Ramon Mantovani

 

La discussione che ci accingiamo a fare non è ordinaria, non è, cioè, la classica discussione di approfondimento motivata dalla necessità di sviluppare la linea e l’iniziativa del partito. Essa prende le mosse da un preciso fatto politico, da un articolo che il compagno Fausto Sorini, coordinatore del dipartimento che dirigo, ha chiesto di pubblicare su *Liberazione*. La segreteria ha valutato necessario che io rispondessi, visto che l’articolo conteneva serissime divergenze di analisi e di proposta con la linea di politica internazionale fin qui seguita, ed ha, altresì, deciso di dedicare una riunione della Direzione al fine di giungere ad un chiarimento politico sulla base di un documento da sottoporre al voto.

***

A questo serve il documento proposto alla discussione e, come si pu˜ ben vedere, esso si colloca in una linea di continuità con l’elaborazione e la pratica fin qui sviluppata dal nostro partito, ed in particolare con il documento della Direzione del giugno ’97 e con il documento approvato dal nostro ultimo congresso.

Nella relazione, ovviamente, mi soffermerò soprattutto sui punti più controversi della nostra discussione.

Vi è innanzitutto, nel documento che dobbiamo discutere, una precisa tesi: siamo di fronte ad un nuovo capitalismo. Non siamo, in altre parole, davanti ad una semplice espansione del capitalismo come l’abbiamo conosciuto fino ad ora. Si tratta di un’affermazione molto impegnativa, soprattutto dal punto di vista delle conseguenze politiche che dobbiamo trarne.

Vi sono, tra le altre, tre cose molto importanti che ci portano a parlare di "nuovo capitalismo". La dimensione del capitale finanziario e la sua autonomia da qualsiasi potere politico costituito, la crescita enorme delle società multinazionali e il loro progressivo sradicamento territoriale, la comparsa di nuove contraddizioni e la loro valenza in tutto il mondo.

Una conseguenza, ben visibile, è la fine della coppia "sviluppo-progresso" visto che, anche in presenza di crescita economica e produttiva, abbiamo contemporaneamente maggiore disoccupazione ed esclusione sociale, compresa la povertà, sia nei paesi ricchi sia in quelli poveri.

In altre parole, per effetto dell’applicazione delle politiche neoliberiste in tutto il mondo, abbiamo dovunque le stesse contraddizioni ed effetti.

Fra gli effetti, noi parliamo di una crisi degli stati nazionali, del rovesciamento del loro ruolo, del tentativo di costruzione di un governo del mondo unipolare. Su questo punto, effettivamente, fra noi ci sono divergenze.

