MOZIONE 4
(primo firmatario: Gigi Malabarba)
UN’ALTRA RIFONDAZIONE È POSSIBILE

PREMESSA (O SINTESI)

1. La mozione congressuale “Sinistra critica – Un’altra Rifondazione è possibile” è frutto di un’elaborazione collettiva che ha coinvolto non solo membri del Comitato Politico Nazionale. Vi ha partecipato un ben più ampio numero di dirigenti locali del partito e di compagni e compagne impegnati/e nei movimenti, nella costruzione dei circoli, nelle battaglie sindacali, tra i giovani, nell’associazionismo e nelle assemblee elettive, a partire da coloro che hanno sottoscritto l’appello “Rifondazione, rifondazione, rifondazione”, pubblicato su “Liberazione” di mercoledì 20 ottobre 2004 (il testo integrale è reperibile sul sito www.sinistracritica.altervista.org).

2. Ci accomuna prima di tutto un forte dissenso nei confronti delle scelte politiche del gruppo dirigente nazionale del partito successive al referendum sull’articolo 18; in secondo luogo una diversa proposta nel rapporto con il centrosinistra, con i movimenti, nella costruzione di una sinistra di alternativa. Ci accomuna una diversa idea del partito, del suo ruolo e delle sue pratiche. Sappiamo che sarà necessario trovare qualche forma di accordo col centrosinistra, a cui l’attuale sistema elettorale ci obbliga, così come avvertiamo l’urgenza di battere anche sul piano elettorale Berlusconi e le destre. Crediamo tuttavia che quella finora praticata sia una strada dannosa per la crescita del movimento, per la costruzione della sinistra alternativa, per la stessa tenuta del PRC come soggetto politico di classe autonomo e credibile.

3. I temi che proponiamo a questo congresso sono diversi: un’analisi attenta delle contraddizioni della fase; una riflessione sui movimenti; una proposta politica per l’immediato e un programma di alternativa collegato ai movimenti sociali; l’idea di un partito aperto, democratico e partecipato; una prospettiva comunista non rituale ma che recuperi il meglio della nostra storia. Pensiamo che una forte sinistra critica, pienamente coinvolta nell’attività e nella costruzione di Rifondazione Comunista, con un impegno nella costruzione del conflitto sociale, costituisca una garanzia per il futuro stesso del nostro partito. E ci sostiene la consapevolezza che, in ogni caso, le decisioni che il Congresso assumerà saranno sottoposte al vaglio dell’esperienza delle lotte, degli sviluppi politici, della capacità di applicazione delle stesse decisioni assunte.

4. Nonostante alcuni limiti di elaborazione, l’ultimo Congresso si era misurato con la ridefinizione dell’orientamento politico e strategico, con il rilancio della rifondazione e della sua stessa identità. Si era cercato di lavorare su temi fondamentali: la piena internità al movimento e la costruzione di un nuovo movimento operaio; lo spostamento di baricentro dalla sfera politico-istituzionale al conflitto sociale; la ricostruzione dei luoghi del conflitto; la tensione all’innovazione delle forme organizzative del partito e alla sperimentazione; un’identità comunista adeguata al nuovo secolo, che implica una rottura radicale con ogni residuo di stalinismo. Questo impianto era finalizzato a forzare le strettoie delle politiche di alternanza, a mantenere la barra su un progetto anticapitalistico, di alternativa di società, costruendone le condizioni indispensabili, cioè un blocco sociale antagonista e la sua capacità di iniziativa e mobilitazione.

5. Riteniamo che la strada politica intrapresa dalla maggioranza della Direzione Nazionale rappresenti una regressione rispetto a quel percorso. Uno slittamento verso una direzione molto più tradizionale, che pone come obiettivo centrale lo sbocco di governo con quelle forze che hanno come orizzonte, in una dinamica di alternanza, la gestione moderata dell’economia e dello stato capitalistico. Questo orizzonte è oggi assolutamente incapace di rispondere alle esigenze e alle preoccupazioni di lavoratrici e lavoratori. E non può quindi farsi carico delle aspettative anche di un movimento di massa antiliberista con il quale inevitabilmente finirebbe per entrare in conflitto.

6. Con le forze politiche della sinistra liberale e moderata va percorsa una strada che, accanto ad una continua ricerca di possibili e parziali unità nell’azione concreta, sia contemporaneamente chiara sulla diversità delle strategie e dei progetti. Altrimenti, anche al di là del livello medio di coscienza politica presente in vasti settori del cosiddetto “popolo della sinistra”, saremmo seminatori di illusioni: non faremmo un buon servizio a questo stesso popolo, se non provassimo a tenere aperta la strada dell’alternativa.

7. L’attuale sistema elettorale maggioritario e antidemocratico, rende necessaria un’alleanza elettorale con il centro-sinistra. L’importante è evitare la subalternità e l’ingabbiamento del nostro partito in un governo di alternanza, di cui nei fatti saremmo prigionieri; non privare il movimento di una sponda politica essenziale al suo sviluppo; tenere viva l’idea e la pratica dell’alternativa e non farsi risucchiare nelle sabbie mobili di altre logiche e di altre aspettative. Pensiamo che le formule di accordo elettorale possano essere le più varie. Ci interessa che in caso di vittoria elettorale resti aperta per noi la possibilità di agire da posizione autonoma e non vincolata, per portare le contraddizioni nel centrosinistra, anziché assumerle su di noi.

8. Accanto alla definizione di politiche contingenti, per il nostro partito diventa sempre meno rinviabile la sfida alle destre su una diversa visione del mondo e del destino degli esseri mani. Si ripresenta l’esigenza di identità e di valori. Del nuovo corso non condividiamo anche il modo in cui a questa esigenza è stata data risposta. Siamo per il pacifismo radicale, ma non condividiamo la metafisica della nonviolenza. Pensiamo che vecchie logiche d’apparato e di autonomia del politico continuino a resistere alla costruzione di quel partito dinamico e aperto, che desideriamo apparire ed essere. Siamo convinti-e che la questione dell’identità non possa essere affrontata con riverniciature improvvisate, ma passi anche attraverso la comprensione e il recupero della parte migliore della nostra storia.

