*Rina Gagliardi
*Mi trovo in piena sintonia con la relazione di Ramon Mantovani, e con molti interventi - per esempio quelli di Alfonso Gianni e Giovanni Russo Spena. Agggiungo quindi soltanto alcune schematiche considerazioni, una di metodo e due di merito. 1) Noi siamo tenuti, sempre, a coniugare il rigore dellanalisi, della lettura della realtà, con liniziativa politica. Appunto: siamo una forza politica, non unaccademia. Non inseguiamo la pura verità scientifica, ma la verità politica, legata alla prassi e alla verifica della prassi. La sfida di scelte che vanno compiute, sperimentate, cimentate. Le accompagneremo, ovviamente, con lapprofondimento, la ricerca, la prosecuzione del dibattito. Da questo punto di vista, capisco, ma non più di tanto, gli inviti alla prudenza. In alcuni passaggi politici, non è detto che la prudenza sia una virtù. 2) Quando parliamo di globalizzazione, non possiamo trascurare che si tratta non soltanto di un processo reale di "rivoluzione" capitalistica, che nasce da molte e concrete cause "strutturali" e sociali, ma da un processo politico, segnato dall89 e dalla fine dellassetto bipolare del mondo. Dalla fine, cioé, di un equilibrio del mondo e dei rapporti internazionali che per anni si era fondato su due sistemi sociali contrapposti. Nasce anche in questi processi lindebolimento sostanziale degli Stati-nazione: dal fatto che, in buona sostanza, il modo di produzione capitalistico in via di di rivoluzione e di radicale innovazione non trova più le "barriere" degli Stati socialisti. Per la prima volta dal 17, il capitale ha sua disposizione il pianeta, nella sua interezza. Anche questo è un dato politico, che ha contribuito a modificare in profondità il rapporto tra stato e mercato in occidente. 3) La nostra critica alla Cina, che non ha nulla di pregiudiziale o si ideologico, si colloca in questo contesto, in questi processi. Quando lo stato cinese aderisce al Wto, si produce un fatto enorme, di rilievo mondiale: ladesione di un grande stato che si richiama al socialismo ad uno degli istituti forti della globalizzazione. Ma proprio la logica neoliberista dellOrganizzazione mondiale del commercio, la sua pretesa di dettare regole alla comunità internazionale, è loggetto della contestazione di Seattle: qui si impone una scelta politica. E penso che abbiamo fatto quella giusta.
*Fausto Sorini
*Il documento contiene molte parti condivisibili e uno sforzo di sintesi su alcune questioni controverse: intreccio dialettico tra contraddizioni sociali, di classe e geopolitiche; attualità della nozione di imperialismo; ruolo di poteri sovranazionali come il Fmi, i G7, la Nato, che non annullano la funzione degli Stati imperialisti né la competizione globale per la conquista di nuovi mercati e sfere di influenza, ma cercano di ricondurle dentro un quadro di mediazione degli interessi comuni del sistema. Sullanalisi della "globalizzazione", chiunque pretendesse di avere già capito tutto, per poi dare le pagelle al resto del mondo (e del partito), darebbe solo prova di presunzione, arroganza e provincialismo. Non sentiremo mai da parte dei maggiori partiti comunisti e rivoluzionari del mondo (a partire dai cubani) giudizi stroncatori rivolti ad altri partiti comunisti o progressisti, o definitive sentenze su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato nelle diverse analisi sulla globalizzazione. Discussione sì, stroncature no. Il documento presenta anche limiti seri, dovuti in parte al carattere non collegiale della sua elaborazione. E assente, ad esempio, ogni riferimento alla politica estera italiana e a come farvi fronte: il che, per un partito politico, è questione di fondo, di analisi e iniziativa unitaria. La decisione Usa di progettare un nuovo "scudo spaziale" - tema attualissimo e di portata planetaria, denso di enormi implicazioni strategiche - non viene neppure citato. A proposito