalità del Patto c'è l'attuazione, secondo il principio della sussidiarietà, del federalismo regionale. La nostra esperienza, in un quadro politico e sociale ed economico simile, ci dice di una forte richiesta di "garanzie" da parte dei lavoratori -lo conferma anche il dato del tesseramento sindacale nelle aziende della new economy- che si rivolge disorganicamente al Partito, alle strutture sindacali territoriali, ai Giovani Comunisti. Richiesta che non ha potuto trovare, da parte nostra, un esito organizzativo unico (come le Camere del lavoro e del non lavoro in altre realtà) proprio a causa dell'eterogeneità delle situazioni. L'intervento nel settore delle imprese di pulizia e delle mense, per esempio, ha portato alla costituzione di un circolo che raccoglie i lavoratori (nella grande maggioranza lavoratrici) impiegati nelle cooperative di pulizia di scuole, ospedali, uffici, mense pubbliche e private.  Si tratta di un settore a bassissima sindacalizzazione dove i contratti nazionali e aziendali non vengono rispettati né nella parte retributiva né in quella normativa e dove la richiesta di alfabetizzazione sindacale e dei diritti da parte delle lavoratrici è stata altissima. Ci è dunque sembrato che lo strumento del circolo potesse rispondere all'esigenza di un lavoro politico continuativo e costante in un settore digiuno di esperienze di lotta. Diverso è il caso del call-center dell'OMNITEL dove ai lavoratori (quasi tutti sotto i trent'anni) viene applicato il contratto dei metalmeccanici.  Lo sciopero del 6 luglio, a Milano, ha visto infatti la presenza numerosa di ragazzi, lontani nell'aspetto e nell'esperienza dagli operai dell'Alfa o della Pirelli, alla loro prima esperienza di lotta. Nel mese di Giugno la FIOM ha ottenuto un discreto successo al Customer Care OMNITEL e i delegati, con cui i Giovani Comunisti hanno continuità d'intervento, sono tutti giovanissimi. In conclusione, una riflessione sul rapporto con il movimento per quanto riguarda le questioni del lavoro e del precariato. A me sembra un dato che bisognerebbe saper ben interpretare quello che dice che nessuno dei gruppi di lavoro, in cui il "neonato" Milano Social Forum si è diviso, affronta direttamente le questioni del lavoro. Abbiamo gruppi sul consumo critico, forme di rappresentanza, guerra & pace, addirittura un gruppo sul reddito di cittadinanza, ma nessuno, per esempio sul precariato. Eppure tanti dei giovani e dei meno giovani aderenti al MSF vivono una condizione di instabilità lavorativa, sono delegati sindacali o hanno sentito di dover scendere in piazza coi metalmeccanici il 6 luglio. Si tratta, a mio parere, di un nodo problematico che non deve rappresentare per noi un problema. Dobbiamo saper fare un salto in avanti nell'analisi della composizione e dell'identità di classe.  Trovare forme nuove e adeguate per introdurre il nodo del lavoro nell' agenda del movimento, leggendo bene i segnali che da questo sono venuti, per esempio, sulla vertenza dei metalmeccanici.
Gigi Malbarba (Senatore PRC). Credo che affrontare la questione dei diritti del lavoro in questa fase sia veramente una sfida, che difficilmente possiamo evitare, perché si tratta del paradigma della condizione generale di questa globalizzazione. Già è stato indicato il contenuto del libro bianco, o nero come sarebbe più esatto dire, di Maroni, e per questo non mi ci soffermo. Basterebbe semplicemente leggere titoli come "part time elastico", "contratti a progetto", "lavoro a chiamata" fino ad arrivare alla formulazione del contratto individuale, stabilità contro disponibilità all'abbassamento del salario e dei diritti, per capirne gli obiettivi. Se aggiungiamo a questo pacchetto anche l'iniziativa che ha modificato la legge sull'immigrazione stiamo parlando di qualcosa, mi riferisco ai contratti di soggiorno, che ha come obiettivo di scardinare ancora di più il mondo del lavoro. Un problema che poi interviene sui diritti di cittadinanza. Il centro destra opera l'azione di sfondamento rispetto a un varco già aperto dal centro sinistra nella passata legislatura. C'è un ritardo generale nel movimento dei lavoratori in tutte le sue espressioni anche nei settori critici e c'è bisogno di lavorare sul movimento per una svolta rispetto ai temi della precarizzazione del lavoro. Credo che anche la nascita dei circoli tematici sia utile per evidenziare all'interno del Partito questo tipo di lavoro. Il fatto che ci sia un ritardo del movimento e di quello dei lavoratori è un fatto che deve preoccuparci ma non troppo perché ci sono state già delle iniziative sul terreno europeo di riorganizzazione sui temi del precariato e della disoccupazione, a partire proprio dall'esperienza di Amsterdam e di Colonia. Nella piattaforma della rete delle marce europee c'è già la griglia dei diritti universali del lavoro. La stessa carta dei diritti di Nizza non ci va bene, e poiché deve essere ancora definita, essa chiama in causa la soggettività diretta dei precari e disoccupati. Bruxelles dove ci sarà una riunione il 27 di ottobre diventa allora un appuntamento importante. Come Partito della Rifondazione Comunista abbiamo portato la nostra proposta di salario sociale insieme a una serie di altri elementi. La nostra proposta di legge sul salario sociale parla dei maggiorenni però sulla formazione professionale dovremmo pensare a qualcosa di specifico per chi frequenta dei corsi di formazione anche prima dei 18 anni e che rischia di vivere un primo momento di precarizzazione. Non è possibile che si combini la formazione con l'avvio ad un lavoro precario. Una sorta di presalario in vista di un'occupazione con salario pieno.A proposito dei rapporti con il movimento la questione del lavoro non è emersa spontaneamente all'interno del movimento, si è visto anche a Genova quando il tema è stato affrontato solo dopo una precisa indicazione (si era pensato anche a una piazza tematica). E' un aspetto importante perché molti dei giovani che partecipano al movimento vivono la condizione del precariato cui non corrisponde una sua identità nel movimento. Farne un momento di coscienza., farla emergere è dunque importante. Ecco perché è necessario che nei forum locali ci siano delle commissioni che si occupano del lavoro precario o dei temi del lavoro in generale.
