CPN 27 - 28 giugno 2026 - Documento respinto
Diamo la parola alle compagne e i compagni . Per salvare Rifondazione Comunista. Per l'alternativa alla guerra, al riarmo, all'autoritarismo, al liberismo
La fase politica che stiamo attraversando è segnata sul piano internazionale dalla positiva tregua della guerra israelo-statunitense contro l'Iran, ma anche dalla prosecuzione del genocidio del popolo palestinese, dall'aggressione militare al Libano, dall'intensificazione delle spinte militariste e belliciste dell'Unione Europea contro la Russia, dal rapimento del legittimo capo di Stato venezuelano Maduro e dall'intensificazione dell'assedio di Cuba da parte degli USA.
La tregua della guerra contro l'Iran è in realtà una sconfitta molto dura dell'imperialismo Usa e rende evidente l'impossibilità di utilizzare la potenza delle armi per arrestare il declino economico e geopolitico, riappropriarsi di una posizione di dominio sui piani economico, tecnologico e finanziario e impedire l'avanzata di un mondo multipolare.
Israele continua a portare avanti, col sostegno e la complicità degli Usa e della Ue, il genocidio del popolo palestinese sia a Gaza che in Cisgiordania e l'aggressione militare Criminale del Libano
In Europa la maggioranza di Ursula von der Leyen, sostenuta anche dal Pd, prosegue la corsa al riarmo, alle spese militari a sostegno della guerra in Ucraina, nella quale è sempre più grande il coinvolgimento dei paesi UE e della NATO nelle operazioni offensive all'interno dei confini russi, mentre continua martellante la campagna ideologica antirussa con la menzogna di una presunta minaccia ai paesi europei. Appare chiarissimo che l'Unione Europea e i principali governi europei stanno puntando ad una escalation che ci porta alla guerra con la Russia.
Lo scenario bellico si accompagna a una criminalizzazione di ogni forma di dissenso, a un divorzio sempre più accentuato tra capitalismo e democrazia, con repressioni e governance tecnica che sacrificano i diritti sociali. In Europa, la corsa al riarmo NATO distrugge il welfare e l'industria civile, mentre l'aumento dei costi energetici e le sanzioni alla Russia impoveriscono il continente. L'UE si conferma così braccio politico della Nato, applicando un "pilota automatico" che unisce liberismo e politiche di guerra, calpestando la democrazia. All'interno di queste dinamiche debbono essere interpretati e combattuti anche i fenomeni fascistoidi che si presentano in vari paesi.
Sul piano interno Il governo di destra, pur sconfitto nel tentativo di modificare la Costituzione, trova la sua principale forza nella mancanza di un'alternativa credibile da parte dell'opposizione parlamentare, specialmente sui temi cruciali della crisi economica, della guerra e delle spese militari.
Le differenze tra i due schieramenti su una serie di nodi centrali risultano quasi impercettibili: gli invii di armi all'Ucraina, il riarmo italiano ed europeo e il sostegno a Ursula von der Leyen mostrano una convergenza sulle politiche di guerra. Analogamente, mancano proposte alternative su nodi strutturali come il ruolo pubblico nell'economia, il superamento delle sanzioni alla Russia, la lotta al sistema di guerra e la difesa del welfare.
Questa assenza di alternativa si estende anche a elementi di fondo della cultura politica, come il DDL che equipara antisionismo e antisemitismo, promosso con il pieno coinvolgimento del Partito Democratico tra voti favorevoli e astensioni.
In questo quadro si situa la presentazione, da parte del governo, di una legge elettorale ipermaggioritaria ed antidemocratica, palesemente anticostituzionale, che accentua gli elementi di bipolarismo già presenti. Contro questa legge liberticida occorre costruire il massimo della mobilitazione popolare, non in nome della difesa dell'attuale legge elettorale, ma per porre il tema del ripristino del proporzionale, unico sistema elettorale in grado di garantire una ampia partecipazione popolare e quindi di alimentare il circuito democratico.