del Pc cubano si dice: "non ci appartiene la presunzione di dare giudizi". Stesso atteggiamento abbiamo tenuto con Marcos: non dare lezioni. Bene. Poi però si dà un giudizio liquidatorio sui comunisti cinesi, peggiorativi di quello già pesante, ma più problematico, contenuto nel documento congressuale, che potrebbe portare ad una rottura definitiva delle relazioni, ormai praticamente inesistenti, con un partito comunista che rappresenta un quinto del genere umano. Quando lo si accusa senza mezzi termini di sostenere un "modello neo-liberista", lo si colloca di fatto nel campo degli avversari: con un linguaggio che viene percepito non come volontà di confronto franco tra comunisti, ma come espressione di una crescente ostilità. Nessun partito comunista o di sinistra marxista al mondo tratta la questione cinese con tale veemenza o assenza di problematicità, anche nellambito del gruppo europeo (non la Pds tedesca, non il Pcf, non Izquierda Unida...). Vorrei capire: perché tanta ostilità? Perché, dopo i cinesi, puntiamo il dito contro il partito comunista della federazione russa, che citiamo per la prima volta in un documento ufficiale solo per dirne male, senza un solo cenno positivo alle lotte importanti che esso conduce contro il neoliberismo e la Nato? Perché solo ostilità e nessuna comprensione per le drammatiche difficoltà in cui si trova, dopo la guerra, la sinistra jugoslava? Cerchiamo di offrire limmagine di un gruppo dirigente che discute con serenità, che non risolve i problemi con laccetta e non si propone rese dei conti interne. Sarebbe disastroso per tutti e distruggerebbe quel clima di maggiore fiducia che cè nel partito dopo il risultato delle elezioni regionali e il fallimento dei referendum. Se non ci facciamo del male da soli, possiamo farcela.
*Paolo Ferrero
*Condivido pienamente il documento che abbiamo presentato unitariamente come segreteria a partire dalla sottolineatura della rivoluzione capitalistica in cui viviamo. Ritengo che le divergenze emerse nel dibattito non riguardino questo o quel punto della nostra politica internazionale ma riguardano proprio il giudizio complessivo sulla fase. Il documento mette laccento sulla vera e propria rivoluzione capitalistica che stiamo attraversando, sui cambiamenti qualitativi insiti nel processo di globalizzazione; alcuni compagni mettono invece laccento sulla continuità e a mio parere compiono un rilevante errore di analisi. Si tratta di una diversa lettura della fase che porta con se conseguenze politiche. In primo luogo - a mio parere - lo schieramento nei confronti della globalizzazione ridefinisce alleati e avversari al di là di come questi si autodefiniscono. Non a caso ci troviamo alleati nella lotta contro la globalizzazione con "Mani Tese" o altre organizzazioni cattoliche e non con i comunisti di Cossutta. E necessario prendere atto che non tutti coloro che oggi si definiscono comunisti si collocano in una posizione anticapitalistica e quindi che è necessario costruire una ipotesi comunista rifondata, in grado di aggregare attorno a se le forze di sinistra alternative che si collocano contro la globalizzazione, cioè contro il capitalismo così comè oggi. In secondo luogo l'esperienza di Seattle ci dice come solo l'individuazione del comune nemico ( le istituzioni a-democratiche che gestiscono la globalizzazione) possa permettere l'unificazione dei diversi soggetti colpiti dalla ristrutturazione capitalistica. Solo lindividuazione della globalizzazione come lavversario permette di rilanciare unipotesi comunista allaltezza del livello dello scontro e lunificazione di un blocco sociale anticapitalistico. Da qui è necessario avviare la discussione: per la rifondazione di un pensiero e una pratica comunista che oltre a fare i conti fino in fondo con lo stalinismo si misuri col nuovo capitalismo e quindi ricostruisca una prospettiva rivoluzionaria. |