9. Noi proponiamo quindi un percorso che, provando a cimentarsi con la costruzione di un nuovo movimento operaio, sviluppi il conflitto e l’autorganizzazione sociale, attraverso strutture democratiche di lotta. Puntiamo cioè alla costruzione di un nuovo blocco sociale che nel corso della propria autorganizzazione maturi la consapevolezza della necessità di superare il capitalismo. È solo attraverso la partecipazione, la democrazia, un ruolo critico e militante che i lavoratori, le lavoratrici, le nuove generazioni potranno riprogettare la rivoluzione – categoria che non a caso era centrale allo scorso congresso – e costruire una società con forme di democrazia superiori a quella attuale. L’alternativa tra “socialismo o barbarie” costituisce il bivio drammatico del nostro tempo, ma proprio per questo non può coincidere con qualche correzione o temperamento delle logiche del capitalismo.

1. L’OFFENSIVA DELLA DESTRA, L’INADEGUATEZZA DEI CENTROSINISTRA

1.1. Una nuova fase A Seattle una nuova generazione politica ha messo a nudo l’inadeguatezza del neoliberismo smascherando la sua pretesa di rappresentare la “fine della storia”. A Seattle, come prima in Chiapas e poi a Genova, un urlo liberatorio ha detto “basta”, un nuovo attore si è mosso sulla scena politica internazionale per rappresentare la volontà, etica prima che politica, di costruire un’alternativa al neoliberismo vincente e di rifondare i contenuti e le forme della politica per la trasformazione. Questo movimento continua a segnare l’attuale fase politica. Allo stesso tempo, la vittoria di Bush alle presidenziali nordamericane e la sconfitta del Partito dei lavoratori brasiliano nella città di Porto Alegre – comunemente accettata come capitale morale del movimento antiglobalizzazione – ci dicono che quel corso si scontra con una durezza e uno spessore delle classi dominanti che, sia pure pressati da una crisi di legittimità, dispongono di rapporti di forza ancora largamente favorevoli. Viviamo quindi in una fase fortemente contraddittoria: il nuovo slancio delle destre capitanate da Bush si accompagna alla dinamica dei movimenti; l’inadeguatezza delle sinistre liberali a veicolare un messaggio alternativo alle destre è affiancata dalla contestuale insufficienza della sinistra alternativa a uscire dalla fase di minorità ideale e programmatica in cui la sconfitta del novecento l’ha gettata.

1.2. La guerra globale permanente La guerra mostra chiaramente la logica interna del capitalismo globale e la funzione delle destre. Scatenata in nome della “lotta al terrorismo”, la guerra – che non ha ridotto la minaccia terroristica, al contrario – si presenta come la risposta obbligata alla crisi dell’accumulazione capitalistica, che è sostanzialmente una crisi da sovrapproduzione, verticale e duratura. La fase aperta dall’amministrazione Bush rappresenta una svolta della politica mondiale in cui le forze più risolute del capitalismo globale chiedono e spingono per una maggiore efficienza – leggi limitazione della resistenza sociale e democratica – e una maggiore capacità di difendere privilegi e profitti. L’obiettivo è superare da destra l’impasse delle politiche neoliberiste inaugurate da Reagan e Thatcher all’inizio degli anni 80, con un recupero della funzione statuale, di un moderno protezionismo di guerra e con una compressione ancora più forte delle conquiste sociali. Il fatto che questa strategia muova dall’interno di uno stato nazionale e utilizzi i suoi tradizionali dispositivi non fa che dimostrare la fretta e la superficialità con cui se n’era dichiarata la crisi.

1.3. Il neoimperialismo Usa In realtà l’offensiva degli Stati Uniti risale al 1991 quando il crollo del Muro di Berlino determina un capovolgimento improvviso dei rapporti di forza a livello internazionale e gli Usa ne approfittano, con la prima guerra del Golfo, per rilanciarsi come unica potenza mondiale. Nel corso degli anni 90, la difficoltà ad affermare questa strategia, li spinge a concertare con gli alleati europei e a mantenere un rapporto con la Russia privilegiando una tattica “multilateralista”: dall’utilizzo dell’Onu nel ’91 all’impiego della Nato nei Balcani. L’11 settembre offre l’occasione per cambiare passo. In nome della “lotta al terrorismo” la nuova amministrazione Bush rilancia il vecchio progetto di dominio sull’intero pianeta. È la cosiddetta tattica dell’“unilateralismo” che costituisce l’altra faccia, quella più vera, di un’unica strategia che possiamo definire neoimperialista. La strategia neoimperialista lascia in parte immutato il classico meccanismo di rapina delle risorse primarie – il petrolio dell’Iraq, le spese militari, lo sbocco su nuovi mercati – ma la supremazia globale deve poggiare anche sul finanziamento del proprio debito interno e commerciale con il flusso di enormi capitali esteri. La nuova configurazione dell’imperialismo nell’epoca della globalizzazione assume così la forma della dominazione politica connessa allo sviluppo ineguale e combinato dell’accumulazione capitalistica. Negli ultimi due decenni l’egemonia imperiale si è esercitata tramite il predominio finanziario, quello scientifico e tecnico, l’omogeneizzazione culturale e la supremazia militare. Per questo è necessario che nessuna altra potenza competitiva si affermi nel mondo, che il cuore della produzione energetica sia saldamente sotto il comando Usa, che l’egemonia militare non sia minacciata da nessun altro soggetto o progetto concorrente (come ad esempio l’esercito europeo). Questa dinamica, oltre a produrre uno stato di eccezionalità democratica (Guantanamo), spinge anche altri stati, o gruppi di stati come l’Unione europea, ad adeguarsi all’offensiva: l’attacco socialdemocratico in Germania alle conquiste dei lavoratori ne costituisce un segno tangibile.

