Fausto Bertinotti

 

Mi pare che, in questa nostra riunione, siano stati sostanzialmente colti sia il senso sia il peso dei problemi proposti alla discussione, a partire dalla relazione di Ramon Mantovani. Questo nostro dibattito, insomma, ha a che fare con le questioni, pur non formalmente comprese, di identità, di linea, di cultura politica, di iniziativa del Partito. Vorrei che lo proseguissimo così come lo abbiamo cominciato: in termini di merito politico, e non in termini metodologici. Sul metodo, mi limito a una rapida premessa: le modalità e il percorso della discussione di oggi sono state discusse, e unanimemente approvate, dalla Segreteria nazionale. La discussione era sorta da un articolo che il compagno Fausto Sorini aveva inviato al giornale del partito: in accordo con lo stesso Sorini, decidemmo che - dopo la campagna elettorale per le regionali - *Liberazione* avrebbe pubblicato sia questo articolo, che poneva questioni rilevanti di politica internazionale, sia la replica del responsabile del Dipartimento internazionale. E che, successivamente, la Direzione si sarebbe riunita per discutere e approvare un documento. Questo è ciò che effettivamente abbiamo fatto. E’ stato qui detto che il documento presentato dalla Segreteria nazionale è inemendabile: non è così, nient’affatto. Era ed è del tutto legittimo non solo, come è ovvio, presentare altri documenti, ma proporre modifiche od emendamenti, sia in Segreteria sia in Direzione, al testo che è stato elaborato. Ferma restando, naturalmente, la libertà di non accogliere, o di non votare, queste modifiche e questi emendamenti.

 

*Le questioni internazionali, dal metodo al merito

*Dunque, se abbiamo dato vita a un dibattito ricco e rilevante, è merito anche della modalità con cui esso è stato istruito. Le questioni internazionali hanno sempre avuto, in un Partito comunista, una evidente centralità. Questa centralità è ancora più forte in una forza come la nostra, che declina nella sua origine e nel suo stesso nome, il progetto della rifondazione comunista; e che porta il "peso" della complessa eredità che tutti sappiamo. Molti compagni hanno detto che soffriamo, a questo proposito, di una rimozione, di un mancato bilancio critico del passato - del ’900 - che oggi ci condiziona pesantemente. Io credo, invece, che, se avessimo affrontato questo pur cruciale tema in termini di confronto ideologico-politico, non avremmo raggiunto un buon risultato: ognuno, credo, sarebbe rimasto, all’incirca, della propria opinione e della propria "scuola". L’approccio che abbiamo sempre privilegiato è un altro: il confronto con le novità della fase e con la dislocazione dei soggetti. Siamo o no in presenza di novità decisive, di un quadro strutturale, sociale e culturale così diverso da proporci, giocoforza, il tema del rinnovamento della nostra fisionomia soggettiva? La nascita di movimenti come quello di Seattle, giustamente ricordato da molti conterventi, e l’emergere di nuove culture, come quella per la pace, come quella di genere, pur in campo da tempo, ci indicano o no la strada di una discontinuità forte? Io credo di sì. E credo che questa sia la modalità più feconda per affrontare, insieme ai problemi di linea e di iniziativa politica, quelli del confrotno con la nostra storia.

C’è un limite di approssimazione, certo, in una scelta di questo tipo: che tuttavia mi sembra necessaria anche dal punto di vista del lavoro di ricerca e di riflessione approfondita che va messo in gioco. Del resto, il rapporto tra analisi e linea politica non si pone, secondo me, in termini di assoluta linearità: non è detto, cioé, che da un’analisi "giusta" scaturisca una politica "corretta". Viceversa, non è detto che da un’analisi "scorretta" discenda per forza una linea "sbagliata". Negli anni ’30, da un’ipotesi "sciagurata" come il socialfascismo, derivò una scelta "geniale", e ricca di conseguenze importantissime, quale fu quella del rientro in Italia dei militanti comunisti. Sottolineo questa discrasia tra ipotesi analitiche e risultati politici, non certo per incoraggiare oggi gli errori di interpretazione della realtà, ma per rinviare alla necessità della verifica politica la stessa dimensione del rigore "scientifico".

