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CPN 8 - 9 ottobre 2026

Stefano Vento

Care Compagne, Cari Compagni

vorrei partire da una vicenda che abbiamo seguito in questi giorni, quella di Maricarmen in Spagna, diventata un simbolo della lotta per il diritto alla casa. Credo che la sua storia ci aiuti a ragionare su una questione che va ben oltre la singola vertenza: come si passa da una condizione di sofferenza individuale alla costruzione di una risposta collettiva e come si fa in modo che quella risposta non rimanga isolata, ma incontri altre esperienze e altre lotte, fino a costruire una forza capace di incidere sulla realtà. Queste domande riguardano anche il terreno politico ed elettorale. Di fronte alla destra e al suo progetto, dobbiamo interrogarci su come costruire una risposta capace di andare oltre i confini delle singole organizzazioni. Non significa aderire a uno schieramento già esistente, né entrare nel cosiddetto campo largo, significa lavorare alla costruzione di un fronte elettorale costituzionale, autonomo nella propria proposta e sufficientemente ampio da mettere in relazione forze diverse, comprese quelle che oggi si collocano nel campolargo, sulla base di obiettivi comuni: contrastare la destra, difendere gli spazi democratici e costituzionali, promuovere una patrimoniale sulle grandi ricchezze, rilanciare la sanità pubblica, tutelare il lavoro e i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, costruire una politica energetica pubblica e democratica e affrontare la crisi climatica attraverso la giustizia ambientale.La distinzione non è soltanto terminologica: entrare in un campo politico già definito significa accettarne, almeno in parte, il perimetro e le dinamiche. Costruire un fronte, invece, significa lavorare a una convergenza tra soggetti che mantengono la propria autonomia, individuando obiettivi condivisi senza pretendere che tutte le differenze vengano superate. Non dobbiamo chiedere a chi partecipa a questo fronte di avere la nostra stessa visione della società, dobbiamo però essere capaci di definire le ragioni concrete per cui costruire insieme una risposta elettorale. Naturalmente, un fronte di questo tipo non nasce da solo. Richiede confronto, capacità di ascolto e disponibilità a individuare ciò che unisce senza cancellare le differenze. Ma soprattutto richiede di chiarire quale obiettivo vogliamo raggiungere e quale ruolo intendiamo svolgere al suo interno. È qui che entra in gioco anche la nuova legge elettorale, che considero profondamente lesiva della rappresentanza democratica. Non possiamo limitarci a denunciarne gli effetti: dobbiamo capire come funziona, quali conseguenze produce sulle nostre scelte e quali condizioni impone a chi vuole conquistare una rappresentanza parlamentare. Le leggi elettorali non sono meccanismi neutrali che si limitano a trasformare i voti in seggi. Condizionano le strategie dei partiti, incentivano determinate alleanze e rendono alcune scelte più difficili di altre. Possiamo contestare un sistema perché restringe gli spazi di rappresentanza e, contemporaneamente, dobbiamo essere capaci di agire dentro quel sistema per evitare che le sue regole ci condannino all'irrilevanza. Criticare le regole e saperci giocare dentro non sono due atteggiamenti incompatibili: fanno parte della stessa responsabilità politica. È proprio a questo punto che, secondo me, dobbiamo distinguere due questioni che spesso rischiamo di sovrapporre: il collocamento elettorale e la proposta politica. Il collocamento elettorale riguarda le condizioni concrete in cui ci presentiamo alle elezioni, le alleanze possibili, le convergenze necessarie e le regole che determinano le possibilità di ottenere una rappresentanza. La proposta politica riguarda invece ciò che vogliamo cambiare nella società, gli interessi che scegliamo di rappresentare, le priorità che indichiamo e i conflitti che intendiamo organizzare. Sono due piani collegati, ma non necessariamente coincidenti. Un'intesa elettorale può essere necessaria per affrontare una determinata scadenza senza comportare una