1.4. Terrorismi e resistenze In questo contesto i terrorismi di matrice islamica propongono una loro specifica opzione politica candidandosi a conquistare la direzione politica di alcuni stati arabi. Si tratta di una minaccia evidente per i lavoratori del mondo arabo, e per l’islam in generale, che non rappresenta in alcun modo un alleato possibile nella battaglia antimperialistica. Nondimeno, i terrorismi si nutrono della disperazione, della miseria, della fame che gli imperialismi occidentali continuano a produrre nel cosiddetto terzo mondo. Ma se è vero che i terrorismi crescono grazie alla “guerra permanente” che spinge migliaia di giovani musulmani a una nuova “guerra santa”, non è vero il contrario, non è vero cioè che la guerra si spieghi con quel terrore, perché poggia su una legge interna. Così come non è vero che i terrorismi riassumano forzatamente tutte le variabili possibili di resistenza alla guerra. Non esiste dunque una “spirale”, ma una strategia imperialistica cui si contrappongono diverse resistenze – popolari, armate e terroristiche – delle quali l’ultima esprime, al di là della quantità di violenza prodotta, una soggettività e una finalità politiche lontane dagli interessi delle masse popolari. Siamo quindi contro i terrorismi, come strumento politico che inibisce la possibilità di liberazione dei popoli oppressi. Ma questo non riduce la nostra lotta, “senza se e senza ma”, alla guerra globale; siamo contro il terrore, in primo luogo quello prodotto dai nostri paesi, dall’Italia, che spara sui civili a Nassirya o che appoggia gli Usa che bombardano le città, e quindi le popolazioni civili, irachene. E siamo con le resistenze, in primo luogo quella palestinese che lotta per il diritto al proprio stato.

1.5. La crisi di consenso e il neoconservatorismo La nuova offensiva della destra globale deve comunque fare i conti con una crisi di consenso del sistema stesso. La strategia della guerra permanente non convince se non viene alimentata dal richiamo costante alla “Sicurezza”, alla “Patria”, ai “Valori religiosi”. I cavalli di battaglia del liberismo non riescono più a sorreggere una soggettività politica che, per vincere e convincere, ha dunque bisogno di recuperare valori più arcaici ma non per questo meno forti: la triade “Dio, patria e famiglia”; la “nazione guerriera”; il “comandante in capo”; la “fede assoluta” come speranza in un mondo migliore. Anche questo spiega la centralità che occupa, nella strategia dei neoconservatori statunitensi, la preoccupazione per “valori morali” che diano sostanza a un progetto politico altrimenti debole.

1.6. Il centrosinistra liberale L’avanzata del neoconservatorismo si accompagna alla generosa, anche se più debole (la suggestione della “seconda superpotenza” è, appunto, solo una suggestione) azione dei movimenti. Quello che sembra non avere spazio è la cosiddetta terza via, quella forma di mediazione tra istanze inconciliabili che i teorici della moderna socialdemocrazia, vorrebbero portare a compromesso. La fase attuale del liberismo, invece, si esprime in primo luogo per la riduzione, quasi cancellazione, di spazi di mediazione e di compromesso sociale. La crisi delle socialdemocrazie e del centrosinistra internazionale sta tutta qui e attraversa i punti di insediamento più avanzato, come la Germania, ma anche il Brasile di Lula, che sconta le compatibilità con il Fmi (e non a caso resiste Chavez, con il suo programma radicale inviso alle sinistre liberali). Il centrosinistra, per sua cultura, storia, radicamento sociale, non può essere accomunato alle destre. Ciò non toglie che il suo orizzonte, il suo soggetto di riferimento, siano gli interessi del capitalismo globale a cui continua a proporre maggiore cooperazione, concertazione, multilateralismo. E se Bush propone la “guerra preventiva”, il centrosinistra ha inaugurato “la guerra umanitaria”. Nonostante le loro differenze, quindi, centrodestra e centrosinistra si presentano sempre più come attori diversi all’interno dello stesso schieramento capitalistico. Il dato è confermato dalla tendenza delle forze di centrosinistra, e segnatamente della socialdemocrazia, a distaccarsi, specialmente quando si trova al governo, dalla propria tradizionale base sociale e sindacale.

1.7. Il progetto Europa Questa analisi è confermata dal processo di Unificazione europea. Sin dalla sua fondazione L’Europa si fonda sul compromesso tra le “famiglie” socialista e popolare, come dimostra la composizione della Commissione europea. L’Atto unico, il Trattato di Maastricht, la moneta unica e, infine, la Costituzione europea, disegnano una traiettoria in cui per reggere la competizione globale, si definisce uno strumento proto-statuale in cui sono compressi gli interessi di lavoratrici e lavoratori, smantellato l’intervento pubblico, taglieggiato il welfare state. La Costituzione ne costituisce il suggello istituzionale e normativo, determinando, anche giuridicamente, il superamento definitivo non tanto degli stati nazionali, ma delle garanzie, e dei compromessi sociali, raggiunti al loro interno. Compresi quelli tipicamente sindacali: basti pensare agli effetti più immediati dell’allargamento a est o a quella direttiva Bolkenstein – voluta dalla Commissione Prodi – che legalizza l’esportazione dei contratti peggiori là dove vi sono i contratti migliori. Questa Europa è stata fortemente voluta dalle sinistre liberali. Questo è il modello di società che Prodi vuole portare in Italia: è questa l’idea di società che dovremmo costruire insieme?

2. LA RESISTENZA DEI MOVIMENTI

2.1. Il primo ciclo I movimenti di questi anni hanno agito dentro la perdita di consenso del liberismo, ricostruendo le condizioni per progettare una politica della trasformazione. Qui sta la loro principale caratteristica, che ha coinciso con la natura etica delle mobilitazioni, espressione della ricerca di un “nuovo inizio” della politica, che ha coinvolto in primo luogo giovani generazioni e che ha permesso la crescita esponenziale delle mobilitazioni. Questa fase oggi è alle nostre spalle. I movimenti globali di contestazione hanno chiuso un primo ciclo che, solo per comodità, potremmo fissare nell’arco di lotte compreso tra i 40mila di Seattle e i 15 milioni del 15 febbraio 2003: tra l’affermazione del No all’esistente e l’individuazione della Pace come valore fondante un possibile “altro mondo”.

