CPN 27 - 28 giugno 2026

Marco Chiuppesi

Qualche giorno fa ci è stato comunicato il parere di conformità statutaria approvato a maggioranza dal Collegio Nazionale di Garanzia in merito al quesito su cui erano state raccolte le firme da parte di compagni con l'intenzione di farne una consultazione delle iscritte e degli iscritti.

Si tratta di un parere tecnicamente molto argomentato che, secondo me, non dovrebbe lasciare spazio a recriminazioni di sorta. Il CNG ha esaminato il quesito, ne ha valutato la non conformità allo statuto e al regolamento in via principale e in via secondaria, e ha espresso un giudizio chiaro e articolato. Questo dovrebbe bastare, almeno in un partito che riconosce i propri organismi di garanzia e ne accetta il ruolo.
Il quesito su cui erano state raccolte le firme è inammissibile; non è inammissibile il fatto della consultazione in sé, e a rivendicarla - in termini coerenti al ruolo che lo statuto assegna a questo strumento - è il segretario e la maggioranza che lo sostiene.

Il parere del CNG dovrebbe bastare, dicevo. Il percorso che ha portato alla raccolta firme su un quesito fallato, però, non faceva ben sperare rispetto alle recriminazioni. Non faceva ben sperare il decisamente irrituale comunicato stampa diffuso da alcune compagne e compagni in occasione della consegna della loro richiesta di consultazione interna.

Era quindi purtroppo prevedibile che ci sarebbero state recriminazioni. Erano prevedibili i toni con cui sarebbero state espresse. Ed era prevedibile perché tutto questo è coerente con una precisa impostazione di parte della dialettica politica interna: non la discussione, anche aspra, tra posizioni diverse; non il confronto legittimo tra maggioranza e minoranza; ma la delegittimazione sistematica della controparte, degli organismi dirigenti e della linea democraticamente assunta dal partito. Si arriva ora a contestare la decisione dell'organismo di garanzia. Ma la democrazia non è "si fa come dico io quando sono maggioranza, e si fa come dico io anche quando sono minoranza, sennò spacco tutto".

Questo è il punto politico che dobbiamo affrontare. La responsabilità principale del processo che si è aperto non sta in una generica conflittualità interna. Sta nel tentativo di trasformare una divergenza politica, legittima finché resta dentro il perimetro della discussione democratica, in un processo di contestazione permanente della legittimità della maggioranza, del Congresso e del Comitato Politico Nazionale.

In aggiunta ai solidi argomenti tecnici del CNG contro la formulazione del quesito su cui erano state raccolte le firme, vorrei quindi aggiungere un ulteriore argomento, con una lettura un po' astratta, in parte condotta nei termini della teoria dei giochi - quella branca della matematica che modellizza e studia le interazioni strategiche - sperando che possa indicare una via d'uscita ad una situazione secondo me insostenibile.

A me sembra che siamo nel mezzo di un processo che l'antropologo e cibernetico Gregory Bateson avrebbe definito di schismogenesi: una differenziazione progressiva attraverso interazioni cumulative, che ha il possibile esito di costruire traiettorie insanabilmente divergenti. Questa dinamica non nasce da sola. Qui è alimentata da comportamenti politici precisi: dalla costruzione continua del sospetto, dall'idea che ogni decisione assunta dagli organismi sia in sé una forzatura, dalla pretesa di rimettere costantemente in discussione ciò che il partito ha deciso nei suoi luoghi democratici.

È così che si avvelenano i pozzi della democrazia interna.

Vengo alla teoria dei giochi. Una consultazione interna condotta nei termini del quesito richiesto dai presentatori e firmatari del quesito, se non fosse stata contraria allo statuto, assieme a quello che la ha preceduta, e assieme a quello che probabilmente seguirà in termini di tentativi surrettizi di aggirare la decisione democratica del congresso e le decisioni del CPN, ci mette in una dinamica simile a quella del gioco del pollo.

Il gioco del pollo è quello che forse ricorderete nel film Gioventù bruciata, con James Dean: due macchine si lanciano l'una contro l'altra finché uno dei due sterza, e chi sterza perde.

In termini di teoria dei giochi, ovviamente questo non è un gioco a somma positiva, in cui c'è la possibilità che entrambi vincano, anche se in modo differenziato. Non siamo nemmeno di fronte a un semplice gioco a somma zero, nel quale uno vince e l'altro perde in modo complementare. Col gioco del pollo siamo di fronte a qualcosa di peggiore, un gioco a somma non nulla: se nessuno sterza, si finisce a sbattere. E allora perdono tutti.

