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CPN 10-11-12 aprile 2026
Stefano Vento
Credo sia importante partire dal referendum sulla giustizia: è importante evitare letture superficiali o trionfalistiche. Non siamo davanti a una vittoria che chiude una fase, né a un'inversione di tendenza già consolidata. Il centrodestra è tutt'altro che sconfitto: è ancora radicato, organizzato, capace di egemonia.
Allo stesso tempo, però, questo referendum segnala un elemento che non possiamo ignorare.
Ha mostrato che esiste uno spazio di partecipazione che può riaprirsi, anche su temi complessi, anche fuori dai canali tradizionali. C'è stata discussione, mobilitazione, capacità di rendere politico ciò che veniva percepito come tecnico.
Questo è il dato che dobbiamo cogliere: non una vittoria, ma un'indicazione.
Un'indicazione che parla della possibilità di ricostruire partecipazione e di intercettare energie che oggi non trovano rappresentanza stabile. Ed è dentro questo scenario che si colloca il nostro passaggio politico.
Siamo davanti a uno snodo decisivo. E il dibattito interno rischia di essere mal posto se non chiariamo fino in fondo un punto: proposta politica e collocamento elettorale non sono la stessa cosa.
Confondere questi due piani impoverisce la discussione.
La collocazione elettorale è uno strumento, non il fondamento della nostra identità. È la proposta politica che definisce il campo, le alleanze sociali, i conflitti che vogliamo rappresentare. E quella proposta l'abbiamo già definita nel congresso.
Dobbiamo riportare la discussione sul terreno della proposta politica.
Il congresso ha indicato nella consultazione interna uno strumento democratico per decidere il posizionamento elettorale. Ma quel passaggio ha senso solo se è accompagnato da una domanda più profonda: che cosa vuole essere oggi Rifondazione? Qual è la nostra lettura della fase?
Questo significa rimettere al centro alcuni assi fondamentali: una critica strutturale al modello economico; una proposta di redistribuzione; una posizione netta contro guerra e militarizzazione; una transizione energetica sociale; il rilancio della partecipazione dal basso.
Senza questo, la discussione sulle alleanze si svuota.
E qui voglio soffermarmi un momento proprio sulla transizione energetica, perché non è un tema tecnico né neutrale.
Oggi la cosiddetta transizione viene spesso gestita dentro le stesse logiche che hanno prodotto la crisi: grandi concentrazioni di capitale, rendite, speculazione finanziaria. Il rischio è che diventi semplicemente un nuovo terreno di accumulazione per pochi, scaricando ancora una volta i costi sulle persone.
Per noi, invece, la transizione energetica deve essere sociale oppure non è.
Deve essere uno strumento di redistribuzione e anche di liberazione: liberazione dal ricatto dei prezzi, dalla dipendenza energetica, ma soprattutto dal dominio delle grandi rendite finanziarie che utilizzano energia e infrastrutture come leva di profitto.
E oggi, alla luce delle tensioni nello Stretto di Hormuz, questo punto diventa ancora più evidente: basta una crisi in uno snodo strategico del mondo per mostrare quanto il sistema energetico globale sia fragile, dipendente e profondamente ingiusto.
Questo significa mettere in discussione il modello rivendicando: controllo pubblico, investimenti collettivi, accesso universale, e una rottura con la logica per cui i beni fondamentali vengono subordinati alla speculazione.
Perché se non affrontiamo questo nodo, la transizione rischia di riprodurre le stesse disuguaglianze che dice di voler superare.
E proprio per questo deve diventare un tema che ci caratterizza politicamente, perché è tutt'altro che astratto: tocca la vita quotidiana delle persone — le bollette, i trasporti, la qualità dell'abitare, il costo della vita.
È lì che si misura la credibilità di una proposta di trasformazione.
E qui vengo alla questione europea, che è decisiva.
Oggi si vota in Ungheria, ma sarebbe un errore leggerlo come un caso isolato.
Il punto è quale idea di democrazia stia diventando dominante in Europa e nel mondo.
Stiamo assistendo a un progressivo assottigliamento degli spazi democratici: si restringono i margini del conflitto, cresce la selettività nel riconoscere la legittimità politica, aumenta la distanza tra istituzioni e società.
Non è una dinamica circoscritta: è una tendenza più generale.
Dentro questo quadro, anche la manifestazione "No King" rappresenta un segnale importante.
È stata una mobilitazione riuscita, ma soprattutto ha indicato che esiste ancora uno spazio per costruire partecipazione reale.
Ed è proprio questa dinamica europea — questo restringimento degli spazi democratici — che ci pone un'esigenza precisa: non possiamo permetterci l'isolamento.
Non è il tempo dell'autosufficienza.
E qui veniamo al tema della collocazione elettorale.
Io penso che sia giusto discutere di un posizionamento dialogante con il cosiddetto "campo largo". Ma dobbiamo essere chiari su come lo intendiamo.
Non si tratta di un'alleanza strutturale. Non si tratta di ridefinire la nostra identità dentro un perimetro dato.
Si tratta di un accordo politico, determinato da una lettura della fase.
Noi non entriamo in un campo perché lo consideriamo il nostro approdo naturale, noi lo attraversiamo. Non siamo forza di cristallizzazione dell'esistente. Lo facciamo perché riteniamo che, in questa fase, sia necessario contribuire a fermare e far arretrare le spinte di fascistizzazione che stanno avanzando in Italia e in Europa.
Questa è la ragione, ed è una ragione politica.
Allo stesso tempo, dobbiamo mantenere una nostra autonomia chiara.
Il punto non è scioglierci in un campo più ampio, ma attraversarlo portando una proposta di trasformazione.
E qui sta l'equilibrio: evitare il settarismo, che ci isolerebbe proprio mentre gli spazi democratici si restringono, ma evitare anche l'appiattimento. La nostra dev'essere una scelta che tiene insieme due esigenze: incidere nella fase e continuare a costruire un'alternativa.
Perché senza autonomia, senza radicamento sociale, senza capacità di conflitto, non si costruisce nessuna alternativa reale.
E senza alternativa, anche le alleanze perdono senso.
Per questo credo che la direzione giusta sia quella di un posizionamento dialogante, consapevole, fondato su una forte identità politica e su una chiara lettura della fase europea.
Perché è lì che si gioca una partita decisiva.
E noi dobbiamo stare, senza ambiguità, dalla parte dell'allargamento degli spazi democratici.