2.2. Vecchio e nuovo movimento Dopo questo primo ciclo si è affacciato più nettamente il conflitto operaio e sociale che, anche sull’onda dei Forum sociali, ha recuperato un nuovo protagonismo. Le lotte contro la riforma sociale e della scuola in Francia; quelle contro l’”Agenda sociale” di Schroeder; gli scioperi generali in Spagna e Grecia; il subbuglio nel movimento sindacale inglese; le lotte dell’America latina e del sud est asiatico o persino negli Stati Uniti; e, infine, un nuovo ciclo di lotte in Italia di cui la vertenza Melfi esprime il simbolo. L’intero pianeta è stato attraversato da un risveglio proveniente dal mondo del lavoro sia nella sua classica espressione operaia sia nelle forme inedite della moderna composizione di classe (valga per tutti l’esempio dei piqueteros argentini), quasi tutte con un’alta percentuale di giovani. Il movimento globale ha favorito questa dinamica ma non ha ancora garantito, e del resto non poteva, il collegamento diretto tra le lotte, su scala nazionale e internazionale; la saldatura tra vecchio e nuovo movimento operaio; il rinnovamento dei gruppi dirigenti. Lo stato della lotta di classe e quello del movimento “no global” hanno finora disegnato un quadro desincronizzato in cui l’unico elemento di connessione è rappresentato dal senso politico comune: il movimento “no global” ha contribuito, forte anche del suo spiccato carattere etico, a far cambiare giudizi e opinioni sul carattere del liberismo e della guerra, senza però arrivare nelle viscere della odierna condizione di classe. Il nuovo movimento operaio è ancora da costruire.

2.3. Melfi e la necessità di vittorie Quello che può contribuire a collegare le lotte, a saldare il gap generazionale, a rinnovare i gruppi dirigenti (il grosso del movimento operaio è appannaggio di direzioni riformiste), sono alcune vittorie, anche parziali. Il caso di Melfi è esemplare per questo: lì, in presenza di una vittoria tutti gli elementi di crisi si sono presentati in una prospettiva più avanzata, compreso il nodo del rinnovamento delle avanguardie. L’ottenimento di vittorie, il segno di una controtendenza possibile rappresenta oggi la priorità dei movimenti, la priorità della nostra agenda. Ottenere vittorie, però, non è facile se non si risponde, per lo meno, all’attuale fase di frammentazione dello scontro sociale, non risolta nemmeno dalla spinta ricompositiva operata dai Forum sociali. Nonostante il successo di appuntamenti importanti come Porto Alegre, Firenze, Mumbai, Londra, il collegamento tra lotte analoghe è ancora fragile; non esistono campagne comuni, né a livello locale, né sul piano internazionale. Si pensi alle vertenze del lavoro in Italia, a quelle di difesa ambientale come Scanzano o Acerra, o all’attacco concentrico contro lo stato sociale in Europa. Esiste la necessità di elaborare un’offensiva, anche sul piano programmatico, per ottenere avanzamenti reali della lotta di classe, strappare conquiste significative, realizzare un nuovo clima di fiducia e di slancio delle lotte stesse.

2.4. Dall’evento all’unificazione dei movimenti L’esperienza dei Forum sociali è servita a costruire un forte senso comune, una dimensione sopranazionale e una massa d’urto critica nei confronti del neoliberismo. L’“Evento” Forum sociale ha saputo raccogliere una potenzialità altrimenti fluttuante. Oggi abbiamo bisogno che l’Evento si trasformi in Movimenti, in tanti movimenti sociali che valorizzino l’accumulo ideale per una nuova stagione di lotte. Questi movimenti vanno unificati in forme ed esperienze nuove, ponendo al centro la democrazia dei soggetti. La fase degli accordi politici di vertice fra associazioni deve lasciare maggiore spazio alla realizzazione di sperimentazioni democratiche in cui siano i movimenti ad autorappresentarsi e autorganizzarsi.

2.5. I soggetti della trasformazione La dinamica dei movimenti parla della ricostruzione del soggetto della trasformazione sociale. O meglio dei soggetti. Quello che storicamente abbiamo definito “movimento operaio”, oggi non esiste più nelle forme e nelle determinazioni che ha avuto nel corso dello scorso secolo. Lungi dall’essersi ridotta la centralità del lavoro – semmai accresciuta anche nelle nuove forme di accumulazione del valore nel campo produttivo e riproduttivo e nel moderno sfruttamento della conoscenza oltre che del lavoro manuale – a essersi modificata è la composizione sociale dei soggetti subalterni. Differenziati strutturalmente – per collocazione produttiva, età, sesso, etnia e cultura – ma anche indeboliti sul piano della consapevolezza di sé, della propria funzione e del proprio peso sociale. Il soggetto della trasformazione del futuro non potrà che essere un soggetto plurale, differenziato, composito, ma anche profondamente unificato dalle politiche del suo avversario, il capitalismo, il cui raggio d’azione non riguarda più solo le merci ma anche il vivente, non più solo la produzione materiale ma anche quella immateriale. Questa scomposizione e ricomposizione determina oggi il ritmo di una lotta di classe molto più variegata e complessa – a volte irriconoscibile al tal punto da non essere più nominata – che si inabissa in contraddizioni apparentemente secondarie, che esigono invece un percorso ricompositivo molto più impegnativo. Un percorso in cui la consapevolezza dei movimenti, la loro capacità analitica e relazionale è messa a dura prova, ma in cui anche il ruolo del partito, di un moderno partito comunista, viene esaltato e potenziato.

2.6. La questione femminista La soggettività che desideriamo costruire deve essere di donne e di uomini. Le donne non fuggono le responsabilità della politica: sono state tantissime nei movimenti, sono spesso alla testa delle iniziative di protesta, sono accorse per prime nei luoghi di guerra, affollano ogni tipo di volontariato possibile. Le donne fuggono le strutture in cui la politica si riduce a lotta di potere. Per il partito è aperta da tempo una “questione” femminista, cioè la sfida della contaminazione più urgente e motivata. Si tratta di ascoltare le voci diverse di un’altra storia con cui il movimento operaio del Novecento non è mai riuscito a fare i conti fino in fondo. Queste voci a loro modo raccontano la vicenda di un soggetto di liberazione non sconfitto, malgrado l’ascesa degli integralismi e la reazione neoconservatrice. Parlano a nome di coloro che hanno subito la relazione di potere su cui tutte le altre si reggono (vedi negli Usa la rielezione di Bush). E utilizzano un parametro di lettura delle relazioni umane (il genere), senza il quale ogni contesto diventa meno comprensibile e ogni sapere resta unilaterale. Rifondazione comunista avrebbe tutto l’interesse ad ascoltare e a cercare davvero di comprendere, a non scegliere tra femminismi prima ancora che sia stata definita la stessa materia del contendere.

