CPN 27 - 28 giugno 2026
Stefano Vento
Ciao a tutte e tutti,
consentitemi una considerazione iniziale. Trovo sinceramente stucchevole che il confronto interno scivoli in una logica permanente di contrapposizione tra correnti, come se il partito fosse una trincea invece che uno strumento di iniziativa politica. Non è questo il livello di confronto che serve oggi.
Abbiamo appena ottenuto un risultato importante: abbiamo conquistato un comune di 57 mila abitanti e abbiamo un nostro sindaco. Pensavo che oggi avremmo dedicato più tempo a capire perché quella esperienza ha funzionato e cosa possiamo imparare da essa. Invece finiamo per parlamentarizzare il nostro dibattito interno. E, onestamente, credo che questo non ci aiuti.
Lo dico anche perché ho ascoltato molte perplessità sul percorso del fronte costituzionale, motivate dall'idea che il rapporto con altre forze politiche, a partire dal Partito Democratico, implichi una sorta di allineamento stabile. Francamente non condivido questa lettura.
Noi non stiamo costruendo un'alleanza organica né un progetto politico unitario. Stiamo proponendo un cordone sanitario contro una destra sempre più reazionaria e sempre più vicina a culture politiche che mettono in discussione i principi fondamentali della Costituzione. Perché il centrosinistra e una destra che propone l'emigrazione non sono la stessa cosa, e qualcuno qui dentro, purtroppo, lo pensa.
Il punto è un altro: capire se, di fronte a questa destra, siamo capaci di costruire convergenze democratiche sui terreni di volta in volta necessari, senza rinunciare alla nostra autonomia politica, culturale e programmatica.
E aggiungo una cosa rispetto a una critica che sento spesso: che questo percorso ci farebbe perdere i giovani. Io non credo sia così. I giovani non si allontanano perché esiste un fronte costituzionale. Si allontanano quando la politica smette di incidere sulla loro vita reale.
E questo mi porta a una riflessione più generale.
A me sembra che una parte della destra oggi svolga una funzione ben precisa: spostare il conflitto dal terreno sociale a quello identitario. Vannacci è l'esempio più evidente di questo meccanismo. Mentre discutiamo di migranti, sicurezza e provocazioni mediatiche, spariscono dal dibattito temi come salari, rendite, redistribuzione della ricchezza, patrimoniale, diritto alla casa e sanità pubblica.
Il problema non è soltanto che si parla delle cose sbagliate. È che si impedisce di parlare delle cose giuste. Quando il conflitto diventa identitario, il conflitto di classe scompare. E quando il conflitto di classe scompare, a vincere sono sempre gli stessi interessi economici.
In questo senso non credo che figure come Vannacci siano un incidente del sistema, ma uno dei meccanismi attraverso cui il sistema politico-mediatico neutralizza anche le deboli spinte di classe presenti nel Paese.
La politica non si gioca solo sulle risposte. Si gioca, prima ancora, sulla capacità di stabilire quali sono le domande che un Paese si pone. Chi decide l'agenda del dibattito pubblico ha già conquistato una parte dello scontro politico.
Per questo è interessante l'esperienza di Mamdani. Non perché pensi che si possano importare modelli politici da un Paese all'altro, ma perché credo che lì ci sia una lezione importante.
Molti stanno interpretando le vittorie dei candidati appoggiati da Mamdani nelle primarie democratiche di New York come l'ennesima affermazione dell'ala progressista. A me sembra che il punto centrale sia un altro.
Mamdani non sta solo ottenendo risultati elettorali. Sta riuscendo a orientare il dibattito pubblico, costringendo anche chi lo contesta a confrontarsi sui temi che ha imposto. Tant'è che ieri notte Trump gli ha dato del comunista. E, francamente, non mi pare che lo sia.
È questo che distingue una proposta politica capace di incidere: la capacità di definire le priorità e costringere gli altri a misurarsi con esse.
Negli ultimi anni molte forze progressiste hanno spesso reagito alle iniziative degli avversari, accettandone il terreno di scontro. Mamdani sta facendo l'opposto: detta l'agenda e obbliga gli altri a inseguirla.
Credo che questa sia una lezione anche per noi. La destra oggi non vince perché convince tutti sulle sue risposte. Vince perché riesce a imporre le domande. Il compito della sinistra è tornare a decidere di cosa si discute nel Paese.
Ad esempio, in questi giorni, la crisi climatica non è più un tema astratto ma una realtà materiale che si manifesta con ondate di calore e siccità.
Eppure anche sulla crisi climatica rischiamo di cadere nella stessa trappola. Se lasciamo che siano altri a raccontarla, diventerà solo un tema di divieti, sacrifici e paure. Noi dobbiamo riportarla sul terreno della giustizia sociale. Perché la crisi climatica non è soltanto un problema ambientale: è il modo in cui le disuguaglianze si manifestano nel XXI secolo.
Non tutti subiscono il cambiamento climatico allo stesso modo. Non chi può rifugiarsi in una seconda casa quando arrivano quaranta gradi. Lo pagano gli operai nei cantieri, i braccianti nei campi, chi consegna pacchi in bicicletta, chi vive nelle periferie prive di verde e di servizi, gli anziani che non possono permettersi di tenere acceso un condizionatore. E lo pagano territori come il nostro, che stanno diventando uno degli epicentri della crisi climatica europea.
Per questo noi non dovremmo parlare semplicemente di transizione ecologica ma di giustizia climatica. Perché la transizione o è pubblica, pianificata e redistributiva, oppure diventerà un nuovo fattore di disuguaglianza.
E lo stesso vale per le grandi trasformazioni tecnologiche che stiamo vivendo. Anche l'intelligenza artificiale viene raccontata come un fenomeno neutrale, inevitabile, quasi immateriale. Ma dietro ogni algoritmo ci sono enormi data center che consumano energia e acqua, ci sono lavoratori, ci sono interessi economici, c'è un enorme tema di controllo democratico. Anche qui la domanda non è se usare l'intelligenza artificiale, ma chi la controlla e nell'interesse di chi.
Concludo.
Se lasciamo che siano altri a decidere di cosa si discute, saremo sempre costretti a rincorrere. Se invece torniamo a parlare del lavoro, dei salari, della casa, della sanità, del clima come questione di classe e della redistribuzione della ricchezza, allora potremo tornare a costruire egemonia.
La sfida di Rifondazione non è semplicemente avere ragione. È fare in modo che il Paese torni a discutere delle ragioni della sinistra.
Noi discutiamo spesso di come far sopravvivere Rifondazione. Io credo che la vera domanda sia un'altra: come renderla di nuovo necessaria.