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CPN 17 - 18 gennaio 2026

Giovanni Barbera

Non condivido affatto la centralità che è stata data nella relazione introduttiva alla questione del "campismo", trattandola quasi fosse un problema del nostro partito. È un'impostazione che ha finito per sequestrare il dibattito, togliendo ossigeno a discussioni che per noi dovrebbero essere vitali. Mentre qui ci avvitiamo su fenomeni che non ci appartengono, fuori succede di tutto: una legge di bilancio che è un vero massacro sociale, un pacchetto sicurezza che impone una stretta autoritaria senza precedenti al diritto di protestare, e un quadro internazionale dove gli USA tornano a minacciare pesantemente il Venezuela e l'America Latina. Per non parlare della tragedia in Palestina, che non aspetta certo le nostre definizioni terminologiche per consumarsi.

Il dato reale, e secondo me molto grave, è che abbiamo smesso di usare la categoria dell'imperialismo per leggere il mondo. Se proprio vogliamo dare dei nomi alle cose, il vero campismo è quello dei "rossobruni": soggetti che, smarrita ogni bussola di classe, tifano per chiunque si dichiari anti-occidentale, anche quando si tratta di regimi reazionari o clericali. Ma scambiare questa deriva con la necessità di analizzare l'imperialismo occidentale è un errore di metodo che ci disarma. Studiare i movimenti del potere globale non è fare il tifo, ma capire chi comanda davvero.

Non parliamo di una scelta contingente dei governi, ma di una necessità strutturale. L'imperialismo è l'espressione politica della sovrapproduzione di capitale. Quando banche e industrie saturano il mercato interno, l'espansione e il controllo di nuovi domini economici diventano l'unica via per evitare l'implosione del sistema. Smettiamola di raccontare la favola per cui il mondo è un teatro dove tanti imperialismi si equivalgono. Non è così. Esiste un unico imperialismo davvero strutturato ed egemone, quello a guida statunitense e occidentale. È l'unico con basi militari in ogni angolo del globo e che controlla i flussi finanziari mondiali. Negare questa asimmetria significa vivere nelle nuvole e ignorare come funziona il capitale oggi.

C'è poi questa visione astratta che riduce i conflitti a una lotta morale tra "moltitudini" e "re" cattivi. È un modo pigro di ragionare che ignora la realtà materiale. Allo stesso modo, non dobbiamo pensare che ogni rissa tra Stati sia sempre e solo imperialismo. Bisogna saper distinguere tra chi aggredisce per mantenere il potere globale e chi cerca di difendere la propria sovranità. Se appiattiamo tutto, finiamo in un vicolo cieco.

E qui arriviamo a un punto centrale per la nostra vita interna: le etichette. La critica al cosiddetto "frontismo" è esattamente la stessa operazione fatta con il "campismo", ma a parti inverse. Sono due concetti astratti usati come armi. Da una parte si usa il campismo per colpire chi individua nell'atlantismo il nemico principale, dall'altra si usa il frontismo per neutralizzare chi propone alleanze sociali larghe. È un gioco di specchi che serve solo a frammentarci e a impedirci di essere un soggetto politico che incide. Invece di fare sintesi, ci scontriamo su categorie da salotto, ignorando la concretezza della realtà.

Dobbiamo ritrovare quella capacità tattica che ci ha permesso, fino al 2008, di sopravvivere ai sistemi elettorali maggioritari. In quegli anni eravamo centrali perché le nostre scelte pesavano sul governo del Paese; non eravamo lì per fare testimonianza, eravamo determinanti. Oggi, davanti alla deriva autoritaria del governo Meloni, questa capacità è un obbligo. Il pacchetto sicurezza dimostra che la destra vuole blindare le sue politiche impedendo fisicamente il dissenso. Per cacciare questa destra non bastano i comunicati: serve un fronte che metta insieme chiunque sia contro il riarmo, contro la guerra e contro l'austerità imposta dall'Europa.

Dobbiamo avere il coraggio di infilare un cuneo nelle contraddizioni del centrosinistra e del PD. Non sono tutti uguali lì dentro. L'intervista di Goffredo Bettini al Fatto Quotidiano di qualche settimana fa, con la sua critica durissima alle posizioni del suo partito sull'Ucraina, è un segnale importante che indica un'evoluzione in corso. Non a caso è stata contestata non solo da una parte dei vertici del PD, ma dalla stampa mainstream, in quanto tocca un nervo scoperto. Il nostro scopo deve essere quello di spostare l'asse delle opposizioni a sinistra, condizionando le posizioni degli altri, tramite la costruzione di rapporti con quelle forze politiche più vicine a noi sui contenuti riguardanti la guerra e le politiche economiche.

Solo se rompiamo l'unanimismo bellicista e neoliberista possiamo offrire un'alternativa vera, che non sia solo cambiare una faccia con un'altra, ma cambiare radicalmente la direzione di marcia di questo Paese. Se continuiamo a dividerci su accuse reciproche di campismo e frontismo, facciamo solo un favore a chi vuole che tutto resti com'è. Torniamo a essere quella forza che sa stare nei processi reali e che sa costruire alleanze per cambiare i rapporti di forza, come lo eravamo prima delle elezioni del 2008.

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