CPN 27 - 28 giugno 2026

Giovanni Barbera

Sono sinceramente sconcertato dai toni assunti dal dibattito e dalla gravità delle accuse rivolte al Segretario nazionale e alla maggioranza del Partito. Credo sia necessario fare chiarezza, a partire dalla consultazione dichiarata non ammissibile dal Collegio Nazionale di Garanzia.
Non spetta al Comitato Politico Nazionale sindacare politicamente le decisioni del CNG, organismo autonomo chiamato a interpretare e applicare Statuto e regolamenti. Trasformare una sua pronuncia in un terreno di scontro politico è inaccettabile. Lo Statuto prevede la consultazione, ma ne subordina lo svolgimento a una regolamentazione che oggi non esiste. Promuovere una raccolta firme in assenza di norme certe su tempi, procedure e verifiche non può essere liquidato come un ingenuo errore. Chi ha intrapreso questo percorso sapeva che mancava la necessaria base regolamentare. Se si fosse voluta realmente una consultazione, si sarebbe dovuta chiedere prima l'approvazione di un regolamento, anziché utilizzare un quesito strumentale per tentare di rimettere in discussione l'esito del Congresso.
La democrazia significa garantire dissenso e pluralismo, ma anche rispettare le decisioni assunte a maggioranza. Non possiamo trasformare il Partito in un congresso permanente. La contestazione sistematica della linea congressuale, trasferita dal livello nazionale ai territori, produce conflitto, confusione e paralisi dell'iniziativa politica. È un gioco al massacro nel quale perde tutto il Partito, minoranza compresa. Di fronte a comportamenti che ne ostacolano concretamente l'attività, ciascuno dovrà assumersi le proprie responsabilità.
A un anno e mezzo dal Congresso, i fatti confermano la validità della nostra analisi. C'è chi continua a considerare la crisi delle classi dirigenti, la deriva autoritaria e la guerra come fenomeni separati. Non è così: sono processi connessi, che scaturiscono dalla medesima crisi del modello capitalistico.
I processi di fascistizzazione non avanzano soltanto attraverso la crescita dell'estrema destra, ma anche attraverso la crisi del campo liberale e lo spostamento di una sua parte verso destra. Il nostro compito è agire dentro questa frattura, contribuendo a costruire uno schieramento democratico e costituzionale capace di opporsi alla guerra, alla deriva autoritaria e alle politiche neoliberiste, lavorando per spostarne a sinistra l'asse politico e programmatico.
Non cogliere le evoluzioni e le contraddizioni interne al Partito Democratico significa rinunciare a leggere la realtà. Le componenti più apertamente guerrafondaie del centrosinistra appaiono oggi più isolate e la linea impressa da Elly Schlein ha aperto contraddizioni reali. È un processo da incalzare politicamente, senza alcuna subordinazione. Anche gli interventi di Goffredo Bettini sull'Europa e sul conflitto ucraino hanno prodotto un forte scompiglio nell'area moderata e oltranzista del centrosinistra, intercettando una domanda crescente di cambiamento.
Per questo è profondamente sbagliato mettere sullo stesso piano la destra e il cosiddetto campo progressista. Le differenze e le contraddizioni esistono ed è dentro queste faglie che deve inserirsi la nostra iniziativa autonoma. Dobbiamo dare concretezza alla proposta di un fronte democratico e costituzionale, incalzando le altre forze e avanzando contenuti capaci di spostare a sinistra l'asse delle opposizioni.
Il modello è quello sperimentato con la proposta della patrimoniale dell'1%: una proposta autonoma, forte e riconoscibile, capace di aprire un dibattito pubblico e di entrare nelle contraddizioni del M5S e del centrosinistra. Dobbiamo produrre altre proposte di questa forza, sulle quali misurare concretamente il rapporto con gli altri soggetti politici e recuperare visibilità e protagonismo.
Ma l'efficacia di una linea politica si misura anche nella capacità di tradurla in organizzazione e mobilitazione. Su questo siamo ancora troppo deboli. Sulla patrimoniale registriamo gravi ritardi: troppe federazioni non hanno neppure avviato la raccolta cartacea. Siamo a luglio, le scadenze politiche ed elettorali si avvicinano e il Partito deve essere attivato coralmente, adesso.
Il Congresso si è concluso, ha espresso democraticamente una maggioranza e ha tracciato una linea che oggi deve essere attuata e verificata nella realtà. Il pluralismo è una ricchezza, ma non può trasformarsi nel diritto di paralizzare il Partito.
Basta con i conflitti interni permanenti. Torniamo a fare politica tra le persone, nei luoghi di lavoro e nei territori. Torniamo a costruire iniziativa, organizzazione e conflitto sociale. Rendiamo Rifondazione Comunista uno strumento realmente utile alle classi sociali che vogliamo rappresentare. È su questo che saremo tutti giudicati.

chiudi - stampa