I risultati delle elezioni amministrative, nonostante la sconfitta delle destre al referendum sulla giustizia svoltosi nei due mesi precedenti, hanno confermato una sostanziale tenuta delle destre e la grande difficoltà dello schieramento di centrosinistra di apparire nel Paese come un'alternativa credibile
Il risultato del voto nel referendum aveva prodotto un clima di euforia nei partiti del centrosinistra, che lo avevano interpretato come l'avvio di una flessione dei consensi del centrodestra e come la premessa di una futura vittoria contro le forze di governo.
I risultati hanno mostrato l'infondatezza di questa previsione e, ancora una volta, una distanza profonda dal senso comune diffuso tra i giovani, tra ampi settori del mondo del lavoro e tra i ceti popolari del nostro Paese.
Non solo quella vittoria annunciata non si è realizzata, ma il centrosinistra ha dovuto registrare sconfitte particolarmente pesanti, come a Reggio Calabria e a Venezia: nel primo caso perdendo una città amministrata, nel secondo confermando l'incapacità di scalfire un centrodestra che governa da anni.
Un'altra indicazione di grande rilievo è arrivata dal voto giovanile. Contrariamente a quanto il centrosinistra aveva illusoriamente previsto, le giovani generazioni non lo hanno premiato e il loro comportamento elettorale non ha confermato le aspettative costruite dopo il voto referendario.
Nel documento presentato in Cpn il 12 aprile eravamo stati facili profeti: la grande partecipazione e il forte protagonismo giovanile nel referendum, in particolare quello della cosiddetta "generazione di Gaza", nascevano dalla possibilità di esprimersi su una scelta chiara e netta in difesa della Costituzione, percepita come l'ultimo argine contro la guerra, la precarietà e la demolizione dei diritti. Le elezioni amministrative hanno invece presentato un quadro molto diverso, nel quale le differenze tra i due schieramenti risultano spesso evanescenti. In particolare, sui temi della guerra, della precarietà e della distruzione dei diritti del lavoro e del welfare, le responsabilità del centrosinistra non appaiono inferiori a quelle del centrodestra.
Non è dunque un caso che quell'abbaglio sia stato smentito dai fatti. Non solo il recupero annunciato non si è verificato, ma è cresciuto l'astensionismo e a mancare all'appello sono state proprio quote importanti dell'elettorato giovanile.
Il Prc ha partecipato alla competizione elettorale con modalità e risultati differenti in situazioni diverse. Dall'analisi dei risultati ottenuti emergono alcune conclusioni politiche di fondo:
1. Dove il nostro partito si è presentato all'interno di coalizioni di centrosinistra, i risultati sono stati pesantemente negativi: la media si colloca attorno all'1%.
2. Dove ci siamo presentati in alternativa ai poli esistenti, la media dei voti è stata più che tripla e si registrano diverse situazioni in cui le liste hanno superato il 4%, il 5% e, in alcuni casi, anche il 6% dei consensi.
3. Dove abbiamo applicato un criterio simile a quello indicato dall'esperienza di France Insoumise che ha costruito l'unità della sinistra attorno alla propria leadership e solo dopo aver acquisito un peso determinante ha dato vita a coalizioni di centrosinistra — abbiamo ottenuto risultati molto positivi. A Molfetta e Mortara, con un nostro candidato sindaco alla guida delle coalizioni, siamo risultati il primo partito e, nel caso di Molfetta, abbiamo portato la coalizione al ballottaggio superando il centrodestra.
Ne esce smentita la narrazione che ha attraversato il dibattito congressuale, secondo cui nel centrosinistra o nel cosiddetto "campo largo" il PRC sarebbe finalmente tornato a eleggere. I fatti mostrano esattamente il contrario: si può eleggere e crescere fuori dal centrosinistra, come aveva già segnalato il significativo risultato ottenuto a Firenze, la cui lezione è stata colpevolmente rimossa dal dibattito nel partito, come del resto l'ottimo risultato toscano, messo immediatamente nel dimenticatoio.