Imbastire, contro Statuto e Regolamento, una consultazione come plebiscito contro la linea congressuale e contro il ruolo del CPN significa porre il presupposto per un gioco del pollo in cui il partito perde indipendentemente da chi vinca la consultazione. Perché una consultazione costruita in questa maniera non servirebbe a chiarire democraticamente un passaggio politico; servirebbe a rafforzare la dinamica schismogenetica già in corso.

E la rafforzerebbe perché si fonderebbe su due caricature: da una parte i "subalterni", dall'altra i "settari". Una rappresentazione rozza, tossica, distruttiva. Una rappresentazione che non aiuta a decidere, ma spinge ciascuno a trincerarsi.

C'è poi un altro punto, che considero molto importante. Alla luce di un simile precedente, se venisse sdoganata una consultazione di tipo plebiscitario e non relativa a punti politici specifici e perimetrati, ogni futura maggioranza congressuale, anche di diverso orientamento; ogni futura maggioranza del CPN; ogni maggioranza nei comitati regionali e nei comitati federali - perché la consultazione delle iscritte e degli iscritti, lo ricordo, è prevista a ogni livello - sarebbe esposta alla minaccia permanente di essere delegittimata attraverso una consultazione contro la linea politica democraticamente adottata.

Non avremmo più una dialettica interna fondata su congressi, organismi dirigenti, responsabilità politiche e verifica democratica. Avremmo una forma di ricatto permanente, nella quale ogni minoranza organizzata potrebbe tentare di rovesciare o paralizzare la linea assunta dagli organismi, non attraverso un nuovo congresso, non attraverso una battaglia politica ordinata, ma attraverso una consultazione usata come strumento di sfiducia indiretta.

Questo consuma e rende impraticabile la democrazia interna. La trasforma in un campo di battaglia permanente.

Per questo il parere tecnico del CNG è importante. È importante perché ristabilisce un principio: gli strumenti statutari non possono essere piegati a finalità diverse da quelle per cui esistono. La consultazione delle iscritte e degli iscritti è uno strumento serio, prezioso, potenzialmente fondamentale, che noi per primi abbiamo richiesto. Proprio per questo non può e non deve essere utilizzata distruttivamente come un plebiscito contro gli organismi del partito.

Secondo me bisogna ora disinnescare la schismogenesi e costruire una dinamica cooperativa. Ma per farlo bisogna partire da una condizione minima di lealtà: riconoscere la legittimità degli organismi, riconoscere il risultato congressuale, riconoscere che una minoranza ha pieno diritto di battersi per le proprie posizioni, ma non ha il diritto di mettere permanentemente sotto accusa la legittimità democratica delle decisioni assunte.

All'ordine del giorno di questa nostra riunione c'è la costituzione del gruppo di lavoro per l'elaborazione di una proposta di regolamento per l'effettuazione delle consultazioni degli iscritti e delle iscritte ex art. 15 dello Statuto. Lavorare a questo è il passaggio che ci serve. E' un passaggio che non alimenta la schismogenesi e può servire a disinnescarla.

Costruire insieme le regole, fissare le garanzie, definire con chiarezza ambiti, limiti e procedure della consultazione: questo è il modo responsabile di andare avanti.

Abbiamo bisogno di un partito capace di discutere anche duramente, ma senza distruggere i propri luoghi collettivi. Abbiamo bisogno di una democrazia interna viva. Non abbiamo bisogno di una conflittualità permanente che logora ogni decisione. Decidendo insieme le regole della futura consultazione avremo le basi per poter essere, come auspicava il compagno Martinelli, intellettuale collettivo.

E il buon risultato ottenuto nelle recenti elezioni amministrative ci dice qualcosa di importante su questa possibilità. Dove il partito è stato presente, riconoscibile, radicato, capace di costruire relazioni politiche e sociali, ha dimostrato ancora una volta di poter svolgere una funzione importante. Non una funzione testimoniale, non una funzione residuale, ma una funzione utile: dare voce a bisogni sociali reali, organizzare conflitto, costruire rappresentanza, intervenire concretamente nelle contraddizioni materiali che attraversano le nostre comunità.

Perché fuori da qui non c'è una platea in attesa della risoluzione delle nostre dispute procedurali. C'è una classe lavoratrice che avrebbe bisogno di uno strumento politico efficace per la soluzione dei propri problemi materiali, e in prospettiva uno strumento efficace per la propria emancipazione e per l'acquisizione del proprio compito storico di direzione della società. E noi rischiamo di consegnarle uno strumento indebolito, spuntato, logorato da un'irresponsabilità e una assenza di disciplina militante che non possiamo più permetterci. Questo secondo me può fare piacere solo a chi, fuori dal partito, ci considera come un ingombrante ostacolo nel proprio progetto di egemonia nel recinto delle forze della sinistra di alternativa. Non può fare piacere a militanti e dirigenti del Partito della Rifondazione Comunista.

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