3. LA CRISI ITALIANA: UNA PROPOSTA ALTERNATIVA

3.1. La priorità: cacciare Berlusconi Dalle elezioni europee è evidente la crisi del berlusconismo, sia sul piano ideologico che su quello dei consensi. Colpito dalla crisi di consenso del liberismo (che colpisce tutti i governi della globalizzazione) il centrodestra subisce la perdita di credibilità del suo leader, il proprio coagulante fondamentale, e vede spezzato il patto sociale che ne è all’origine (il cosiddetto patto Tremonti-Bossi). Ma il suo blocco di riferimento ancora non si disperde socialmente e non si dispone alla ricerca di un’alternativa politica: semmai si rifugia nell’astensione. La Casa delle Libertà è oggi alla ricerca di un nuovo equilibrio interno e di una nuova miscela degli elementi che l’hanno finora composta: il razzismo leghista, il nazionalismo (economico e culturale) di An, il conservatorismo moderato dell’Udc, il populismo liberista di Forza Italia, una spruzzata di integralismo cattolico che attraversa tutte le componenti. E, mentre si pone il problema della successione a Berlusconi cerca di ricostruire una nuova relazione con la Confindustria e i cosiddetti poteri forti italiani: dalla Banca d’Italia al Vaticano. Questa strategia è seguita con molta attenzione dai padroni capeggiati da Luca Cordero di Montezemolo i quali, mentre lanciano segnali di dialogo al centrosinistra, cercano di individuare il terreno di dialogo e di influenza costruttiva sull’attuale governo. Se si vuole accentuare la crisi del governo, non ci si può limitare ad attendere l’esplosione delle sue contraddizioni, ma occorre contrastarlo sul piano sociale e su quello del suo coinvolgimento nella guerra.

3.2. La crisi dell’Ulivo e il progetto della Gad Al pari del centrodestra, anche il centrosinistra vive una crisi interna. Il progetto di lista unitaria dell’Ulivo non decolla appannando la leadership di Prodi. Le forze antiliberiste del centrosinistra, sulla spinta dei movimenti, accentuano le loro pretese. Prosegue la competizione tra Ds e Margherita. Quello che rimane è l’orientamento maggioritario del centrosinistra, interno alle politiche liberiste e sostenitore di una visione multilaterale della guerra. Nemmeno è vero che il centrosinistra si sia disarticolato – anche se i movimenti hanno influenzato le sue dinamiche interne: la coalizione in quanto tale, infatti, non si è mai rotta, né può farlo. La candidatura di Prodi è sintomatica di questa immutabilità. A consolidare il centrosinistra in crisi è invece la nascita della Grande Alleanza Democratica. Nata senza un contenuto unificante, ma solo in funzione della leadership di Prodi, la Gad mostra non già che la gabbia del centrosinistra sia stata rotta ma solo che Rifondazione comunista vi è entrata dentro. Nella Grande Alleanza Democratica si determina un compromesso al ribasso senza programmi né contenuti. Basta guardare alle regionali, in cui i candidati vengono scelti per la loro capacità di vincere e non per il programma che realizzano. Oppure, alla mozione presentata sull’Iraq, dove il rientro del contingente, tutt’altro che immediato, è collegato a una Conferenza internazionale – a guida Usa – e a una “sostituzione delle truppe mediante missione sotto egida Onu” facendo rientrare dalla porta quello che si vorrebbe far uscire dalla finestra.