Scegliendo di allearsi con il centrosinistra, il PRC taglia i ponti con quelle aree sociali che continuano a riconoscere in Rifondazione una possibile alterità rispetto ai partiti di sistema e rinuncia a interloquire con quelle fasce, soprattutto giovanili, che si sono mobilitate contro la guerra e contro il genocidio del popolo palestinese. Così facendo, proprio nel momento in cui si moltiplicano le domande di alternativa, in cui l'economia di guerra inizia a produrre disastri sociali Rifondazione rinuncia al proprio ruolo storico di connettore politico e sociale delle forze disponibili a costruire un'alternativa ai poli esistenti.
Il fatto che pesa a sinistra non è la mancanza di soggetti politici e sociali disponibili a costruire percorsi di alternativa ai poli politici esistenti, come dimostrano i pronunciamenti e le iniziative in questa direzione che si susseguono in questo periodo, quello che manca è Rifondazione Comunista che con la sua forza e la sua cultura politica è assolutamente necessaria al fine di unificare le diverse soggettività e i diversi percorsi presenti nel campo dell'alternativa. Per questo la scelta di collocarsi all'interno del perimetro del campo largo non è solo inefficace sul piano politico, ma indebolisce e apre un vuoto assolutamente negativo nella costruzione di una coalizione popolare contro il liberismo, la guerra, la NATO, le spese militari, le politiche liberiste ed antipopolari e il fascismo, in alternativa al centro destra come al PD.
La costruzione di un'ampia coalizione popolare contro la guerra, il riarmo, il taglio della spesa sociale e le politiche neoliberiste, in difesa della Costituzione contro l'involuzione autoritaria e dell'unità del Paese corrisponde alle aspettative di ampi settori sociali — giovani, donne, lavoratrici, lavoratori e ceti popolari — che da molti anni non trovano rappresentanza effettiva negli schieramenti che hanno governato negli ultimi anni.
Per questo, il compito che abbiamo di fronte non può essere quello di ripercorrere strade da cui siamo usciti sconfitti nel passato, riproponendo la subalternità a schieramenti che hanno ampiamente dimostrato di condividere il neoliberismo e la guerra. Al contrario, occorre lavorare alla costruzione di una coalizione popolare larga, radicata socialmente, autonoma dai poli esistenti, capace di unire soggetti politici, movimenti, associazioni, esperienze civiche e conflitto sociale attorno a un programma di rottura. Un'esperienza da portare avanti nel tempo e con determinazione, per costruire un punto di riferimento per tutti coloro che credono nella necessità di una reale alternativa di sistema.
LE NOSTRE PROPOSTE CONCRETE DI AZIONE POLITICA
- Curare la nostra presenza a Genova nel 25 anniversario del Social Forum. La Federazione di Genova ha già organizzato vari appuntamenti, si tratta adesso di produrre un impegno nazionale e di articolare un ragionamento che colleghi il nostro impegno di allora di unificazione del movimento no global con il nostro compito di costruire oggi una coalizione contro la guerra.
- Rilanciare con forza l'impegno pacifista e antimperialista. A partire dal no a tutte le guerre, in Ucraina come in Iran e in Libano, occorre rafforzare il sostegno al popolo palestinese in Cisgiordania e Gaza, alla rivoluzione cubana e bolivariana come a tutti i popoli e i paesi che vengano fatti oggetto di attacchi militari. In questo quadro un impegno particolare deve essere assunto con una campagna contro l'escalation militare dell'Unione Europea contro la Russia, che rischia di portarci in guerra.
- Occorre ampliare e qualificare i movimenti contro la guerra, ad esempio il movimento No Kings, a partire dall'uscita dalla NATO e al no all'aumento delle spese militari. In questo quadro occorre denunciare ogni complicità col regime sionista di colonizzazione e apartheid, smascherare il sistema di occupazione, contrastare le proposte di legge che equiparano antisionismo e antisemitismo.