Che ci sia una crisi degli stati nazionali mi pare lo riconoscano tutti, ma non si tratta di una semplice perdita di poteri e riduzione di ruolo, bensì di un rovesciamento del ruolo storico e di una nuova funzione. Penso al fatto che gli stati hanno perso sovranità verso l’alto, e cioè verso organizzazioni tecnocratiche e finanziarie che decidono in prima persona le politiche economiche da applicare, e verso il basso, cioè verso parti del proprio territorio che tendono a rendersi autonome, o indipendenti, per meglio stare nella competizione determinata dalla globalizzazione dei mercati. Lo stato nazionale, quindi, da luogo della mediazione sociale capace di produrre un proprio modello di sviluppo, anche attraverso la partecipazione diretta nell’economia, si trasforma in istituzione che privatizza tutto e ristruttura il territorio, il mercato del lavoro, e perfino la propria forma istituzionale secondo le esigenze della globalizzazione. Questo vale per tutti gli stati, tranne che per gli USA. Per il semplice fatto che gli USA all’appuntamento con la globalizzazione si sono trovati già coerenti con il nuovo capitalismo. Uno stato non proprietario nei settori fondamentali dell’economia, un modello sociale fondato sul mercato e sull’individualismo, ecc. Non è vero, come invece sostiene il compagno Sorini, che gli stati dei paesi forti difendono gli interessi del capitalismo di casa loro. E’ vero, invece, che vi è una competizione fra gli stati forti, nell’ambito di chi meglio promuove e rappresenta gli interessi del capitalismo globale. Due esempi per farmi meglio capire. Poco tempo fa in Colombia, mentre mi trovavo con una delegazione parlamentare italiana in quel paese, ho incontrato gli imprenditori italiani. Fra questi un signore italiano rappresentante una societˆ multinazionale operante nel settore dei prefabbricati e presente con 26 stabilimenti in tutto il mondo. Ovviamente tutti, lui compreso, chiedevano precise cose al governo e al parlamento italiano, in favore dei loro investimenti in Colombia. Io gli ho chiesto come fosse composto il capitale della sua società e lui mi ha risposto: il capitale è indiano al 100%, la tecnologia è italiana, la forza produttiva è garantita soprattutto dalla consociata statunitense. La domanda è questa: se l’Italia aiuta questa società di chi fa gli interessi? Di un presunto capitalismo italiano? Direi proprio di no. Il secondo esempio è relativo al Chiapas. Una multinazionale, il cui consiglio di amministrazione risiede in Europa, ha la concessione, con i vantaggi scaturiti dal Nafta, l’accordo fra Usa, Canada e Messico, di sfruttamento dell’uranio in quel territorio. Il 1 luglio è entrato in vigore un accordo di liberalizzazione dei mercati e degli investimenti fra Unione Europea e Messico. E’ altamente probabile che vi siano società nordamericane che lo utilizzeranno, attraverso le loro consociate europee. Si pu˜ dire che il processo di liberalizzazione dei mercati favorisca un capitalismo a scapito di un altro? Direi di no, ed anzi, affermo che non si può più parlare di sistemi capitalistici diversi e contrapposti fra loro, bensì di un sistema tendenzialmente unificato. Le contraddizioni geopolitiche, per questo, non si sposano più con quelle di capitalismi nazionali o regionali diversi fra loro. Perciò penso non si possa davvero più leggere nulla con la categoria delle "contraddizioni interimperialistiche". Mentre propongo di considerare vigente la nozione di "imperialismo", anche se  necessario rifondarla, non solo aggiornarla, alla luce del costituendo governo unipolare del mondo e della nuova funzione della guerra, entrambe cose sulle quali nel documento ci si diffonde molto.

***

Alla luce di quanto affermato finora, forse si capisce meglio la nostra linea politica sull’Europa. L’egemonia americana non è il dominio Usa sull’Europa, ma è, appunto, l’egemonia di chi promuove con maggior forza e velocità gli interessi del capitalismo globale. Infatti, fra quella che una volta avremmo chiamato borghesia italiana o tedesca o europea, abbiamo un vero e proprio coro in favore di ogni proposta di liberalizzazione dei mercati e di ristrutturazione delle economie nazionali proposte dagli Usa. I governi europei, proprio perchè accettano quel rovesciamento di ruolo dello stato di cui abbiamo parlato, iscrivono la loro competizione con gli Usa nell’ambito della costruzione del governo unipolare negli interessi del capitale globale. Non è vero, per esempio, che la guerra del Kossovo, che è stato un passo decisivo in questo processo, sia stata imposta dagli Usa ai propri alleati in ambito Nato. Furono per primi alcuni ministri della difesa europei, tra i quali l’italiano, a proporre agli allora restii americani di preparare un intervento militare Nato. Vale la pena di ricordare che allora gli USA consideravano ufficialmente l’Uck come un’organizzazione terroristica e Milosevic come un interlocutore credibile.

Per quanto riguarda la possibilità o meno che si possa aggregare un blocco "antimperialista" di paesi bisogna considerare alcuni importanti fattori. Prendiamo ad esempio la Russia. E’ più che chiaro che l’allargamento ad Est della Nato e la guerra nel Kossovo hanno inflitto pesanti umiliazioni alla Russia. Il tentativo è chiaramente quello di ridurla al massimo a potenza regionale. La risposta neonazionalista, condivisa da larghissimi settori della società russa, è quella di resistere a questa tendenza rivendicando il proprio ruolo di potenza mondiale. Ma quello che non si capisce è come possa, la classe dirigente russa di Putin, sperare di mantenere o riconquistare questo ruolo di potenza mondiale proprio mentre si implementa in Russia il processo di privatizzazioni nei settori strategici e si favorisce ogni tipo di penetrazione del capitale straniero. Non a caso Putin, sulla questione dello scudo spaziale americano, propone che lo si faccia in collaborazione fra Usa, Russia ed Unione Europea. Chiaramente si tratta di una proposta che tatticamente spera di mettere in difficoltà gli Usa, smascherando la natura egemonica della proposta americana. Tuttavia colpisce il fatto che Putin sia così interno alla logica del governo unipolare del mondo da proporre uno scudo spaziale che sulla cartina geografica corrisponderebbe esattamente al Nord del mondo, senza dire da chi questo Nord dovrebbe proteggersi.

