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CPN 8 - 9 ottobre 2026

Dino Greco

Non userò nei confronti della minoranza il gergo denigratorio di cui invece la minoranza fa sfoggio sistematico, persino nei propri documenti, nei confronti della maggioranza e del segretario del partito. Si tratta di una modalità, di un costume che travalica ormai di gran lunga le asprezze che talvolta attraversano il confronto politico per caratterizzarsi come l'aggressione che si riserva agli avversari più ostili.
Non seguirò questa strada. Mi interessa di più discutere il merito delle argomentazioni riproposte nel testo che la minoranza ha proposto nella direzione di giovedì scorso e che i compagni e le compagne avranno senz'altro letto.
Quel testo, accanto a cose giuste che del resto appartengono ad un patrimonio politico comune, contiene però una clamorosa omissione che ne inficia in radice la proposta e la rende del tutto inutilizzabile nel frangente politico presente.
L'omissione, che fa piazza pulita del principio di realtà, riguarda il fatto che si trascura che al governo non c'è - genericamente - la destra, ma ci sono i fascisti che sempre più si presentano per ciò che sono sempre stati.
Pare che questo "dettaglio" semplicemente sfugga ad una parte dei compagni e delle compagne.
Ma in realtà non si tratta di una svista. Il fatto è che la presenza dei fascisti al governo non viene percepita come il problema principale, da affrontare ora, nelle condizioni date. Pare proprio non si capisca che la legge elettorale giunta a destinazione, il csd "melonellum", rende la competizione ancora più perfidamente truccata e dagli esiti politicamente devastanti. Una nuova vittoria del centrodestra, con lo spettacolare premio di maggioranza previsto per chi supera il 42% dei voti, con o senza Vannacci, spalancherebbe un'autostrada alla trasformazione dello stesso carattere dello Stato, preluderebbe all'affermazione di un regime liberticida, potenzialmente totalitario, protetto e blindato da uno Stato di polizia: una versione del sistema di potere quale mai si era conosciuta neppure negli anni più bui dell'epoca repubblicana.
Il disegno ormai neppure dissimulato è quello di cancellare definitivamente ogni traccia della Costituzione antifascista e colpire senza riguardi ogni forma di dissenso.
Ebbene, questa semplice constatazione dovrebbe indurre tutti noi ad abbandonare ogni riserva e a profondere ogni impegno per impedire che una simile sciagurata prospettiva si inveri. E poiché le nostre deboli forze non sono sufficienti è indispensabile realizzare un accordo con partiti e soggettività anche molto diversi da noi, con le quali non potremmo mai condividere un progetto di governo ma insieme alle quali, sommando i voti, potremmo raggiungere l'obiettivo di cacciare i fascisti. Poi avremmo altri conti da fare, perseguendo sino in fondo la nostra autonomia. Ma senza i fascisti fra i piedi. Anche scegliere coloro a cui fare l'opposizione dovrebbe essere un obiettivo non trascurabile per i comunisti.
Tuttavia per una parte di noi questo sarebbe troppo poco. Perché il Pd e le forze del centro-sinistra o del csd "campo largo" portano su di sé la responsabilità storica di avere generato le condizioni della vittoria della destra; perché quando è toccato a loro hanno compiuto disastri e perché, in definitiva, se tornassero in sella non farebbero di meglio. Qualcuno (o qualcuna) si spinge fino a dire "meglio Meloni della Schlein". In sostanza, dentro questo delirio politico si ripete, con qualche variante dovuta al diverso contesto storico, un'antico refrein: liberaldemocratici e sinistra light sono sostanzialmente equivalenti ai fascisti, dunque meglio rifugiarsi in una ridotta che non contribuisce a cambiare la realtà, ma testimonia la nostra purezza. Non si serve a niente, certo, ma la propria immagine è al sicuro. Credo di non sbagliare affermando che se