Del resto, in passaggi d’epoca importanti quale quello che stiamo vivendo, possono servire rotture marcate, o forzature, funzionali a un’operazione pedagogica. Il tema è sempre quello della definizione di una nuova identità soggettiva, prima che della "correttezza" oggettiva, o analitica, delle operazioni che si compiono. E’ vero o no che la persistenza di elementi residuali, tipici di tradizioni politiche anche alte, rischiano di essere un impaccio consistente proprio per questo processo? E’ vero o no che, in tutto questo, la dimensione simbolica svolge un ruolo rilevante? Un solo esempio: i comunisti francesi. Il Pcf, dove è in corso una rottura profonda con l’eredità staliniana, non ha invitato Zhuganov al proprio congresso nazionale: una scelta radicale, legata prvalentemente al processo soggettivo in corso, e alla costruzione di una nuova identità comunista.

 

*Il programma fondamentale e la rifondazione

*In sostanza, se si tratta di scegliere tra una soluzione di continuità, che certo comporta una serie di rischi, e l’individuazione paziente ad analitica delle connessioni tra il presente e il passato, che certo sono sempre corpose, io credo che si debba optare per la discontinuità. Per due ragioni essenziali: la prima, perché nel "nuovo capitalismo" di questa fase è presente una componente di innovazione radicale, che ha scomposto il movimento operaio, le sue fila, la sua cultura, e va fronteggiata con un’innovazione forte, altrettanto radicale; la seconda, perché l’intuizione della rifondazione comunista, che fu e resta sacrosanta, individua una prospettiva rivoluzionaria che, appunto, non può dispiegarsi sugli schemi e le modalità classiche. Noi, del resto, stiamo discutendo della rifondazione, di un pezzo costitutivo del nostro *programma fondamentale*: che credo vada concepito con queste caratteristiche di processualità politica, piuttosto che come un testo "sfornato", ad un certo punto, da una sede scientifica.

Il documento che vi proponiamo di votare, per tutte queste ragioni, prospetta alcune essenziali scelte di linea politica. Non chiede, ovviamente (ma questo vale per qualsiasi documento) un’adesione dettagliata a tutti i suoi argomenti: chiede invece un’adesione alla prospettiva di fondo che delinea, e ai suoi passaggi cruciali. Segna, cioé, un salto di qualità nella nostra elaborazione: merito, anche, della "precipitazione dialettica" a cui siamo stati sospinti. E chiede, evidentemente, molti e successivi approfondimenti: ma è essenziale la sua declinazione, che scommette su unn’ipotesi di fase. Un’ipotesi che potrebbe rivelarsi sbagliata: ma da cui bisogna partire. Perfino la ricerca scientifica, come sappiamo, necessita di un punto di partenza, da verificare o falsificare nel percorso concreto di cui si dota.

 

*Il senso della nostra scelta

*Il senso della nostra scelta sta nell’*incipit* stesso del documento: nel modo di produzione capitalistico c’è oggi una straordinaria innovazione di sistema, che ricolloca all’ordine del giorno il tema della rivoluzione, del superamento del modo di produzione stesso. Siamo reduci da una lunga fase storica, che si è caratterizzata non sul bipolarismo semplicemente inteso come "spartizione" delle aree di influenza del mondo, ma sulla contrapposizione di sistemi sociali, di modelli differenti di società. Dopo la Rivoluzione d’ottobre, e per alcuni decenni, il quadro internazionale si è retto su questo equilibrio, e su questo conflitto. Con il crollo dell’Unione sovietica e dei paesi detti di "socialismo reale", quella fase è finita: il "campo socialista" non esiste più. Questo dato ha inciso, e continuerà ad incidere, sui rapporti tra gli stati, e nell’idea stessa di trasformazione. Non possiamo confondere la nostra storia, i nostri vissuti con una "dualità" del mondo, tra società capitalista e società socialista, che non c’è più nella realtà. Proprio la storia ci consente di guardare a Cuba con uno sguardo particolare: perché sono gli stessi compagni cubani ad interrogarsi e ad interrogarci, a chiederci un’interlocuzione con la loro esperienza attuale. Allo stesso modo, un’altra piccola e simbolica esperienza, quella del Chiapas, ci domanda un rapporto, in nome del comune obiettivo di lotta alla globalizzazione neoliberista. Ma nessuna di queste realtà può farci pensare alla riedizione di un campo socialista: i processi globalizzazione rendono impraticabile, chiudono, insieme ad esso, l’idea stessa di una "via nazionale al socialismo".