Aurelio Macciò (Responsabile Lavoro PRC-Genova). Io cercherò di rispondere alle cose indicate da Rieser a proposito di piattaforme, organizzazione, ecc.. Credo che questo del lavoro è un terreno centrale che serve anche a far prendere coscienza al corpo del Partito. Sulla piattaforma io credo che una serie di cose ci sono già nel nostro programma elettorale. Penso all'abolizione dei contratti di formazione e lavoro, alle questioni riferite al part-time, un numero minimo di ore sotto il quale non può aversi questo tipo di contratto, l'impossibilità di deroghe rispetto ad accordi sindacali nazionali o locali, ecc.. Tra l'altro l'abolizione dei contratti di formazione non è legato solo alla questione della precarietà ma anche al fatto che c'è poca formazione e molto lavoro. E' chiaro che come diceva Mirko Lombardi oggi dobbiamo fare un ragionamento complessivo rispetto a una griglia universale di diritti dei lavoratori. Credo invece che in termini generali di organizzazione, l'esperienza delle camere del lavoro e del non lavoro sia assolutamente preziosa. Anzi la cosa che diceva Latella sull'idea del tesseramento è una forma di stabilizzazione della struttura. Noi dovremmo lavorare molto anche nell'investire il sindacato, a partire dai nostri compagni che a tutti i livelli intervengono dentro le organizzazioni sindacali. Lo dico perché il sindacato ha assecondato i processi di flessibilità e di introduzione della riforma del mercato del lavoro e sta segando l'albero sul quale è seduto. Un esempio ci viene dalla sanità, in cui la linea di tendenza è di privatizzare o appaltare, dividere l'alberghiero dal sanitario, ma laddove sano passati questi progetti la fase successiva è oggi quella di trovare un momento di unità tra le diverse categorie. Penso ad esempio ai lavoratori part time della ristorazione nella sanità. Infine sul Partito credo che c'è un problema che interessa gli enti locali, ovvero le capacità di intervento delle regioni. A Genova abbiamo avuto l'esperienza dei LSU che qualcosa ha significato sul piano dell'organizzazione dei lavoratori. E' dunque urgente un rapporto con il dipartimento nazionale enti locali. Sulle forme organizzative sarebbe interessante mettere insieme i giovani comunisti con le commissioni lavoro, mentre se si fa un circolo di lavoro tematico bisogna stare attenti che non diventi una ghettizzazione rispetto alla necessità di una riunificazione del mondo del lavoro di tutti i settori.
