CPN 27 - 28 giugno 2026
Stefano Grondona
Cari compagni e care compagne,
prendo la parola oggi con un profondo senso di preoccupazione, ma anche di forte indignazione per quanto sta accadendo all'interno del nostro Partito. Siamo di fronte a un fatto di una gravità inaudita, un vero e proprio vulnus democratico che colpisce al cuore l'identità stessa di Rifondazione Comunista.
Più di 2.500 iscritti – una cifra di gran lunga superiore alla soglia minima prevista dall'articolo 15 del nostro Statuto – hanno firmato e depositato regolarmente una richiesta di consultazione della base. Una richiesta legittima, limpida, che chiede di dare la parola a chi il Partito lo vive e lo sostiene ogni giorno, per decidere insieme la nostra collocazione politica alle prossime elezioni nazionali e costruire un'alternativa reale al PD e al centrosinistra.
Davanti a questa straordinaria spinta democratica che viene dal basso, la risposta dei vertici è stata un muro di gomma giuridico e politico. La maggioranza del Collegio Nazionale di Garanzia (5 membri su 9), politicamente legata alla mozione del Segretario Nazionale Acerbo, ha scelto di bocciare il quesito. E con quale motivazione? Sostenendo, di fatto, che la base non avrebbe il diritto di esprimersi sulla collocazione politica del Partito.
Compagni, questa tesi è giuridicamente insostenibile e politicamente scandalosa.
Nessuna norma vieta questa consultazione.
Lo Statuto dice l'esatto contrario. L'articolo 15, comma 3, prevede espressamente la possibilità di consultare gli iscritti proprio sulla collocazione politica.
Non c'è nessun appiglio regolamentare, nessuna interpretazione plausibile. I membri del Collegio di Garanzia espressi dalla maggioranza non si sono comportati come garanti super partes delle regole comuni, ma come militanti di parte.
Ma il paradosso raggiunge il culmine nel documento del CNG laddove cita e ritiene legittima la consultazione sulla collocazione politica che intende proporre il documento 1. Ci viene detto che la base non può proporre un quesito sulla collocazione politica adesso, ma allo stesso tempo ci viene detto che lo stesso quesito può essere proposto dal gruppo dirigente in futuro.
La verità è scritta nero su bianco: per loro la collocazione politica si può votare solo se il quesito lo formula la maggioranza, e rigorosamente a tre mesi dalle elezioni. Cioè a giochi fatti, a liste pronte, quando non ci sarà più lo spazio politico e temporale per costruire alcuna alternativa al centrosinistra e saremo costretti a rimorchio del PD.
Non si può sostenere che un quesito è illegittimo se lo propone la minoranza insieme a migliaia di iscritti, e diventa improvvisamente legittimo se lo propone la maggioranza. Questa non è politica, questo è un doppio standard intollerabile.
La verità politica dietro questo sbarramento burocratico è una sola: avete paura. Avete paura di sentire la voce degli iscritti oggi. Avete paura che la base del Partito bocci la linea del ritorno nel centrosinistra e scelga la strada dell'autonomia e dell'alternativa.
Impedire il voto democratico significa commissariare la base. Se si toglie la parola agli iscritti su una scelta così decisiva per il futuro della sinistra nel nostro Paese, si cancella la natura stessa di Rifondazione Comunista come partito democratico e di classe, trasformandolo in un comitato elettorale verticistico.
Compagni, non possiamo accettare questo sopruso. Chiediamo il ripristino della legalità statutaria e il rispetto dei 2.500 firmatari. Restituire la parola alla base non è una concessione della maggioranza, è un dovere sovrano a cui nessuno, tantomeno il Segretario Nazionale, può sottrarsi.
Ridate la parola agli iscritti, subito!