3.3. L’unità della sinistra sociale Il problema della relazione con il centrosinistra rimane certamente presente. Lo chiedono i lavoratori, per i quali l’unità è un modo per difendersi dagli attacchi del capitale. Ma proprio per questo, l’unità che serve è quella che si consolida a partire dalle istanze di movimento, dai luoghi del conflitto sociale, là dove si può e si deve delineare una piattaforma unitaria che misuri oggi l’unità possibile contro il governo. Questa unità è propedeutica a qualsiasi altra unità, politica o elettorale che sia. L’unità delle sinistre, se non vuole ridursi a un mito, a una pressione o a una finzione, deve prima misurare le sue condizioni nel vivo del conflitto sociale: è questa la priorità che oggi ci diamo, su questo misuriamo lo svolgimento delle relazioni politiche e sociali future. a) La guerra. La costruzione di un più ampio movimento contro la guerra permanente resta una priorità. Il ritiro immediato delle truppe, l’autodeterminazione dell’Iraq, il rifiuto di contingenti militari targati Onu, che surrettiziamente ripropongano forme di occupazione imperialistica, rimangono le parole d’ordine più urgenti. Ma anche una campagna contro le spese militari, contro le basi, contro gli eserciti di professione, per la riconversione della produzione bellica, la convocazione dello sciopero generale contro la guerra rappresentano obiettivi su cui costruire un movimento permanente. b) La precarietà. Sul piano sociale la costruzione di un “fronte comune contro la precarietà” ci sembra una priorità decisiva. La costruzione di questo fronte tiene dentro i rinnovi contrattuali, la lotta contro la legge 30 e il pacchetto Treu, un vero e dignitoso salario sociale, il coordinamento tra settori differenziati e dispersi dall’attacco padronale: per unire ciò che il capitale frantuma. c) I migranti. Occorre estendere la costruzione di un vero movimento dei migranti, autorganizzato e in stretto rapporto con l’affermazione di un nuovo movimento operaio. La rivendicazione di diritti sociali e politici è un aspetto rilevante ma rischia di rimanere astratto se non si riempie di contenuti a partire dalla lotta alla precarietà del lavoro: la legge 30 e la Bossi- Fini sono due facce della stessa medaglia. Ma altrettanto importante resta la battaglia per l’abolizione dei Ctp, il riconoscimento del diritto d’asilo, il diritto di voto, l’accesso al pubblico impiego, il trasferimento delle competenze amministrative per l’immigrazione dalle Questure agli organi naturalmente preposti. L’alternativa alla Bossi-Fini non è certo la Turco- Napolitano d) La difesa del welfare. L’attacco al welfare costituisce ancora il ventre molle delle politiche liberiste, di destra e di centrosinistra (si guardi alle proposte della Margherita). La difesa del welfare state non può più passare per la resistenza, pure necessaria, attorno ai nodi nevralgici (pensioni, sanità) ma deve vedere una campagna per l’estensione dei diritti. Recupero del sistema retributivo, separazione tra assistenza e previdenza nei conti dell’Inps, salvaguardia del Tfr, difesa e allargamento dei meccanismi di cassaintegrazione, sono solo alcuni dei punti di lotta principali. Il carattere pubblico dell’istruzione è parte di questa campagna complessiva con l’obiettivo centrale dell’abolizione della legge Moratti (senza tornare alla legge Berlinguer). e) La difesa dell’ambiente e dei beni comuni. Le lotte di Scanzano e Acerra mostrano come la difesa dei cosiddetti beni comuni costituisca una risorsa democratica che non va dispersa. La lotta di Acerra, in particolare, non è conclusa: la solidarietà e l’estensione di lotte analoghe in tutta Italia è fondamentale. Nell’immediato occorre battersi per il rifiuto di impianti di combustione dei rifiuti e delle relative discariche di servizio per le scorie; per il risparmio energetico e l’utilizzo di fonti rinnovabili (come il sole, il vento) contro la possibile riapertura di centrali nucleari; per il rifiuto di cibi artificiali (gli OGM) propinati dalle stesse grandi multinazionali dell’alimentazione che sono le principali responsabili della fame nel mondo; per il sostegno delle produzioni legate al territorio; per il No alle cosiddette Grandi opere (come ad esempio la Tav o il ponte sullo Stretto) e il sostegno a una politica pubblica di risanamento dei territori, l’assetto geologico, la qualità dell’ambiente. f) La lotta contro gli integralismi. È assai grave per il nostro futuro che il centro sinistra dinanzi all’offensiva integralista semplicemente arretri, cercando mediazioni incredibili sui temi della laicità e dell’autodeterminazione femminile. L’opposizione agli integralismi passa nel nostro paese prima di tutto attraverso l’affermazione dei diritti sessuali e riproduttivi. Siamo perciò contro i limiti imposti ancora in Italia alla contraccezione e alla ricerca; per la depenalizzazione dell’aborto e contro la legge che fa dell’embrione soggetto di diritti in conflitto con quelli della donna. Sosteniamo l’aspirazione delle persone GLBT a forme di riconoscimento delle loro relazioni sessuali e affettive, nei modi in cui di volta in volta lo rivendichino. Ci opponiamo alla maternità coatta attraverso l’identificazione della Donna con la Madre e la difficoltà a praticare altre scelte. Chiediamo però che la libera scelta della maternità venga sostenuta e tutelata attraverso congedi o anni sabbatici per entrambi i genitori, lo sviluppo dei servizi per l’infanzia e la fine della penalizzazione delle donne nella sfera pubblica per il ruolo che esse svolgono nella riproduzione. Crediamo infine che contro la legge sulla fecondazione assistita vada ingaggiata una lotta politica e culturale, di civiltà e di autodifesa e che su questo terreno non debbano essere accettate regressioni. g) Un nuovo internazionalismo, a cominciare dalla Palestina. Il movimento ci ha insegnato che l’internazionalismo del XXI secolo è sempre più lavoro comune attorno agli stessi obiettivi. Ma il terreno della solidarietà internazionale resta ancora una necessità contro l’imperialismo e le guerre. In questo contesto la mobilitazione per il diritto dei palestinesi al proprio Stato ha bisogno di nuovo slancio. Siamo per il principio della convivenza possibile e necessaria, per il diritto di Israele ad esistere, ma oggi la priorità è la costituzione dello stato palestinese. La politica di occupazione israeliana è destinata ad aggravare violenza e terrorismo, mentre la costruzione del Muro non fa che sancire un regime di apartheid. Quella politica deve essere bloccata anche con sanzioni contro lo stato di Israele. Allo stesso tempo sosteniamo l’intifada, come processo di autodifesa, democratico e popolare. Il nostro partito deve impegnarsi in questa direzione molto più a fondo di quanto fatto finora, sostenendo una politica unitaria del movimento palestinese, ma anche auspicando una sua progressiva democratizzazione a partire da libere elezioni. Un passaggio questo che può consentire di costruire rapporti più stretti con la sinistra palestinese senza così venir meno al supporto necessario alla complessiva lotta di liberazione.

3.4. La questione sindacale. Un vero piano di lavoro sociale ha bisogno di un ripensamento dell’intervento sindacale. La riattivazione sociale degli ultimi anni ha sconfitto il metodo D’Amato ma non ha mutato i rapporti di forza né indebolito gli obiettivi di Confindustria e del governo. La “nuova concertazione” punta a ricostruire un patto sociale con Cgil, Cisl e Uil su basi più arretrate dei nefasti accordi del ’93. Le contraddizioni del sindacalismo confederale sono evidenti. Se Cisl e Uil da un lato continuano a ricercare la legittimazione di governo e Confindustria, la Cgil si dibatte in una contraddizione ulteriore tra un orientamento di “sinistra” sul piano politico generale ed una pratica concertativa nella maggior parte delle vertenze di categoria. L’arcipelago del sindacalismo di base, da parte sua, rappresenta un patrimonio prezioso ma non costituisce ancora un’alternativa credibile e sufficiente. La costruzione di una sinistra sindacale nella Cgil, le esperienze più avanzate del sindacalismo confederale, come la Fiom, e le organizzazioni sindacali di base rappresentano oggi i luoghi della costruzione della sinistra sindacale. Ma questa ha bisogno di contenuti che possano permettere convergenze e unità d’azione. A partire dalla rottura del quadro concertativo della “politica dei redditi”, dalla lotta contro la precarizzazione, per la cancellazione della legge 30 e contro la sua applicazione e, infine, la lotta per la democrazia e le libertà sindacali (diritto di sciopero, voto su piattaforme e contratti, legge sulla rappresentanza).

4. UN ALTRO PRODI NON È POSSIBILE

4.1. La linea governista va sconfitta Battere Berlusconi in un processo qualificato socialmente impone di misurarsi con la prospettiva proposta al partito in questo congresso: l’accordo programmatico di governo. È ovvio che la questione del governo è un passaggio da valutare di volta in volta in funzione dell’analisi della fase. Fu così nel 1996 e nel 2001. Ma mai si era annunciato con tre anni di anticipo rispetto alle elezioni l’obiettivo dell’accordo programmatico di governo! E, per di più, dopo un congresso che proclamava lo spostamento del nostro baricentro politico, dal politico-istituzionale al conflitto sociale! Mai era accaduto che ci si piegasse ad accettare, in funzione di quell’obiettivo ormai diventato un esito, pratiche a noi estranee come le primarie. Mai si era contraddetta un’acquisizione di base del partito: il fatto che per un’ipotesi di alleanza, anche a livello locale e regionale, si valutassero prima i programmi poi gli accordi. Con la GAD si arriva ad un’Alleanza senza alcun accordo, ma che evidentemente lo dà per scontato. Riteniamo che la linea dell’accordo programmatico di governo sia sostanzialmente impraticabile e dannosa, sia per la crescita del movimento che per la costruzione della sinistra alternativa, pericolosa per la stessa tenuta del PRC inteso come soggetto politico autonomo e credibile e, forse, anche perdente dal punto di vista elettorale.