Patrizia Granchelli (lavoratrice delle poste - CUB Milano).  Prima di incominciare l'analisi dell'involuzione nel mondo del lavoro in Posta è opportuno fare due riflessioni: 1) il lavoro non è precario (soprattutto nei settori che fanno uso di precariato). Ad essere precario è il lavoratore. 2) Il ricorso al precariato è frutto della politica concertativa e della degenerazione del ruolo del sindacato.La figura del lavoratore precario in Posta è sempre esistita, quindi non viene introdotta col passaggio di essa da pubblico a privato.Le Poste da circa 15 anni fanno uso del turn over, alla carenza di organico che man mano diventa sostanziale e strutturale hanno risposto con l'assunzione di lavoratori a tempo determinato (art. 3).Questi contratti a termine le Poste continuano a farli fino al 96, anno in cui si compie il passaggio ad EPE (ente pubblico economico). Il periodo che va dal 94 al 96 è quello che segna questo passaggio. Nel 94 noi della CUB presentiamo i primi ricorsi in pretura vincendoli. Questi ricorsi vertono su un cavillo legale: le Poste non si attengono alla normativa giuridica che disciplina, in materia, i contratti a tempo determinato.Il 13 ottobre del 2000 avviene qualcosa di inaudito, la Corte Costituzionale con la sentenza 419, si pronuncia contro 657 lavoratori (ormai a tempo indeterminato) assunti (in seguito a ricorso o a DL 510) nel periodo che va dal 96 al 98 cioè il periodo che segna il passaggio da EPE a SPA.La lotta per bloccare i licenziamenti vede il sindacalismo di base, i compagni del Circolo delle Poste e i giovani comunisti schierati in prima linea al fianco di questi lavoratori.Su tutti i posti di lavoro vengono indette assemblee sotto un cartello unitario di sigle sindacali e si giunge alla proclamazione dello sciopero del 27 novembre al quale la CGIL non aderisce.Nel periodo natalizio Cobas e Rifondazione hanno gestito una tenda in una piazza del centro per dare visibilità alla lotta dei lavoratori che rischiavano il licenziamento.Dopo questo breve ma necessario excursus è opportuno definire la figura del precario nell'azienda poste: età compresa tra i 22 e i 45 anni, titolo di studio dalla licenza media inferiore alla laurea, origine prevalentemente meridionale; sesso: 50% donne, 50% uomini.Ma soprattutto il precario è una persona alla quale è stata tolta non solo la possibilità di progettare la propria vita, ma soprattutto la possibilità di PENSARE di progettare la propria vita, cioè è una persona alla quale è stato RUBATO il sogno della realizzazione di se stesso; infatti non trovando un lavoro stabile egli è costretto ad accettare ogni forma di precarietà pur di SOPRAVVIVERE.Noi Cobas da anni conduciamo con i precari e per i precari battaglie legali che ci hanno visti vincitori in tutte le preture dove abbiamo presentato ricorsi.La battaglia giuridica viaggia in parallelo con il messaggio politico cioè la rivendicazione per tutte e tutti del diritto al lavoro; diritto che conquistiamo, a fronte della sordità dell'azienda, in tribunale, senza sotterfugi, senza ricorrere alle politiche clientelari proprie dell'universo Poste.Oltre a queste figure "storiche" del precariato si affacciano, a causa del nuovo contratto, nuove forme di precariato: PART TIME e APPRENDISTATO.A questi si affiancano i precari creati dall'esternalizzazione di alcuni servizi come quello dei pacchi.L'esternalizzazione del servizio pacchi è passata dall'acquisizione della SDA e di alcune quote della Bartolini; a queste è stata affidata la raccolta e la distribuzione dei pacchi. SDA e Bartolini affidano il servizio a padroncini che a loro volta subappaltano (quasi sempre a peruviani).Questi ultimi sono lavoratori senza alcun diritto: il loro guadagno (non salario) è commisurato al lavoro fatto, per essi non esistono ferie, non possono ammalarsi, e soprattutto non esistono orari.D'altronde c'era da aspettarselo, nel momento in cui è stata decisa la privatizzazione delle Poste è stato deciso conseguentemente di immettere il lavoro dei postali sul mercato e quindi il costo del lavoro, i diritti dei lavoratori e i lavoratori stessi e non c'è golden share che tenga.Il senso di precarietà che si vive in Posta è enorme, pian piano scompaiono figure professionali e mentre da una parte aumentano i carichi di lavoro e i profitti aziendali, all'altra vengono dichiarati 9000 esuberi a fronte dei quali vengono erogate centinaia di ore di straordinario e l'assunzione di lavoratori a tempo determinato, l'azienda ha già comunicato l'assunzione di 4300 precari nel periodo ottobre 2001 giugno 2002.Oggi più che mai la presenza di noi comunisti è oltremodo importante per poter contrastare i piani nefasti dell'azienda e difendere i diritti di tutti i lavoratori e soprattutto di quelli che sono più ricattabili, più indifesi, cioè i precari.
