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CPN 17 - 18 gennaio 2026

Ezio Locatelli

Credo che tutti abbiamo presente tutti la circolare con la quale il segretario e la responsabile esteri nell'invitarvi a partecipare alle manifestazioni a sostegno delle proteste in Iran ci hanno allertato di non partecipare alle manifestazioni in cui non è espresso con chiarezza il No a qualsiasi intervento militare statunitense e israeliano. Ovvio che debba essere così. Avrei aggiunto il NO alle infiltrazioni e alle provocazioni straniere, alle sanzioni che colpiscono il popolo iraniano. E' il minimo sindacale, anche se alla prova dei fatti non mi sembra che questa sia stata la posizione tenuta in tutte le situazioni.

Anche per quanto riguarda la relazione di Acerbo – una relazione che colpisce per la sua superficialità, lo strabismo politico, le battute caricaturali tutte giocate sul posizionamento politico – ciò che balza agli occhi è l'assenza di qualsiasi critica al centrosinistra e in particolare al Pd. Uno schieramento e un Partito che in tutta una serie di situazioni scende in piazza con una solerzia che non c'è stata in altre occasioni, per es. nel genocidio di Gaza, e lo fa insieme a forze di destra, Lega, Forza Italia, persino a Fratelli d'Italia. Una cosa semplicemente vergognosa.

La logica di queste manifestazioni è sempre la stessa – c'entrano poco i diritti umani, la solidarietà con i popoli, la condanna della repressione di un regime teocratico con cui non abbiamo nulla da spartire - è una logica suprematista, di potere che ancora una volta identifica sé stesso - l'Occidente - come il centro della democrazia mondiale. Una logica che ci trascina ancora una volta verso logiche di guerra. Lo esprime molto bene Luciano Canfora in "Porcospino d'Acciaio" : "l'Occidente dilaniato tra progresso e reazione è concorde, salvo eccezioni, nel far prevalere il proprio predominio sul resto del mondo".

Lo fa con forte sostegno bipartisan, come stiamo vedendo in tutti gli scenari di guerra: Ucraina, Venezuela, Medio Oriente e adesso in Iran. Occorrerebbe riflettere seriamente su tutto questo senza scadere in una polemica strumentale su un presunto quanto inesistente "campismo" interno al nostro partito a cui il segretario ha dedicato addirittura un'ora della sua relazione. Inoltre qui non si vuole negare che ci sia una competizione, uno scontro tra progressisti e reazionari ma detto ciò occorrerebbe avere consapevolezza di uno scontro largamente sovradeterminato dalla condivisione delle stesse politiche di fondo. Politiche non solo in tema di riarmo, di guerra ma in tema di austerità, di politiche che hanno attribuito un potere smisurato alla finanza e alle imprese, di politiche che hanno distrutto l'esistenza di una immensa quantità di persone, di politiche, che hanno spianato e continuano a spianare – questo il punto - la strada alla destra come tendenza generale.

Se questa è la situazione mi chiedo come sia possibile continuare a pensare che lo spazio del cambiamento stia dentro questo quadro politico in cui esiste una commistione d'intenti e di interessi deleteria su questioni non marginali come la guerra, il riarmo, le politiche di austerità. Allora penso che non bastano le frasi roboanti sul nostro essere comunisti se poi all'atto pratico invece che impegnarci a costruire una coalizione contro il riarmo, la guerra le politiche liberiste la scelta è quella dell'internità al campo. Una scelta che punta a qualche strapuntino alle prossime politiche.

E' una doppiezza questa che ci discredita, che sta portando il partito alla deriva, all'irrilevanza politica come abbiamo già visto alle ultime regionali là dove è stata fatta la scelta del campo largo, dove sono stati dati i voti al campo largo financo nelle situazioni in cui non avevamo candidati e la presenza del partito. Meno male che questa scelta non è stata fatta in tutte le realtà, non è stata fatta in Toscana, Val d'Aosta, Campania. Come si fa a non vedere una differenza di risultati?

Detto ciò io penso che non c'è solo una linea sbagliata. C'è una gestione sbagliata. Una gestione che nella scelta di tagliar fuori più della metà del partito è scaduta come non mai. Una gestione che perde pezzi, che non può pensare di risolvere i problemi stando sul piano dei provvedimenti disciplinari. Capisco che l'apertura di una riflessione su questi tempi, sulla necessità di ridefinire la proposta politica, di rivedere il piano della gestione in forma unitaria e paritetica è al di fuori della portata del segretario. Proprio per questo penso che occorra quanto prima dare la parola alle iscritte e agli iscritti. Un referendum, come da impegni presi in sede di Congresso, per decidere quale indirizzo assumere. Un referendum da svolgere subito non tra un anno perché questo sarebbe una presa in giro delle compagne e dei compagni del partito.

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