condivisione complessiva del programma e della prospettiva politica. Allo stesso modo, l'autonomia di Rifondazione Comunista non può essere interpretata come il rifiuto preventivo di ogni convergenza. Dobbiamo fare tutto ciò che è politicamente necessario per tornare in Parlamento. La rappresentanza istituzionale è un terreno importante del conflitto e non possiamo rassegnarci a esserne esclusi. Ma dobbiamo sapere che cosa vogliamo portare in Parlamento e quale progetto intendiamo rafforzare attraverso quella presenza. Il punto non è scegliere astrattamente tra unità e autonomia, né contrapporre la necessità di un fronte alla difesa della nostra identità. Il punto è costruire convergenze efficaci senza delegare ad altri la definizione della nostra proposta politica. Dobbiamo saper distinguere i compromessi necessari per raggiungere un obiettivo comune dalla rinuncia a rappresentare interessi, bisogni e prospettive che altrimenti rischierebbero di rimanere senza voce. E questo ragionamento ci porta a una questione ancora più profonda: anche il miglior collocamento elettorale, da solo, non può risolvere la crisi della rappresentanza se non riusciamo a ricostruire una relazione concreta con i settori sociali che vogliamo rappresentare. Le ragioni del conflitto non mancano. I salari sono insufficienti, il lavoro è sempre più frammentato, la precarietà condiziona le vite, il diritto alla casa è diventato un problema enorme e le disuguaglianze aumentano. Eppure, tutto questo non si traduce automaticamente in organizzazione e mobilitazione. Spesso le persone vivono problemi simili, ma li affrontano individualmente. La frammentazione del mondo del lavoro ha indebolito i legami collettivi, mentre la pandemia ha accelerato un processo di isolamento e di perdita degli spazi di socialità che era già in corso. Non possiamo pensare che basti essere presenti sui social o produrre buone analisi per colmare questo vuoto. Una campagna può rendere visibile un problema; un partito deve contribuire a trasformarlo in una vertenza, la vertenza in una mobilitazione e la mobilitazione in un rapporto di forza. Quando le persone non trovano un'organizzazione capace di dare una risposta collettiva ai loro problemi, quello spazio non rimane vuoto. Può essere occupato dalla rassegnazione, dall'individualismo e dalla competizione tra persone che vivono condizioni simili. Oppure può essere occupato da chi offre una spiegazione semplice alle paure sociali, individuando un nemico nel migrante, nel vicino più povero o in chi vive una condizione ancora più fragile. La destra riesce spesso a trasformare il disagio in appartenenza politica perché offre una spiegazione e indica un avversario. La nostra sfida è trasformare quel disagio in consapevolezza degli interessi comuni e in capacità di organizzazione. E questo non si ottiene soltanto con una migliore comunicazione: si ottiene tornando a essere presenti nella vita concreta delle persone e contribuendo a organizzare le loro lotte. Un compagno, tempo fa, disse che Rifondazione oggi è come una squadra di calcio per la quale tante persone simpatizzano, ma per la quale non tifano più. E c'è una generazione che quella squadra non la conosce proprio. Credo che questa immagine ci ponga una questione concreta: non possiamo accontentarci di avere persone che condividono genericamente le nostre idee. Dobbiamo costruire le condizioni perché partecipino, si organizzino e riconoscano nel partito uno strumento utile per cambiare la propria condizione. Questa necessità diventa ancora più evidente davanti alle trasformazioni che abbiamo di fronte. Abbiamo bisogno di una proposta comunista capace di intervenire su queste trasformazioni, non limitandosi a descriverle o a denunciarle. Ma abbiamo anche bisogno di costruire la forza sociale necessaria per rendere quella proposta politicamente rilevante. Per questo il lavoro istituzionale, la costruzione delle alleanze e il radicamento sociale non possono essere pensati come percorsi separati: devono rafforzarsi reciprocamente.

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