Marco Veruggio (Camera del lavoro e del non lavoro di Genova). Credo sia doveroso fare un preambolo che riguarda la definizione dell'oggetto che stiamo trattando, perché, quando si parla di precariato, si tende spesso - più o meno consapevolmente, a centrare il discorso sui cosiddetti "nuovi lavori" e così facendo ci si dimentica che esiste un precariato concentrato nei più tradizionali settori lavorativi, dalle grandi fabbriche al pubblico impiego. A Genova abbiamo una situazione significativa, quella della Fincantieri, dove ormai il numero dei dipendenti regolari sta per essere superato da quello dei dipendenti delle ditte in subappalto, così come per quanto riguarda la Camera del Lavoro Precario abbiamo avuto le esperienze significative con precari impiegati presso gli enti locali.Venendo al dunque credo che l'attacco condotto da Berlusconi/Maroni ai lavoratori, di cui il "Libro Bianco" rappresenta soltanto un capitolo e che prosegue l'offensiva iniziata con i governi di Centro sinistra, rappresenti una notevole occasione per cercare di mettere mano all'organizzazione dei precari. Da questo punto di vista dev'essere chiaro che un'iniziativa esclusivamente locale è assolutamente inefficace. L'esplosione del movimento antiglobalizzazione ci ha dimostrato come sia necessaria un'organizzazione internazionale. Noi dobbiamo puntare al più presto a costruire una forma di coordinamento nazionale delle realtà che si occupano di precariato. Coi compagni della Camera di Roma ci abbiamo già provato: qualche mese fa si era organizzata una riunione nazionale con altre due strutture, Terni e Firenze, che aveva deciso di lanciare un appello nazionale per la costruzione di strutture simile alle nostre, ipotizzando poi un'assemblea nazionale autoconvocata di tutte le realtà che avessero risposto. Questo tentativo è naufragato anche per motivi di differenziazione politica tra le strutture e anche questo dovrebbe stimolarci a cercare di realizzare un coordinamento inizialmente almeno tra i compagni del PRC che lavorano in questo settore. Ce ne sono parecchi. Il problema è metterli in contatto e socializzare le esperienze che vengono portate avanti.Infine credo che la questione vada affrontata in termini non solo organizzativi ma politici: quale articolazione programmatica dare a una battaglia contro la flessibilità? Credo che alcune vecchie rivendicazioni quali il salario sociale, la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario e senza flessibilità, un salario minimo intercategoriale e l'abolizione del pacchetto Treu siano un buon punto di partenza. Ovviamente ciò richiede anche una riflessione e un bilancio sulle scelte compiute negli ultimi anni da Rifondazione Comunista: già i compagni di Roma ricordavano il massiccio utilizzo del precariato in molti enti locali, tra cui anche quelli amministrati dai nostri compagni. A questo aggiungo proprio il pacchetto Treu, che il Partito contribuì a far decollare coi suoi voti e con l'appoggio al Governo che lo fece approvare. Credo che siano errori nati da una linea politica sbagliata e da evitare in futuro.
Riccardo Faranda (Camera del lavoro e del non lavoro di Roma). Sposo in pieno e con entusiasmo l'idea della griglia universale dei diritti di cui parlava Mirko, con lo stesso entusiasmo con cui criticavo la proposta di legge Smuraglia. I motivi erano quelli che spiegava il compagno di Bologna, ovvero di un'ulteriore frammentazione del mondo del lavoro. La griglia universale è importante non solo come segnale di controtendenza, ma è anche l'unico modo possibile per risolvere in maniera organica tutto quello che riguarda il lavoro atipico e il precariato. A livello legislativo si rischia di intervenire sullo specifico producendo l'effetto perverso, che noi non sottraiamo lavoratori al precariato ma sottraiamo solo figure giuridiche. Un esempio riguarda la legge sulle cooperative, quell'entrata in vigore ad aprile. Si tratta di un'ottima legge, se noi guardiamo alla condizione lavorativa del socio lavoratore dipendente, perché finalmente si stabilisce che il socio-lavoratore non può avere un trattamento inferiore a quello dei lavoratori dipendenti previsti così come previsto dal contratto nazionale del settore. E' una condizione maggiormente tutela rispetto ai lavoratori dipendenti, che non sono soci lavorativi perché la contrattazione collettiva non è prevista per legge come obbligo di garanzia ma lo è in questa legge. Il problema è che la stessa legge prevede che al rapporto associativo può affiancarsi o la dipendenza o il rapporto di prestazione coordinata e continuativa, quella che finisce per diventare poi prevalente. Se la griglia universale dei diritti serve per una avanzamento complessivo e generale, l'altra gamba sulla quale marciare è quella della griglia dei conflitti, uso il plurale e l'espressione griglia perché l'arcipelago degli atipici è talmente frastagliato che non si può pensare di organizzare sindacalmente, creare iniziativa, conflitto e produrre organizzazione con schemi che sono tipici di un'altra organizzazione e lavoro. L'altro aspetto è quello dei diritti sindacali perché come la Smuraglia è stata insabbiata per la quarta legislatura di seguito, quella sulla rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro non si sa che fine abbia fatto. Cominciare a ragionare su come inserire all'interno delle RSU anche i lavoratori atipici, rispetto a quelle che sono le rappresentanze tradizionali, sapendo che c'è una fetta enorme di lavori atipici che non sono in grado di agganciarsi ad una rappresentanza sindacale aziendale. Ci sono situazioni lavorative diverse per lo stesso tipo di prestazioni. E' stato fatto il caso degli interinali del call centre TIM di Bologna che a Roma sono impiegati con le co.co.co. Non si tratta di un problema da poco dal punto di vista dei diritti sindacali come ad esempio sul diritto di assemblea. Anche la definizione di atipico inizia a diventare problematica, perché atipico e precario non sempre coincidono.  Il lavoro nero di Roma è una realtà che ad esempio non è classificabile nel lavoro atipico. C'è poi il precariato stabile, i lavoratori stagionali che sono lì da dieci anni, o quelli delle poste che esistono da vent'anni.Il contratto a termine è utilizzato ormai in maniera diversa rispetto alla forma originaria del 1962, non è più l'eccezione ma la regola. Se noi facciamo questo ragionamento sul contratto a termine dobbiamo riuscire a cogliere l'anello di congiunzione con quelli a tempo indeterminato. L'inchiesta di Fiumicino ha dato un dato di importanza fondamentale che conferma il senso di insicurezza anche da parte dei lavoratori stabili. Il loro non è un problema di solidarietà con gli atipici ma si vedono interessati a processi di precarizzazione che li stanno portando in quella direzione (terziarizzazioni) laddove l'occupazione che si crea con i lavoratori atipici è sostitutiva e non aggiuntiva. La trasversalità di questa tematica dall'interno della società non può che riflettersi nel Partito. Non so se sia giusto avere circoli tematici ma probabilmente si tratta di intrecciare più esperienze sul territorio.