4.2. L’ impraticabilità La mozione presentata dalla GAD sull’Iraq – un evidente passo indietro rispetto allo stesso movimento per la pace – e l’inviolabilità da parte del centrosinistra del Patto di Stabilità (e della politica monetaria della Bce) sono sufficienti a dimostrare nei fatti che non è possibile perseguire un accordo programmatico accettabile, e sul quale impegnarsi per 5 anni di governo, con chi sostiene queste politiche. Il PRC e il Centrosinistra si muovono ancora su assi politicoculturali incompatibili e rappresentano interessi, spesso, contrapposti. Per questa ragione la linea attualmente perseguita dal Partito non è praticabile. Non si può arrivare all’individuazione di un programma organico di governo col centrosinistra, senza che una delle due parti subisca una mutazione.

4.3. La dannosità L’accordo di governo è indicato come necessario per permettere la crescita del movimento e l’ottenimento di risultati. Il politico che apre la strada al sociale. A noi pare che il processo, per avere qualche fondamento in termini strutturali dovrebbe essere opposto: dal sociale al politico. Conquistare risultati col conflitto sociale e tradurli in risultati politici. In genere ci pare sia accaduto così. Stare in un governo che, in un contesto europeo ben preciso non si propone neppure di cambiare gli assi fondamentali di politiche economiche e sociali liberiste mortifica, anziché valorizzare, tutto ciò che si è mosso in questi anni per il cambiamento. Dai movimenti alla FIOM. Del resto è comprovato dalle vicende degli ultimi mesi che hanno visto il nostro partito sempre più debole nell’attività di movimento. Ci pare, anche, che il quadro descritto pesi in negativo sulla costruzione di una sinistra alternativa. Se oggi il centrosinistra ha superato anche la fase della contestazione dei “girotondi” e dei settori democratici che chiedevano maggiore efficacia nell’opposizione alla destra, la nostra linea politica non è esente da colpe. Lo spostamento del nostro asse politico ha letteralmente tagliato loro l’erba sotto i piedi.

4.4. La pericolosità Ci pare, anche, che il PRC non potrebbe superare la prova di un governo che praticherebbe politiche sostanzialmente neoliberiste e che quindi non farebbe che entrare in contraddizione con le istanze dei movimenti e del conflitto sociale. Coloro che oggi ci chiedono di cacciare Berlusconi ci chiederanno di lottare con loro contro quelle politiche. Ma come potremo farlo stando al governo e dopo avere stretto un accordo programmatico di legislatura? Noi riteniamo che, dopo 5 anni di governo nella GAD non potremmo continuare ad essere un partito autonomo e credibile per gli sfruttati. Dato che contemporaneamente continuiamo a pensare che l’esistenza di un soggetto politico su posizioni di classe sia uno strumento insostituibile per le lotte delle classi subalterne, non possiamo che batterci contro una linea politica che ne mette in pericolo la stessa esistenza, non come vuota sigla elettorale, ma come entità capace di produrre iniziativa politica.

4.5. La nostra proposta elettorale Il nostro partito deve saper rispondere alla richiesta unitaria che proviene dai lavoratori-lavoratrici manifestando la massima disponibilità a battersi contro le politiche sociali delle destre e a percorrere anche accordi imposti dall’attuale sistema elettorale. Allo stesso tempo deve saper mantenere la sua indipendenza politica e programmatica, senza entrare nella logica delle politiche di alternanza. Questo doppio passaggio è necessario per non avallare illusioni o false speranze, per non rendersi compartecipi delle demoralizzazioni che potrebbero provenire di fronte a una mancata alternativa del nuovo governo. Per questo pensiamo che nel rapporto con il centrosinistra andrebbero verificate e promosse differenti gradazioni capaci di muovere il quadro politico insieme alle forze di movimento e della sinistra alternativa. Tra la staticità di un accordo già fatto e quella dovuta a un’indisponibilità pregiudiziale, esiste la dinamica della politica. Ovviamente, sulla base del ragionamento effettuato e sulla convinzione che non c’è un’idea di società comune con il centrosinistra, riteniamo che non esistano le condizioni per un accordo di governo: un altro Prodi non è possibile. È possibile invece verificare l’ipotesi di un accordo politico- elettorale, a patto che ci sia la disponibilità dell’eventuale governo di centrosinistra, oltre al’immediato ritiro delle truppe dall’Iraq e dagli altri fronti della guerra globale, ad abrogare le leggi più inique del governo Berlusconi: dalla Legge 30 alla riforma Moratti, dalla Bossi-Fini alla legge sulla Procreazione medicalmente assistita, ma anche la disponibilità a rendere più democratico il sistema elettorale. Questo accordo non ci impegnerebbe per il governo, manterrebbe intatta la nostra autonomia e renderebbe immediatamente comprensibile l’eventuale necessità di far nascere il governo nel caso i nostri voti si rendessero necessari, senza prefigurare per questo un sostegno esterno o una presenza nella maggioranza ma giudicando di volta in volta i provvedimenti presi. Se neppure questi impegni irrinunciabili trovassero il consenso del centrosinistra, non ci resterebbe che un accordo tecnico-elettorale nelle forme rese possibili dalla legge attuale.