 

*La nostra critica alla Cina

*Dunque, nella critica del "nuovo capitalismo" e dei processi di globalizzazione, può maturare, in termini chiari e fecondi, l’analisi della storia, la nostra critica all’esperienza del "socialismo reale": ne emerge che queste società sono cadute non per una sovrabbondanza di socialismo, ma per il suo esatto contrario, un drammatico deficit di socialismo.

Significa, tutto questo, "dare i voti"? Quando si dice che non è nostro compito compilare pagelle, non si può che convenire. Non è mai bene, in politica, dare voti, o impartire lezioni. Ma se i voti sono un conto, i giudizi sono un altro conto. I giudizi politici sono necessari, per l’iniziativa e l’agire politico. Né possiamo considerarli "tipici" della sinistra moderata, o del segretario ds: prima di Veltroni, "Che" Guevara aveva espresso giudizi molto radicali, proprio sulle società dell’est.

Sulla Cina e sulla Russia, noi muoviamo una critica puntuale: seria e severa, non certo distruttiva. Tanto è vero che nessuno di noi pensa ad una rottura delle relazioni con il Partito comunista cinese, o con il partito di Zhuganov. Critichiamo, nel modello cinese, soprattutto la persistenza del partito unico? Non è questo il problema principale. Ci pare di rilevare, tuttavia, una forte impronta autoritaria nel modello politico-sociale oggi in costruzione: perché, nel momento in cui si avviano "riforme" economiche sostanziali, di tipo liberale e liberalizzante, non è garantito il diritto di sciopero? Qui, io vedo un limite, un pericolo autoritario. Analogamente va vista e duramente criticata la scelta *imperiale* della Russia, nella guerra portata alla Cecenia: è inaccettabile che la risposta alla devastante guerra di aggressione della Nato alla Jugoslavia sia un’analoga logica di guerra, come se fosse legittimo risolvere con questi mezzi i problemi e le contraddizioni "di casa propria". In nome di che cosa dovremmo farci carico, invece, delle ragioni che spingono gran parte dei comunisti e della sinistra russa ad appoggiare quella guerra? Quando Giorgio Amendola, in un’ottica che potremmo schematicamente definire di tipo socialdemocratico, sosteneva l’Urss, fino all’invasione dell’Afganistan, lo faceva in nome di una "scelta di campo" che era politica (anzi di *Realpolitik*) prima che ideologica: la difesa dell’Urss, insomma, serviva a rafforzare il movimento operaio dell’occidente. Era una scelta che, personalmente, non condividevo allora e non condivido oggi: ma riconosco che c’era in essa una logica precisa. Oggi, "stare" con la Russia o con le opzioni della sinistra russa, che senso ha?

Ci si domanda perché tutta questa attenzione, da parte nostra, alla Cina e alla Russia, piuttosto che ad altri paesi o ad altri partiti.. E’ ovvio che Cina e Russia hanno un peso determinante negli assetti del mondo: tanto ne siamo consapevoli che la nostra pur esplicita presa di distanza dai modelli sociopolitici di questi paesi si accompagna alla battaglia contro ogni tentativo di loro isolamento ed emarginazione dal contesto internazionale. Ma forse è meno ovvio il grande, grandissimo valore simbolico di queste esperienze, il peso che occupano nell’immaginario collettivo. Qui la presa di distanza si rende necessaria proprio perché parliamo di comunismo, della politica come parte di un processo rivoluzionario, di prospettiva rivoluzioniaria come momento più alto della stessa politica.

 

*Rivoluzione capitalistica: un ossimoro?