Daniele Orsini (LSU Massa Carrara). La provincia di Massa ha tassi di disoccupazione simili all'Italia meridionale e tra le province toscane è l'unica ad avere trend negativi. Noi LSU siamo impiegati tutti o quasi nelle pubbliche amministrazioni e per questo tocchiamo con mano non solo quella che è la nostra problematica ma anche quella degli atipici e ci accorgiamo che tutti questi strumenti hanno come obiettivo di precarizzare il lavoro e di esternalizzare servizi. All'inizio abbiamo dovuto combattere, per una certa intolleranza, non solo dalla gente - un inciso, l'INPS ci corrisponde i soldi con la dizione "sussidio di disoccupazione" quando la legge parla di "retribuzione per prestazioni di lavori socialmente utili" - l'idea di prendere 800 mila lire senza fare niente, le tesse amministrazioni ci definivano lavoratori socialmente inutili perché l'idea base era di esistere in quanto semplici fruitori di un sussidio. La prima iniziativa assunta a livello di coordinamento provinciale è stata quella di far cambiare quest'idea, di far capire alla gente che noi coprivamo dei servizi che l'amministrazione aveva lasciato insoddisfatti per mancato rinnovo di piante organiche o altri motivi. In una fase successiva l'amministrazione ha cercato di metterci in contrapposizione con i lavoratori atipici presenti nelle amministrazioni. A questo punto abbiamo cercato di mettere in atto qualcosa che rompesse questo circolo vizioso. Due direttrici: 1. Allargare il movimento LSU in qualcosa di più ampio, una piattaforma (salario minimo) da allargare ad altre componenti; 2. Supportare una vertenza non più di resistenza ma propositiva e aprendo anche una sezione provinciale del Sin Cobas, non solo per darci forme di patronato in generale ma anche di indirizzo politico.
Fabio Bonanni (Camera del lavoro e del non Lavoro di Genova). Voglio intervenire solo per dire di essere passato da tutte le esperienze del lavoro precario, dalle collaborazioni occasionali a quelle coordinate e continuative, fino ai lavori socialmente utili presso il comune di Genova. A questo proposito voglio dire che in seguito alla battaglia fatta a Genova, partita dalla Camera del lavoro e del non lavoro e con  l'appoggio di Rifondazione Comunista e dei delegati sindacali delle RdB di Genova si è ottenuto la stabilizzazione dei lavoratori socialmente utili che si completerà entro gennaio dell'anno prossimo. Questo è avvenuto in un modo non ottimale, nel senso che si è andati verso la stabilizzazione di un contratto a tempo indeterminato di tipo part-time, quindi ci sono dipendenti pubblici che guadagnano 940 mila lire il mese.
