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CPN 8 - 9 ottobre 2026

Stefano Galieni

Ascolto da tempo interventi, nelle nostre riunioni, che sembrano attenere alla letteratura distopica, in cui, dentro scenari futuribili e foschi, l'io narrante percepisce la società in maniera avulsa dalla realtà. Si delineano in alcune visioni masse di proletarie/i in attesa, come in una fase prerivoluzionaria, il cui unico pensiero è "come fermare la NATO" ma, soprattutto, come schiacciare l'odiato moloch del Partito Democratico. Purtroppo, frequentando, nella parzialità, spazi di resistenza sociale che a volte riescono a riempire le piazze, di questo fervore da presa del Palazzo d'Inverno o almeno del "Nazareno", non scorgo traccia alcuna. Vedo dove c'è una riattivazione politica, sociale e culturale e soprattutto dove non si è mai cessato di praticare forte radicalità, una salda consapevolezza del presente che porta a considerare prioritario, senza nulla perdonare alle aggregazioni di centro sinistra o ai governi tecnici, l'urgenza di impedire che un regime si affermi. Anche nelle città devastate dalla speculazione edilizia e finanziaria, indipendentemente dal colore delle giunte che le amministrano, il bisogno di fare fronte, anche a volte con chi è stato causa di tale disastro, provando a pretendere forte discontinuità col passato. Aggregazioni sociali che ancora cercano rappresentanza politica non per interesse privato ma per modificare lo stato di cose esistenti, accettando anche interlocuzioni con una politica che non è immutabile. Come Partito, ascoltando gli umori palpabili delle persone, soprattutto delle nuove generazioni, si tratta di difendersi dalla realizzazione di un regime fascistoide che fa della propensione alla guerra e all'autoritarismo il suo carattere distintivo. Per questi uomini e queste donne la richiesta è di riappropriazione di spazio e di diritto al futuro, non di poter issare una bandiera rossa sul palazzo del potere, forse perché sono ben consapevoli della pervasività della distribuzione di detti luoghi. Ogni componente di quel 50% e forse oltre di chi non vota, ha una propria motivazione. C'è chi ritiene gli spazi della politica vuoti di significato, chi è parte integrante di una rivoluzione passiva e lascia che altri decidano al suo posto, chi, in un paese altamente depoliticizzato, non ha strumenti analitici necessari, chi vive la propria partecipazione oramai unicamente da spettatore in talk show televisivi o in dibattiti social e chi, semplicemente, non ha tempo per pensare al futuro per sopravvivere al presente. Un ragionamento generalizzato il mio, che si unisce ad una disaffezione e perdita di credibilità delle organizzazioni politiche esistenti, di cui siamo parte in causa. E, sempre nella distopia, lascia interdetti, ascoltare fra i propugnatori di un millenarismo rivoluzionario in cui la classe di riferimento è assente o esiste solo nell'immaginario, compagne e compagni che di questa disfatta sono stati protagonisti e complici. Aver fatto parte di un governo che nel dicembre 2007, non si è opposto al primo pacchetto sicurezza è o non è far parte del problema? Aver imposto, nella regione in cui vivo, una candidata presidente della regione come Emma Bonino, già guerrafondaia e in sintonia con il ruolo della NATO, aver dal 2006 annullato la presenza del nostro simbolo nelle competizioni elettorali, è o non è essere parte del problema? Provo a chiuderla dicendo che da giovane contestavo aspramente quelli che ritenevo scelte contrarie alle esigenze della classe dell'allora PCI. Esisteva un umus articolato, c'era una cultura politica che legavano queste contestazioni a chi si percepiva come fuori da ogni possibilità di avanzamento sociale. Sentirmi, come mi capita spesso nelle nostre riunioni, sermoni rivoluzionari da chi, negli anni immediatamente successivi, ha fatto parte di amministrazioni di città importanti, del parlamento, delle giunte regionali e oggi in pieno furore millenaristico e in assenza di concrete proposte alternative, si erge, in maniera più o meno dichiarata, a propugnatore della logica del "tanto peggio, tanto meglio", rende ancora più evidenti le ragioni della scarsa credibilità, in buona parte del Paese, del nostro comune (?) partito. I proletari di cui ci si riempie la bocca, non avendo problemi rispetto al pagamento delle bollette o dei beni di prima necessità, non sono interessati alla nostra distanza da forze politiche, complici e/o conniventi con gli orrori del passato. Esigono risposte e proposte concrete per provare ad avere un tassello di fiducia in noi e si augurano che queste proposte trovino spazio e rappresentanza, altrimenti restano belle intenzioni. E non è con la ritrovata escludente purezza rivoluzionaria che si cambia il paese.

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