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CPN 8 - 9 ottobre 2026

Daniela Alessandri

Compagne e compagni,
voglio partire da una questione decisiva: quale funzione politica vuole svolgere oggi Rifondazione Comunista?
La linea perseguita da Acerbo non è soltanto sbagliata: rischia di accompagnare Rifondazione alla dissoluzione, trasformando un partito nato per costruire un'alternativa di classe in una presenza subalterna, senza autonomia, riconoscibilità e, infine, senza ragione di esistere.
Viviamo una crisi strutturale del capitalismo neoliberista, aggravata dal declino dell'egemonia occidentale e dall'aggressività dell'imperialismo statunitense. La guerra conserva il dominio e riorganizza le nostre società: il riarmo sottrae risorse ai diritti sociali e restringe gli spazi democratici. Non è solo politica estera. È una scelta di classe.
Le mobilitazioni contro il genocidio in Palestina e le lotte per la casa, il lavoro e i servizi pubblici dimostrano che esiste una disponibilità al conflitto. Manca però una forza capace di ricomporre queste battaglie in un progetto di trasformazione. Questa dovrebbe essere la funzione di Rifondazione. Invece la maggioranza insegue il campo largo, assumendo come orizzonte quel bipolarismo che abbiamo sempre combattuto.
Da una parte una destra reazionaria, autoritaria e razzista; dall'altra un centrosinistra liberale che, con privatizzazioni, austerità e precarizzazione, ha contribuito a creare le condizioni materiali della crescita delle destre. Non sono forze identiche, ma nessuna rappresenta un'alternativa al capitalismo neoliberista.
L'antifascismo non può ridursi al male minore: deve essere emancipazione sociale. Non si combattono le destre alleandosi senza condizioni con chi alimenta le disuguaglianze sulle quali prosperano.
La collocazione elettorale sembra ormai un fine in sé, anche a costo di sacrificare programma e identità comunista. Il problema non è soltanto il simbolo: perderlo sarebbe la manifestazione visibile della rinuncia alla nostra funzione politica. Non possiamo denunciare il bipolarismo e poi accettarlo come limite invalicabile della nostra strategia.
C'è inoltre una questione gravissima di democrazia interna: su scelte che cambiano la natura del partito, gli iscritti non vengono realmente coinvolti. Chiedere di ratificare decisioni già prese, escludendo le alternative, non è partecipazione democratica.
Guardiamo a Roma. L'amministrazione Gualtieri consegna patrimonio pubblico e territorio alla rendita e alla finanza: gli ex Mercati Generali concessi per sessant'anni a un privato per 165 mila euro annui, lo stadio di Pietralata, l'inceneritore di Santa Palomba. Intanto affitti insostenibili, turistificazione e studentati privati espellono i ceti popolari. E questa non è un'amministrazione di destra. È del Partito Democratico.
Come possiamo combattere queste politiche nei territori e cercare un'alleanza nazionale con chi le realizza? Senza una rottura con quel modello, la contraddizione è insanabile.
Rifondazione deve fare della lotta alla finanziarizzazione delle città, alla svendita del patrimonio pubblico e alla rendita immobiliare una priorità nazionale: blocco degli sfratti, edilizia pubblica, salario minimo di 12 euro, patrimoniale, sanità pubblica, opposizione alla guerra e al riarmo. Sono fronti dello stesso conflitto di classe.
Non abbiamo bisogno di un partito che baratti la propria autonomia con la sopravvivenza elettorale. Abbiamo bisogno di una forza comunista radicata nelle lotte, capace di rompere con le compatibilità del capitalismo e costruire un'alternativa ai due poli.
La questione non è trovare un posto a Rifondazione nel sistema esistente. È decidere se vogliamo ancora essere un partito comunista o diventare un'appendice della sinistra liberale.
Un partito comunista che rinuncia alla propria autonomia per sopravvivere elettoralmente ha già cominciato a scomparire. E noi non siamo qui per accompagnarne la dissoluzione. Siamo qui per impedirla.

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