Meloni non avesse truccato le elezioni con l'ulteriore colpo di mano che blinda il parlamento e impedisce a forze che non sono già rappresentate di entrare nella competizione elettorale, una parte di noi, inseguirebbe la velleitaria costruzione di un terzo polo elettorale di sinistra-sinistra. Col risultato del tutto certo, stante la camicia di forza della legge elettorale, di sottrarre voti al solo possibile modo di sconfiggere la destra. Meloni non potrebbe che ringraziare. Ed infatti si è applicata, sino ad ora con successo, per impedire che un fronte eterogeneo, il più ampio possibile, per quanto provvissorio, si coalizzi contro il suo governo.
La dottrina del socialfascismo degli anni trenta del secolo scorso e quella del liberalfascismo del nostro sciagurato presente hanno in comune il medesimo errore letale: fanno vincere il fascismo. Nel 1935 l'Internazionale comunista ebbe la forza di buttare a mare questa nefasta teoria, sostituendola con quella degli ampi fronti popolari che portarono alla sconfitta del nazismo e del fascismo. Noi, nel nostro piccolo, dovremmo avere imparato la lezione e sapere fare altrettanto, sia pure entro i limiti di una contesa elettorale.
La storia d'Italia - e dei comunisti in essa - ci viene ancora una volta in soccorso. Dal 1944 al 1948 i comunisti furono capaci di una formidabile duttilità tattica che seppe di volta in volta individuare il nemico principale e gli accordi che si resero necessari per combatterlo e vincerlo: nel 44, anche con i monarchici, per cacciare i nazisti e chiudere i conti col fascismo; poi nel 46, via i monarchici per fondare le basi dello Stato repubblicano; subito dopo la nuova aggregazione, quella che doveva costruire i fondamenti della nuova costituzione antifascista, con i socialisti (Nenni, Lelio Basso, Lombardi), con gli azionisti (Piero Calamandrei e Leo Valiani), con i cristiano-sociali di Dossetti e di La Pira, con Aldo Moro; infine, conquistata la Legge fondamentale, il fronte precedente si scompose di nuovo e si formarono i due schieramenti che si contesero il diritto di governare il Paese, comunisti e socialisti da una parte e democristiani e loro alleati dall'altra. Tutto nel giro di soli 4 anni. Coloro che furono alleati in una fase divennero avversari nell'altra e così via. I comunisti seppero muoversi come pesci nel mare, facendo accordi che permisero in ogni fase di fare muovere le cose, senza mai perdere di vista gli obiettivi di fondo, strategici, della propria politica e della propria concezione del mondo.
Ecco, oggi siamo di fronte ad un altro snodo della storia d'Italia. Dove sconfiggere i fascisti non significa, come è del tutto evidente, risolvere ogni cosa per intrupparsi felici nella compagine dai tratti inequivocabilmente liberisti del csd Campo largo. Ma togliere di mezzo il governo fascista significa impedire lo scacco definitivo alla democrazia e alla Costituzione; significa ridislocare la nostra battaglia su un terreno più avanzato, consente di lavorare meglio e con più possibilità di successo, a partire dalla lotta contro la guerra e contro i rischi sempre più evidenti di precipitare nel vortice di una guerra totale dagli effetti devastanti.
Si può fare questo, oppure rinculare nell'estremismo che rende tutto a parole magicamente possibile ma alla fine si riduce alla predicazione minoritaria che va a rimorchio della storia che fanno gli altri.

Se i ricorsi alla Corte non andranno a buon fine in tempo utile e non potremo presentare il simbolo per le vie tradizionali dovremo escogitare qualsiasi modalità che ci consenta di rendere utili i voti di Rifondazione. Non farlo, rassegnarci alla emarginazione coatta di Rifondazione dalla vita democratica renderebbe completa la vittoria di Giorgia Meloni. E questo scenario politicamente catastrofico è cosa che davvero non possiamo permetterci.

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