- Attivare una vera e propria campagna contro l'Europa della guerra e della finanza, rivendicando la rottura degli accordi economici e militari della UE con gli Stati Uniti, la piena indipendenza, la messa in discussione del Patto di Stabilità, l'opposizione ad ogni finanziamento della guerra in Ucraina, l'apertura di serie trattative di pace e la ricostruzione di normali relazioni economiche con la Russia, a partire dalla riapertura delle forniture di gas e petrolio, l'opposizione a qualunque modifica della governance europea che abolisca il diritto di veto dei singoli paesi. L'Altra Europa di cui abbiamo bisogno è l'esatto opposto di questa Unione Europea liberista e guerrafondaia, gestita dalla Commissione Presieduta dalla Von der Leyen, di cui dobbiamo chiedere le dimissioni.
- Costruire una campagna contro la legge elettorale ipermaggioritaria ed anticostituzionale del governo in nome di una legge elettorale proporzionale e proseguire la mobilitazione contro l'attacco al conflitto e agli spazi di aggregazione sociali e contro il nuovo DDL sicurezza.
- Rilanciare la mobilitazione contro il progetto di autonomia differenziata che il Governo sta portando avanti attraverso la legge delega sui LEP e la sottoscrizione di intese con 4 regioni del Nord. Si tratta di provvedimenti che ignorano le prescrizioni contenute nella sentenza 192/2024 della Corte costituzionale, marginalizzano il Parlamento e aumentano in modo disastroso le disuguaglianze; per questo vanno osteggiati con determinazione, sul piano nazionale e territoriale, sociale e costituzionale.
- Rilanciare la campagna sul salario minimo legandola alla proposta della patrimoniale sulle grandi ricchezze, per finanziare sanità, scuola, lavoro, lotta ai cambiamenti climatici e ripristino della scala mobile.
- Intensificare la mobilitazione contro Piano casa del Governo, DDL sfratti, insufficienza dell'edilizia popolare, aumento degli sfratti per morosità incolpevole, soluzioni privatistiche come social housing e co-housing, trasformando la casa in bene sempre meno accessibile per lavoratori e fasce popolari.
- Intensificare la mobilitazione, insieme a comitati e movimenti territoriali, contro le amministrazioni comunali che svendono il patrimonio pubblico alla rendita privata, con le "rigenerazioni urbane" che producono emarginazione sociale, studentati di lusso e iperturismo, espulsione dei residenti e peggioramento della vita urbana.
- Costituire un vero e proprio Dipartimento esteri, plurale, allargato, che si riunisca regolarmente e che si occupi anche di innalzare il livello di analisi e dibattito politico del partito sulle questioni internazionali.
Daniela Alessandri, Valeria Allocati, Eveline Amari, Elena Maria Anelli, Simone Antonioli, Michela Arricale, Fabrizio Baggi, Michela Becchis, Tatiana Bertini, Marina Boscaino, Nicola Candido, Giovanna Capelli, Silvana Cesani, Nicola Cesaria, Marisa Chiaretta, Maria Rosaria Ciao, Roberto Ciccarelli, Monica Coin, Luisa Colombo, Marco Consolo, Mimmo Cosentino, Giuseppe Cucchiarini, Stefania De Marco, Alberto Deambrogio, Erica Erinaldi, Ilaria Falossi, Fiorenzo Fasoli, Giovanni Ferretti, Eliana Ferrari, Paolo Ferrero, Loredana Fraleone, Grazia Francescatti, Giada Galletta, Alessio Giaccone, Stefano Grondona, Luca Grasselli, Tonia Guerra, Alessandra Lanzeni, Antonio Liuzzi, Ezio Locatelli, Massimo Lorusso, Vittore Luccio, Francesco Macario, Antonello Manocchio, Nicolò Martinelli, Maura Mauri, Vito Meloni, Francesco Musumeci, Dmitrij Palagi, Lorenzo Palandri, Dalia Palmerini, Antonello Patta, Giulia Pezzella, Gaetano Piazza, Roberta Piazzi, Tania Poguish, Claudia Rancati, Stefanella Ravazzi, Luca Sardone, Vittorio Savini, Stefania Soriani, Giulio Strambi, Giovanna Ticca, Danielle Vangieri, Roberto Villani