CPN 27 - 28 giugno 2026 - OdG

Per una transizione ecologica socialista e democratica: no al nucleare, stop all'eolico selvaggio e al fotovoltaico a terra. L'energia deve partire dal basso

Le recenti, insistenti pressioni politiche e industriali volte a riabilitare l'energia nucleare in Italia, spacciandola per una "soluzione pulita" alla crisi climatica, impongono una presa di posizione netta, di classe e senza infingimenti. Ribadiamo il nostro no all'energia nucleare. Il nucleare attuale non è né sicuro, né pulito, né democratico. È una tecnologia centralizzata, militarizzata, dai costi economici esorbitanti che puntualmente ricadono sulle spalle della collettività, e che lascia in eredità alle future generazioni il dramma irrisolto delle scorie radioattive. Dire sì al nucleare significa perpetuare un modello di sviluppo predatorio e sottrarre risorse finanziarie pubbliche che dovrebbero essere immediatamente destinate alla vera transizione: quella verso le energie rinnovabili e l'efficienza energetica. Tuttavia, rifiutare il nucleare non significa accettare passivamente il modello speculativo con cui oggi vengono gestite le fonti rinnovabili. Intere aree dell'Appennino centro - meridionale , isole comprese - subiscono la ferita profonda dell'eolico "selvaggio" e del fotovoltaico a terra. Siamo di fronte a una vera e propria eversione paesaggistica e ambientale mascherata da "green". Grandi multinazionali dell'energia, con la complicità di politiche regionali e nazionali scellerate, stanno aggredendo i nostri crinali, devastando l'identità visiva e la biodiversità delle nostre montagne con foreste di acciaio alte centinaia di metri. Al contempo, distese sterminate di specchi di silicio a terra sottraggono suolo agricolo fertile, desertificando l'economia rurale e accelerando lo spopolamento delle aree interne. Questo non è ambientalismo: è "colonialismo energetico", un profitto privato estratto a spese dei territori senza alcun reale beneficio per le bollette dei lavoratori e delle lavoratrici locali. Esiste un'alternativa? Sì, ed è l'unica che riteniamo compatibile con una visione socialista e pianificata della società, la produzione di energia dal basso, diffusa e democratica. Per smontare la retorica secondo cui "per fare le rinnovabili bisogna sacrificare i campi", basta leggere i dati ufficiali dell'ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). I rapporti dell'ISPRA sul consumo di suolo certificano che la superficie netta di tetti e coperture già esistenti e disponibili in Italia per l'installazione di impianti fotovoltaici varia tra gli 870 e i 1.137 chilometri quadrati. Sfruttando unicamente questi fabbricati, si stima la possibilità di installare una potenza variabile tra gli 84 e i 110 GW. Questi numeri dimostrano scientificamente che non c'è alcun bisogno di consumare un solo metro quadro di suolo agricolo o naturale. La priorità assoluta deve essere la mappatura e la copertura fotovoltaica di: - Capannoni industriali e artigianali. - Edifici pubblici, scuole e ospedali. - Aree urbane degradate, parcheggi e zone interrate. Chiediamo che la transizione solare parta da qui, attraverso investimenti pubblici e norme chiare che sgancino i cittadini dal ricatto delle multinazionali del fossile e del green-washing. Laddove l'integrazione con l'agricoltura è necessaria, essa deve avvenire a beneficio della terra e di chi la lavora, non dei fondi d'investimento. L'esempio positivo da seguire è quello sperimentato con successo nei vigneti in Francia (come nei progetti agrivoltaici dinamici nel Roussillon o nella valle del Rodano). In quelle realtà, i pannelli fotovoltaici non sostituiscono le colture, ma vengono installati "sospesi" sopra le viti. Attraverso sistemi orientabili, i pannelli proteggono le piante dagli eventi climatici estremi provocati dal surriscaldamento globale — come le ondate di calore estive, la siccità e le gelate tardive — modulando l'ombra e riducendo lo stress idrico della pianta. Il risultato è duplice: si produce energia pulita e, contemporaneamente, si salvaguarda la qualità e la resa del raccolto agricolo. Questo modello dimostra che la tecnologia può essere un alleato dell'agricoltura contadina e d'eccellenza, a patto che la terra rimanga viva, coltivabile e nelle mani degli agricoltori. Per queste e altre ragioni si impegna tutto il partito della Rifondazione Comunista ,ad elaborare una proposta politica complessiva a riguardo a cui fare seguire una mobilitazione nazionale di informazione e controinformazione, con lo scopo di sensibilizzare e formare l'opinione pubblica e renderla massa critica capace di opporsi al colonialismo del capitalismo del verde.

Primi firmatari:

Tony Della Pia
Antonio Marzio Liuzzi
Michela Arricale

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