Maurizio Fabri (Consigliere Provinciale PRC-Roma). Sono d'accordo sull'impostazione data da Vittorio alla discussione anche perché si lega con il lavoro d'inchiesta e sono poi d'accordo sul ragionamento inerente alla griglia universale dei diritti. Quando Aurelio però prima accennava all'Europa, il dato vero è che noi dobbiamo mettere mano alla parte invisibile dell'occupazione (l'Italia è il paese che ha il più alto tasso di lavoro nero in Europa) che spiega anche perché in Italia ci sia una percentuale di lavoro precario inferiore al resto dei paesi europei.Personalmente seguo questo tema per conto della Federazione e poi facendo da due anni il consigliere provinciale sono impegnato in tutta la vicenda della riforma del collocamento. Se continuiamo a ragionare di alcune cose, dobbiamo sapere che da Roma in giù la realtà del collocamento e penosa. La quantità di lavoro avviata dal collocamento in provincia di Roma è solo dell'1,5%. Il collocamento di Roma deve fare per il 2002, come tutti i collocamenti, l'anagrafe. Come sarà fatta l'anagrafe? Sono arrivati 6,9 miliardi dall'Europa alla regione Lazio e si è stipulato un bel contratto con Italia Lavoro, che fa il call centre, dove lavorano i precari che devono contattare i disoccupati, il lavoro che dovrebbe fare il collocamento pubblico. Ma l'altra cosa più bella è che non lo fanno nei locali della provincia ma prendono in affitto dei locali dai privati. Il disoccupato (600 mila iscritti tra Roma e provincia) telefona al call centre per prendere un appuntamento con una persona di Italia Lavoro che gli somministrerà un questionario e nel 2002 avremo il quadro di riferimento rispetto a questi 600 mila per il 90% lavoratori precari.Il secondo elemento è che questo 1,5% ha il problema grosso che i privati ricorrono per la maggior parte all'interinale e così il settore pubblico. Credo che sia necessario lavorare ad una piattaforma tra Gruppo Inchiesta, Dipartimento Enti Locali e Dipartimento Lavoro e Stato Sociale e individuare una campagna i carattere politico che dica ai nostri compagni che cosa fare per costruire  vertenze come nel caso degli enti locali che dovrebbero assumere attraverso il collocamento.Un'esperienza interessante è quella che viene da Brescia dove nei capitolati di appalto del comune ci deve essere la garanzia che se c'è del lavoro nero s'interrompe il rapporto fra il comune e la ditta vincitrice dell'appalto. Questo è il lavoro istituzionale attraverso un meccanismo di partecipazione. Avere un dato di inchiesta sul lavoro nero, denunciando lo scarso lavoro degli ispettorati del lavoro è un altro passaggio. Dobbiamo, insomma, mettere in piedi una proposta di iniziativa popolare che costruisca un meccanismo di controllo sull'operato degli enti pubblici in materia di assunzioni.
Giuliano Marinelli (Federazione Provinciale PRC Torino). La federazione di Torino ha deciso di realizzare un'iniziativa d'indagine sul mondo del lavoro precario ed atipico.E' un campo su cui vi sono già stati tentativi d'azione politica ma non hanno dato risultati apprezzabili.Questo modello di occupazione si va però estendendo costantemente, non può quindi essere ignorato o messo in secondo piano, occorre invece un impegno straordinario per entrare in contatto con questi lavoratori.Per ora le circostanze hanno consentito un primo incontro tra partito ed una particolare categoria di precariato cioè gli occupati in lavori socialmente utili (Lsu).Tenteremo di costruire un'iniziativa coordinata per sostenere la richiesta d'assunzione stabile per questi lavoratori, assunzione che trova sempre ostacoli e obiezioni da parte degli enti pubblici in cui operano.Durante questi primi incontri si è potuto verificare qual è l'opinione diffusa negli ambienti di lavoro verso i Lsu. Sono considerati degli "assistiti" cui affidare mansioni superflue. Essi poi vivono la loro condizione in modo frustrante e passivo, l'unica reale aspettativa è un'assunzione definitiva nell'ente pubblico.Questa situazione si riflette anche nei nostri compagni che hanno ruoli nelle amministrazioni o responsabilità nei circoli la cui opinione non si differenzia molto da quella comune.Probabilmente la situazione torinese, che vede i Lsu costituire una nicchia non numerosa, non organizzata, non conflittuale, porta a considerare il problema come residuale e da risolvere con interventi deboli e di circostanza, attendendone l'esaurimento spontaneo e quindi a non dedicandovi una particolare attenzione.A mio giudizio è un atteggiamento sbagliato che impedisce di cogliere gli aspetti complessivi, di costruire aggregazione e iniziativa, che contribuisce ad isolare fasce di lavoratori anziché rompere la logica della separazione ed individualizzazione.Occorre poi aver presente che un sistema di mercato del lavoro selettivo, com'è quello di oggi, si creeranno fasce di esclusione anche in presenza di una domanda sostenuta. Un partito che rivendica la solidarietà deve indicare proposte e che non siano ghettizzanti.Sul lavoro precario nel campo privato credo che si deve analizzare contemporaneamente la trasformazione dei modelli d'assunzione con quello delle strutture delle imprese.La considerazione di partenza è che l'impresa a rete o esternalizzata, per poter realizzare gli obiettivi di migliore efficienza rispetto a quella a ciclo integrato, per cui è stata pensata, deve utilizzare forza lavoro flessibile cioè direttamente quantificata e qualificata sui flussi produttivi.Quindi, praticamente, è l'outsourcing che produce l'assoluta necessità della flessibilità, ovvero la precarietà.La stabilizzazione della continuità di lavoro, e soprattutto di reddito, desiderata fortemente da tutti lavoratori, deve scontrarsi con una gestione aziendale che la respinge: occorre allora riesaminare criticamente le politiche, anche sindacali, che hanno accettato i processi