*Non credo ci sia da menare scandalo alcuno sulla nozione di "rivoluzione capitalistica": stiamo parlando di un passaggio non soltanto e non prevalentemente tecnico, ma sociale e socialmente connotato. Non si tratta, dunque, di un ossimoro. Ma di un enorme processo di innovazione che ridisloca il lavoro, cioé lo sfruttamento del lavoro, su base planetaria, determinando una restaurazione sociale connessa a una gigantesca operazione culturale: qui si colloca la nostra scelta di una necessaria e rigorosa rilettura di Marx e della sua lezione. Questo processo dà luogo a un sistema globalizzato e, insieme, frantumato. Su queste coordinate, del resto, Rifondazione ha costruito in questi anni la propria carta di identità: nella sinistra europea, nei rapporti con i compagni cubani, nell’interlocuzione con il movimento zapatista, siamo stati riconosciuti in virtù di questa analisi e della prospettiva che a questa analisi è connessa. Mi sembra impossibile, insomma, non vedere la soluzione di continuità che si è determinata nei processi produttivi, nella loro nuova integrazione internazionale, nel meccanismo stesso dell’accumulazione, che sta mutando le categorie stesse di spazio e di tempo, e gli stessi meccanismi della riproduzione sociale (sarebbero da rileggere, a questo proposito, le illuminanti intuizioni di Rosa Luxemburg).

Un altro punto della ricerca in cui tutti dobbiamo immetterci, un punto è chiaro: questo "nuovo capitalismo" (mi va bene anche la provocatorietà di questa espressione) si è separato drasticamente non solo dal progresso sociale, ma anche dalle borghesie nazionali. Non lo si è visto, per citare un evento di questi giorni, nella scomparsa di Enrico Cuccia, da tutti rappresentata proprio come la fine di un ciclo della borghesia italiana?

 

*Morte della politica?

*Quanto alla politica, nessuno di noi pensa o intende dire che "la politica è morta". Essa è viva, al contrario: ma lotta contro di noi. La crisi degli Stati nazionali definisce questo mutamento (così come il concetto di "guerra costituente" definisce il tema della costruzione di un nuovo governo mondiale dei processi) e questa nuova frontiera. Certo che lo Stato nazionale non scompare e che, anzi, il numero degli Stati tende a moltiplicarsi. Ma quel che si va rovesciando è il rapporto tra lo stato come entità politica e il mercato, che detta la sua logica e le sue leggi allo Stato: là dove, nel documento, si scrive che "lo Stato diventa tendenzialmente impermeabile al conflitto di classe", si intende dire che lo Stato tende a non essere più il luogo che contratta le scelte, o una parte sostanziale delle politiche economiche, ma tende a diventare semplicemente il soggetto che le applica e le esegue. Il Fmi, il Wto, la Banca mondiale e le altre istituzioni "globali" svolgono già oggi questo ruolo di attiva determinazione contrattuale: lo Stato italiano "contratta", se può e se vuole, con loro, prima che con il capitalismo nostrano. E guardate l’Europa: c’è un governo eruopeo? Se c’è, lo trovate nella Bce e nelle tecnocrazie di Bruxelles. Dunque, è l’idea stessa di fondazione statuale che cambia, rispetto al ’900: mentre deperisce la democrazia rappresentativa, il diritto commerciale prende il posto di quello istituzionale. Il diritto stesso registra, in questa fase, una tendenza esplicitamente favorevole al primato della logica impresa, e alla cancellazione della tutela sociale.

In tutto questo, mi pare che la categoria classica di "imperialismo" abbia bisogno, quanto meno, di essere reindagata. La stessa definizione di "contraddizioni interimperialistiche" merita una riconsiderazione di fondo: è evidente per tutti che tra Usa, Europa e Giappone esistono contraddizioni e conflitti specifici. Ma non è evidente, anche, che tendono a convergere sul modello sociale e "di civiltà"?

 

*La nostra iniziativa

*L’Europa è il campo di azione privilegiato della nostra iniziativa: non da oggi, ma da anni noi siamo impegnati a portare avanti la costruzione della sinistra europea di alternativa. Uno dei compiti prioritari di questa fase mi pare quello dei diritti sociali: della ricostruzione di un "motore sociale" europeo, capace di fronteggiare l’offensiva sociale restauratrice. Gli appuntamenti prossimi, da questo punto di vista, sono quelli di Nizza e di Praga.