Comunque è chiaro che le contraddizioni geopolitiche, che esistono e perfino aumentano, non si possono più leggere con la chiave dei campi o dei blocchi separati. E’ l’analisi del capitalismo attuale e le contraddizioni di classe la base per meglio comprendere la situazione geopolitica.

***

Altro punto molto controverso è quello della Cina. Noi critichiamo apertamente le scelte di procedere all’applicazione di politiche chiaramente neoliberiste e di ingresso nel Wto, non per presunzione ma per il semplice fatto che, nell’epoca della globalizzazione, queste scelte, di un paese così importante nel mondo, investono direttamente la nostra realtà. Sarebbe semplicemente assurdo che, solo perché si tratta di scelte fatte da un Partito Comunista al potere, noi tacessimo di fronte ad un processo che produce milioni di disoccupati, privatizzazione di gran parte dell’economia, ristrutturazione delle imprese pubbliche, secondo gli stessi criteri che noi abbiamo visto operare in Italia, affinché possano competere con le imprese private nello stesso mercato cinese e sui mercati mondiali. Per lo stesso motivo, in positivo, pensiamo vada valorizzata l’esperienza cubana che tenacemente considera occupazione piena e diritti sociali come variabili indipendenti nell’ambito di qualsiasi riforma economica.

Per quanto riguarda le nostre relazioni internazionali la decisione che abbiamo assunto anni fa di impostarle su base non ideologica ci ha permesso di ampliarle enormemente. In questa relazione insisto sulla necessità di caratterizzarle sempre più dal punto di vista della ricerca e della collaborazione politica sui temi della globalizzazione. Attardarsi in relazioni di semplice scambio di informazioni, che comunque si fanno sempre, senza confrontarsi sui grandi problemi del mondo e della lotta contro il capitalismo contemporaneo, sarebbe veramente disastroso. Nel mondo, ed in ogni partito, è già in corso un grande dibattito. E’ evidente che dobbiamo starci con una nostra posizione. In particolare dobbiamo certamente sviluppare una più grande collaborazione con quei soggetti sociali e culturali che assumono sempre più una dimensione internazionale. Mi riferisco, evidentemente, alle esperienze come quella di Seattle.

Il compito che da tempo ci siamo dati, connesso alla nostra idea di Europa, è quello di lavorare alla costruzione di un soggetto politico continentale. Cio oggi è più difficile di ieri, ma proprio per questo dobbiamo agire secondo una linea ed obiettivi precisi.

Penso che vada maggiormente valorizzato il nostro lavoro di intervento diretto in aree e crisi di grande importanza. Parlo del Kossovo, del Kurdistan, del Chiapas, della Colombia. Su ognuna di queste realtà, nelle quali abbiamo agito, si potrebbe parlare molto a lungo. Mi preme qui sottolineare che non si tratta di tradizionale solidarietà internazionalista a senso unico, bensì di azione politica diretta e, in alcuni casi, come con il Pkk, l’Eeln e le Farc, di una vera collaborazione politica su obiettivi politici comuni.

Il documento alla discussione della Direzione non chiude un dibattito, bensì lo apre. Esso serve a guidare l’azione del partito nelle sue interlocuzioni internazionali e a compiere scelte precise. Ogni dissenso, come sempre nel Prc, è legittimo, nell’ambito di una discussione che si deve aprire in ogni istanza del partito. Ma era necessario che la Direzione decidesse e precisasse una linea superando ambiguità e resistenze.