di esternalizzazione senza accompagnarli da regole adeguate, per evitare ai lavoratori i rischi del nuovo sistema.Altra possibilità è un'indagine approfondita per capire, e denunciare, se effettivamente il nuovo modello d'impresa è più produttivo, più dinamico, più competitivo ed efficiente o se invece il suo vantaggio è solo quello di un abbassamento dei costi ottenuto con il maggiore sfruttamento, minori garanzie (anche di sicurezza) consentito dalla condizione di precarietà. In questo caso si può semplificare dicendo che il lavoro meno pagato cancella quello più pagato: se è così allora si deve rendere più rigida, selettiva e garantista la legge sulle esternalizzazioni.Su questa necessità oggettiva si sovrappone il progetto politico delle destre e della Confindustria, teso a ridurre drasticamente il ruolo dei sindacati e il potere contrattuale collettivo delle categorie, nonchè, per riflesso, l'influenza elettorale che le confederazioni sindacali sono in grado di esercitare.Credo che questi due processi hanno prodotto i contratti cosiddetti "atipici" e la campagna politica per togliere i vincoli sulla libertà di licenziare.Per ora manca una risposta adeguata. Il centro sinistra non la può dare perché ritiene che l'occupazione può essere favorita solo con provvedimenti compatibili al sistema (cioè la flessibilità).Per Rifondazione e le organizzazioni sindacali di base invece il problema è riuscire a trovare proposte e strumenti per aggregare i nuovi lavoratori precari, il nucleo forte di queste due aree sociali sembrano essere ancora i tradizionali, con cui in sostanza si sostiene una lotta difensiva.I cambiamenti strutturali delle imprese creano un apparato chiamato a gestire la domanda e offerta di lavoro. L'ufficio di collocamento classico non può assolutamente rispondere alle necessità, anche perché, volutamente, non lo si è adeguato.In Piemonte il sistema è costituito da una struttura integrata tra pubblico e privato, ognuno con funzioni diverse che intervenendo nel campo del collocamento, rendono possibile l'incontro tra richieste delle imprese e disponibilità di occupazione.Nella regione operano:L'Agenzia Piemonte Lavoro,  ufficio pubblico col compito di analizzare il mercato del lavoro, presiedere all'indirizzo della formazione professionale, programmare iniziative che incrementino l'occupazione; i centri per l'impiego, che sostituiscono gli uffici di collocamento; le agenzie interinali; le associazioni degli imprenditori, che indicano quante e quali figure professionali sono richieste, con previsioni per il futuro; i centri di formazione e riqualificazione professionali. I finanziamenti, per rendere operativo il sistema sono sia regionali che europei.Dalla documentazione pubblicata si può affermare che la struttura riesce a conseguire gli obiettivi.Va detto che negli ultimi anni in Piemonte c'è stata una fase di sviluppo occupazionale positiva, e questo ha reso possibile l'assorbimento della domanda di lavoro, occorre verificare se in una fase meno dinamica non si ripresenteranno i soliti problemi delle lunghe liste di disoccupazione.Altro punto da verificare è se il lavoro offerto, per buona parte atipico, è per qualità e per retribuzione equivalente a quello stabile: per ora non ho dati di confronto.Nell'affrontare la questione del lavoro precario non si deve ignorare quest'elemento "forte": è possibile che, se gestito efficacemente il modello sia in grado di espandere l'occupazione.  Possono essere altri i punti su cui sviluppare l'indagine e la critica: quali diritti sindacali e contrattuali, come si esercitano, quali ammortizzatori economici per i periodi di non lavoro (quanta autonomia economica per non essere ricattabili), che potere di controllo e di contrattazione delle prestazioni e della retribuzione quali prospettive di sviluppo professionale.Si deve riuscire a ripetere l'esperienza del '70 quando si definì le norme dello statuto dei lavoratori, partendo dalla figura dell'operaio-massa della catena di montaggio.L'ostacolo principale a mio giudizio è la difficoltà di aggregazione dei lavoratori atipici, manca il luogo di confronto comune e continuo dove creare identità collettiva e costituire un soggetto contrattuale comune; non può più essere ad esempio la fabbrica.Se Rifondazione Comunista si propone di sperimentare tentativi di aggregazione è possibile ripetere a Torino esperienze gia realizzate da altre parti: si deve formare e offrire un punto di riferimento, che può essere un circolo tematico, un coordinamento strutturato,  un comitato di lavoro e di intervento a cui indirizzare i lavoratori precari che richiedono un aiuto.Il contatto con questi lavoratori può avvenire attraverso i circoli sul territorio, la nostra presenza nelle fabbriche e nel pubblico impiego, nelle amministrazioni pubbliche, attraverso gli iscritti al partito, con inchieste nei luoghi di lavoro, iniziative politiche specifiche; si può offrire, oltre ad un luogo d'incontro e d'iniziativa, un servizio d'assistenza legale o quanto può servire per la tutela dei diritti contrattuali e la difesa del posto di lavoro.Le esperienze già realizzate in altre città indicano che vi sono delle concrete possibilità; si deve iniziare con una prima elementare verifica su ciò che già abbiamo fatto (Lsu) e poi tentare con l'impresa privata.E' un campo aperto dove non c'è presenza politica, il sindacato limita molto il proprio intervento ed in alcuni casi sembra assecondare le forme di assunzioni atipiche (ricordarsi mancata conferma dei contratti a termine alla Carrozzeria FIAT Mirafiori).La capacità di dare risposte politiche concrete e attuali si dimostra trovando il modo di diventare gli interlocutori per i problemi di questi lavoratori, se non ci riusciamo vuol dire che i non siamo più preparati a comprendere le trasformazioni in atto oppure non ci sono problemi.
