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CPN 17 - 18 gennaio 2026

Massimiliano Rossini

Care compagne e cari compagni,
mentre vi apprestate a votare le sostituzioni in Direzione e nel CPN, non possiamo far finta che l'uscita di Elena Mazzoni sia un semplice avvicendamento tecnico. È una notizia che pesa. E pesa ancora di più il modo in cui è avvenuta: una decisione "irrevocabile", comunicata quasi come un dato di cronaca, senza un vero dibattito sulle ragioni politiche sottostanti.

Quando una dirigente di questo peso lascia ogni incarico a soli dodici mesi dal Congresso, non è mai per questioni puramente personali. È un segnale politico forte. La compagna Mazzoni ha sostenuto il Documento 1: la sua uscita è il sintomo di una linea che non appare chiara. Da una parte ci sono i territori e le strutture di base che provano a resistere e a fare politica nel fango dei conflitti sociali, spesso lasciati a se stessi; dall'altra un centro nazionale che si muove su binari autoreferenziali.
Siamo di fronte a un fallimento politico interno che mi preoccupa molto, perché significa che questo modo di gestire il partito non è in grado di tenere insieme nemmeno chi quella linea l'ha costruita e sostenuta. È il segnale di un malessere profondo. Purtroppo, abbiamo già visto simili dinamiche con le dimissioni del segretario della Federazione di Foggia, dove abbiamo assistito a una rottura traumatica tra la dirigenza e i militanti.

Questa frammentazione non è pluralismo, è la rinuncia a essere un corpo nazionale coeso. Senza una linea condivisa, ogni federazione diventa un'isola e la solidarietà politica viene sostituita da una gestione burocratica degli organi dirigenti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un progressivo isolamento nazionale. Un partito che non sa gestire le proprie dinamiche interne con trasparenza, che perde pezzi importanti senza interrogarsi sul perché, è un partito che perde credibilità verso l'esterno.

Mentre il Paese avrebbe bisogno di una forza comunista capace di egemonia, noi sembriamo chiusi in una torre d'avorio, più preoccupati di "mettere in sicurezza" la linea tramite le sostituzioni che di parlare ai movimenti e ai lavoratori. Sembra che si sia già esaurito l'entusiasmo acceso dal Congresso di Montecatini. Un partito che non discute le ragioni del dissenso, che riduce la sostituzione dei dirigenti a un mero atto burocratico e che si limita alla "conta" dei voti tra documenti è un partito debole e invisibile.
A cosa serve il CPN se ha smesso di esercitare la sua funzione di sintesi politica? Questo partito ha bisogno di mediare, includere e unire le intelligenze per costruire una proposta. Nella relazione del Segretario non vedo una linea chiara: siamo diventati "vedovi di un progetto politico".

Oggi siamo divisi tra chi cerca la sopravvivenza istituzionale "a rimorchio" di altri e chi cerca l'alternativa e l'egemonia. In entrambi i casi, rischiamo di dimenticare cosa abbiamo da dire alla società. Le nostre energie sono consumate dal discutere con chi stare, mentre è sparito il dibattito su cosa fare. Cosa proponiamo oggi noi comunisti per uscire dalla crisi che ci trascina verso la terza guerra mondiale? Questo avrei voluto sentire nella relazione.
Dobbiamo tornare protagonisti sui contenuti, presentando al Paese una nostra piattaforma programmatica. Non possiamo chiuderci nelle logiche di palazzo per diventare un'appendice del PD, senza marcare una vera rottura su temi come il riarmo, il lavoro, la dignità sociale e il sistema elettorale proporzionale. Serve coerenza rispetto a chi, a Bruxelles, vota per l'invio di armi. Che differenza c'è, d'altronde, tra il DDL Delrio e le circolari che chiedono di segnalare gli studenti palestinesi?

Non possiamo partecipare alla manifestazione in solidarietà con il popolo iraniano e non denunciare che il PD ha lavorato a una mozione atlantista, votando con il centrodestra. L'obiettivo del PD è chiaro: dimostrare di essere una forza di governo affidabile per Washington. Noi dovevamo lanciare il messaggio: "Né con i Mullah, né con la NATO". Un Partito Comunista deve dire che l'Italia non può
essere lo zerbino degli Stati Uniti. Dobbiamo guardare ai BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) come alternativa al dominio del dollaro e alle guerre imperialiste.

Manca un anno e mezzo alle elezioni e siamo nel "nulla cosmico". Dov'è il nostro progetto? In passato Rifondazione era il motore di coalizioni come L'Altra Europa con Tsipras, Unione Popolare o Pace Terra Dignità. Oggi non c'è un cantiere aperto. Il rischio è che, in mancanza di visione, l'adesione al "campo largo" diventi l'unica scelta obbligata dell'ultimo minuto, magari rinunciando anche al nostro simbolo.
Per questo chiedo una consultazione degli iscritti: siano loro a fare chiarezza sulla linea.

Lo dico chiaramente: non sosterrò candidature dell'ultimo minuto "imboscate" in altre liste. Faccio un appello alla maturità: smettiamo di vivere le critiche come attacchi personali e vediamole come opportunità di crescita. Abbiamo un patrimonio comune fondamentale: il Partito della Rifondazione Comunista. In questa crisi della politica, questo partito deve essere la casa di chi crede ancora nel cambiamento. Diamo a questo Paese un'alternativa alla desertificazione politica. Ne va della nostra stessa esistenza.

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