CPN 27 - 28 giugno 2026
Enrico Calossi
Il simbolo del partito torna sulle schede: bene. La questione elettorale è importante. Sarebbe un errore dire che è la cosa più importante in assoluto. Però dobbiamo ricordarci che, per tante persone, la fase elettorale è forse l'unico momento in cui entrano davvero in contatto con la politica.
Va bene così? No. Sta a noi fare in modo che la politica viva tutto l'anno. Ma, allo stesso tempo, in una democrazia rappresentativa il momento del voto resterà sempre quello centrale. E noi non possiamo permetterci di stare fuori dalle elezioni quando, per tanti cittadini, rappresentano il principale, se non l'unico, momento di partecipazione politica.
Quindi bene che torniamo sulle schede. E lo dico al di là della collocazione. Rivendico la bontà delle scelte fatte nei territori. I circoli, le federazioni e i comitati regionali conoscono meglio di chiunque altro la realtà in cui operano e sanno qual è la scelta più giusta.
Personalmente, però, preferisco sempre un PRC con il proprio simbolo, sia dentro il centrosinistra sia dentro uno schieramento alternativo con PAP, PCI e gli altri, piuttosto che un PRC senza simbolo. Poi, naturalmente, sostengo e difendo tutte le decisioni assunte dai compagni e dalle compagne nei territori.
In fondo, il simbolo sulla scheda rappresenta il momento più visibile della nostra comunicazione politica.
E proprio sulla comunicazione credo che dobbiamo fare un salto di qualità. Dobbiamo imparare a comunicare anche le nostre vittorie.
Faccio prima un esempio che riguarda il campo avversario. Pensiamo a Vannacci. Oggi sta costruendo un'immagine di uomo destinato a vincere: sondaggi in crescita, presenza continua sui social, iniziative pubbliche, provocazioni studiate per allargare il proprio consenso. Lo vediamo con l'iscritto di colore a Futuro Nazionale, con le fotografie insieme a persone condannate, come Alemanno.
Eppure Vannacci arriva da due sconfitte nette: le elezioni regionali in Toscana e, come tutti i sostenitori del sì, la sconfitta al referendum sulla giustizia. Nonostante questo, riesce a presentarsi come il vincitore inevitabile. Come direbbe Thanos nei film della Marvel: "I am inevitable." Anche se, a voler scherzare, almeno Thanos sull'ambientalismo un paio di cose sensate le diceva.
E allora veniamo a noi. Noi arriviamo da tre risultati importanti.
Il primo è il referendum del 22 e 23 marzo. Il secondo è Molfetta, con l'elezione di un sindaco comunista. Il terzo è la rottura tra Trump e Meloni, che conferma quanto fossero fondate le nostre analisi di questi anni.
La domanda è: stiamo comunicando abbastanza questi risultati? Secondo me no. Dovremmo farlo con molta più convinzione. Dovremmo costruire una vera e propria cultura della vittoria, valorizzando ogni risultato positivo che otteniamo.
Dovremmo ricordare sempre chi ha perso il referendum. Dovremmo ricordare che i comunisti possono governare, a partire dalle città. E dovremmo ricordare che noi, da dieci anni, diciamo che Trump è impresentabile e pericoloso, quando tanti altri preferivano minimizzare o guardare da un'altra parte.
Le vittorie non bastano a cambiare i rapporti di forza se non vengono raccontate. E raccontarle bene è parte della battaglia politica.