Alessandro Gulinati (Giovani Comunisti di Bologna).  Volevo soltanto aggiungere alla discussione di oggi e all'intervento dei compagni di Bologna, il carattere di genere del lavoro precario o in altre parole la femminilizzazione del lavoro. Le inchieste fatte a Bologna hanno rilevato un protagonismo delle donne e la loro disponibilità al conflitto. Oggi credo che la difficoltà principale sia quella di come tradurre la rabbia in conflitto organizzato.
G. Luca Schiavon (Coordinamento Giovani Comunisti Venezia). La precarietà è l'elemento dominante dell'esperienza del lavoro e del non lavoro. Dal punto di vista teorico m'interessa relativamente se c'è un soggetto più precario e un altro meno precario. Dobbiamo tenere insieme pezzi di operaio massa, di operaio sociale e di altro tipo e spingere decisamente sul conflitto.Mi pongo, inoltre, il problema del 20 e del 21 ottobre quando ci sarà l'assemblea nazionale dei forum e che come diceva Gigi noi non possiamo accettare che la questione del lavoro e del welfare sia qualcosa di marginale. Credo sia necessario proporre in quella sede che a livello nazionale e locale ci siano delle commissioni che discutano del lavoro e dei diritti in relazione al nostro sistema di welfare. Uno dei problemi dei precari è proprio quello di un accesso minore ai servizi di werfare. Per quanto riguarda il Partito ci sarà una sede dove i giovani rifletteranno su questi temi. Mi limito soltanto a ricordare che la cosa che ha detto Fabri è giusta, ovvero bisogna intrecciare i nostri ragionamenti con quelli degli amministratori locali. Il dipartimento enti locali deve porsi quest'obiettivo. L'altro nodo è quello della formazione e della creazione delle consulte sul lavoro e non lavoro, così come si è deciso nella conferenza di Treviso.
Vittorio Rieser (Gruppo Inchiesta PRC). Più che delle conclusioni le mie saranno delle indicazioni di carattere operativo. Il dibattito di oggi credo sia stato esemplare come intensità delle comunicazioni che sono pervenute dalle diverse esperienze. Un breve promemoria per impegni operativi. Riguardo alle strutture operative del Partito abbiamo già sostenuto che i circoli tematici dei lavoratori precari non sono la formula generale ma io credo però che lì dove possono essere fatti non debbano ricevere grossi ostacoli, anche perché possono corrispondere a una spinta organizzativa precisa di un gruppo di compagni. Chi parte da schemi organizzativi tradizionali finisce spesso per far nascere delle strutture già morte pur se rispettose fino in fondo dello statuto. Ovviamente queste non sono strutture sostitutive e/o in concorrenza con il lavoro di massa del movimento. Oggi abbiamo sentito una molteplicità di esperienze e abbiamo registrato anche momenti di collaborazione su questi temi sia con sindacati autonomi sia confederali, dal NIDIL alla Fiom, dai Cobas alle RdB e questo è un terreno sul quale non ci sono etichette alle quali aderire preliminarmente. Altro punto importante è quello di introdurre all'interno dei social forum un'area di discussione sulla questione del lavoro e di quello precario in particolare. Altro punto riguarda lo sciopero del 16 novembre della FIOM. Anche localmente si possono costruire le condizioni affinché in questa occasione siano presenti gli stessi lavoratori precari. C'è poi una linea discussa oggi che è quella di costruire la nostra risposta al libro bianco e questa deve vedere un impegno che va al di là del coordinamento dei lavoratori precari. Per finire con la nascita del coordinamento, che dovrebbe essere l'occasione per fare degli incontri come quelli di oggi e non un momento di routine privo di spunti per la discussione.

sommario