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CPN 8 - 9 ottobre 2026

Riccardo Gandini

Vorrei partire dal percorso che abbiamo fatto finora. Al Congresso abbiamo approvato una linea politica che poneva la guerra al centro della nostra iniziativa, con parole d'ordine importanti che oggi dobbiamo verificare alla luce di quanto è accaduto. Purtroppo, si ripropone una tradizione negativa del nostro Partito: disattendere le decisioni congressuali in nome della tattica elettorale.

Oggi ci viene detto che una parte consistente del centrosinistra considera irrinunciabile il sostegno all'invio di armi all'Ucraina e non intende metterlo in discussione. Parliamo di un Paese al quale l'Italia ha destinato, direttamente o attraverso fondi europei, miliardi di euro, senza contare le autorizzazioni all'esportazione di armamenti e il sostegno militare indiretto ai conflitti internazionali.

Ci viene anche detto che sollevare questa questione rischierebbe di dividere il fronte antifascista. Ma l'antifascismo è la nostra bussola e, proprio per questo, dobbiamo conoscere le radici storiche del fascismo. La sua affermazione fu strettamente legata alla Prima guerra mondiale: milioni di persone massacrate, mutilate, impoverite e disilluse, educate alla violenza, che venne poi utilizzata contro le organizzazioni dei lavoratori e messa al servizio dei padroni.

Per questo oggi non possiamo accettare il riarmo, l'invio di armi e la trasformazione della nostra economia in economia di guerra. Assistiamo a un'involuzione militarista che cerca di rendere accettabile la militarizzazione attraverso formule apparentemente progressiste: l'uso delle armi per scopi umanitari, i fondi NATO presentati come strumenti per migliorare il welfare e gli investimenti strategici non militari. Queste contraddizioni non vanno nascoste, ma denunciate in ogni sede.

Eppure, nelle interviste e nel dibattito pubblico vediamo soprattutto discussioni sulle alleanze e sulle tattiche elettorali. Non basta ribadire le nostre posizioni in questo CPN o durante qualche festa locale: dobbiamo portarle nelle piazze, nelle lotte e in ogni occasione pubblica. Se chi consideriamo alleato rifiuta di mettere in discussione l'invio di armi e la militarizzazione, non possiamo diventare complici in nome di un'alleanza fine a sé stessa.

Come ci è stato ricordato anche da Ferrero, il rischio è quello di costruire coalizioni ambigue, capaci di raccogliere un generico malcontento verso il bipolarismo, ma prive di una prospettiva politica chiara. Dobbiamo tornare a rappresentare chi oggi non si sente rappresentato e non vuole affidarsi all'ufficio marketing dei democratici.

I paragoni con altri Paesi non reggono se dimentichiamo che lì esistono partiti consolidati, capaci di agire mantenendo un proprio profilo e una propria identità. Noi, invece, rischiamo di perdere la nostra, in un Paese profondamente egemonizzato dagli Stati Uniti.

Anche le ipotesi illustrate dal Segretario sul modo in cui potremmo presentarci alle elezioni politiche destano preoccupazione: un candidato inserito in una lista altrui, con il nostro simbolo relegato magari in un angolo, nella speranza di ottenere un gruppo parlamentare. Nel frattempo, le scadenze si avvicinano e non siamo ancora in grado di dare risposte chiare agli iscritti che ci chiedono cosa accadrà nella primavera del 2027.

Il Congresso aveva rilanciato l'autonomia e l'identità del Partito. Oggi rischiamo di aver perso la bussola, senza sapere come rappresentarci, dentro o fuori dal campo largo.

La domanda, quindi, è semplice: dopo la primavera del 2027, aspetteremo l'inverno rassegnati al nostro destino oppure sapremo rialzarci già nell'estate, tornando protagonisti e indicando una prospettiva credibile?

Una prospettiva capace di smuovere le coscienze e restituire la volontà di lottare a chi non l'ha mai avuta o l'ha perduta.

È questo il compito che abbiamo davanti: recuperare autonomia, identità e capacità di conflitto, riportando la nostra linea politica fuori dai documenti e dentro la società.

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