5. LA SINISTRA ALTERNATIVA 5.1.

Un progetto con i movimenti Il referendum per l’estensione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ha delineato per la prima volta uno schieramento di una sinistra alternativa con capacità di egemonia non solo sul corpo largo delle opposizioni ma sulla società italiana. È in quell’occasione che il PRC diventa protagonista, con una capacità di iniziativa su un contenuto altamente qualificato. Quell’iniziativa e quel contenuto sono stati rapidamente archiviati (se ne discute nella Gad?) nonostante i quasi 11milioni di voti favorevoli. Da allora la sinistra alternativa appare come una meta tanto attesa quanto irraggiungibile. Eppure, a partire dal social forum europeo di Firenze (novembre 2002) si erano espresse le condizioni, politico-organizzative e di disponibilità alla militanza, per un percorso comune tra soggetti, politici e sociali, diversi. Il progetto di accordo programmatico e di governo, invece, non solo ha distolto progressivamente la nostra attenzione ma addirittura ha trasformato l’ipotesi della sinistra alternativa in una subordinata dell’accordo con il Centrosinistra. Si è così evitato un confronto nel merito delle posizioni così come un percorso che ristabilisse un rapporto tra la “politica” e i “movimenti”, tra le forze esistenti e la possibilità di rafforzare una sinistra anticapitalistica più ampia. La nostra idea di sinistra alternativa continua a privilegiare l’iniziativa politico-sociale della recente stagione dei conflitti: meno convegni e più campagne. Da questo punto di vista il terreno programmatico nell’unità d’azione resta preminente per un percorso costituente che si fondi sull’iniziativa sociale.

5.2. Alternativi alla Gad Ma è sul nodo del rapporto con la sinistra liberale che si misura il senso della sinistra alternativa. Non è pensabile registrare le differenze tra le due sinistre e ipotizzare poi una loro convivenza al governo. L’ipotesi di Cofferati sul versante politico appariva insidiosa non solo perché nasceva sotto un segno moderato ma anche perché completamente interna al campo del Centrosinistra. Oggi corriamo il rischio di ripetere, un po’ più edulcorata, la stessa operazione. L’internità alla Gad, in fondo, è contraddittoria con la costruzione di una vera sinistra alternativa: e infatti questa non riesce a emergere. In realtà la rottura dello schema bipolare appare l’unica strada, nonostante le infinite difficoltà, per riproporre il tema della trasformazione. L’assemblea della sinistra radicale oppure la costituzione di un nuovo contenitore per la sinistra sono progetti praticabili a condizione che sappiano misurarsi sul terreno dei contenuti avanzati dai conflitti e dai movimenti sociali di questi anni e permettano di costruire le fondamenta di una sinistra in sintonia con la domanda di cambiamento emersa.

5.3. Il partito della Sinistra Europea Anche il Partito della Sinistra Europa vive contraddizioni analoghe. Nato all’interno di un progetto che salvaguardia il rapporto con le sinistre liberali e socialdemocratiche, quindi in una prospettiva di governo, il Pse appare ancora inadeguato a rapportarsi significativamente con i movimenti e a proporsi come soggetto attivo nella costruzione di conflitti. Tanto più che un problema centrale in questa fase è proprio il collegamento, almeno europeo, di conflitti generali. Si pensi allo scontro operaio in Germania e alla vertenza Fiat; alle tante lotte in difesa del welfare europeo; alla guerra. Anche per il Pse vale lo slogan “meno convegni e più campagne”. E invece in Europa si sono scelti partner più che sulla base di pratiche comuni di movimento – come fu deciso al V° Congresso – sulla base della comune disponibilità ad alleanze di governo, escludendo quelle non a caso più impegnate nella costruzione dei movimenti. Senza una svolta in tal senso, e senza un’apertura reale, priva di veti, a quella forze della sinistra anticapitalistica che sono più in sintonia con il nostro progetto, anche la Sinistra europea rischia di tramutarsi in un contenitore vuoto di prospettiva.

6. PER UN’ALTERNATIVA DI SOCIETÀ

6.1. Riappropriamoci del nostro mondo Non si ricostruisce una nuova soggettività critica senza un’idea di programma, cioè di società alternativa. La crisi del capitalismo, italiano e internazionale, richiede una progettualità matura, un’idea-forza che prefiguri la società che vogliamo. Un governo di un paese con un’economia capitalistica, si può dare – oltre che in presenza di condizioni particolari: contesto internazionale, forza dei movimenti, peso specifico di una forza anticapitalista – solo tramite una rottura esplicita con l’ordine esistente, che realizzi un programma immediatamente rappresentativo di profondi bisogni popolari e che promuova un reale processo di transizione. Un’idea-forza oggi può essere mutuata da uno degli slogan più efficaci del movimento antiglobalizzazione: riappropriamoci del nostro mondo. Si tratta di un modo diretto per riproporre la questione della proprietà – intellettuale, dei mezzi di produzione: quindi delle forme della cooperazione sociale – che rimane il punto nevralgico della critica al capitalismo e l’unica possibilità reale di fondare una trasformazione radicale. La riappropriazione sociale può voler dire più cose: a) riapppropriazione delle risorse produttive, energetiche e naturali da realizzarsi transitoriamente con una ri-nazionalizzazione, ovvero una ri-pubblicizzazione democraticamente partecipata e controllata; b) riappropriazione del tempo e delle forme di lavoro attraverso il controllo democratico da parte di lavoratori e lavoratrici sulla contrattazione e sulla vita lavorativa; c) riappropriazione del futuro con la messa a bando della guerra (Onu o non Onu); d) riappropriazione della democrazia a tutti i livelli: locale, nazionale, europeo, internazionale; nei luoghi della produzione e della socialità. Attorno a un principio di base: la partecipazione diretta e responsabile. L’esperienza di Porto Alegre è importante per questa indicazione (così come anche l’autogestione sperimentata in Argentina o i tentativi zapatisti), per la possibilità, concreta, praticabile, che masse popolari possano decidere della propria vita, del proprio futuro, in un processo aperto, collettivo e sempre verificabile. Ma una società effettivamente democratica non sarà tale se uno dei due generi verrà privato, formalmente e materialmente, delle proprie prerogative. La costruzione di una società femminista comporta l’inversione delle attuali dinamiche sociali, la sconfitta del liberismo e delle destre (e quindi del capitalismo reale), ma anche degli integralismi e del patriarcato; e) riappropriazione della convivenza. Al tempo della guerra globale e dello “scontro di civiltà”, in cui l’emersione di destre intolleranti e/o razziste rende possibili involuzioni autoritarie, la costruzione di una società interculturale è un tassello irrinunciabile. Con l’obiettivo di bandire l’eurocentrismo e la presunta superiorità della cosiddetta cultura occidentale che è debitrice della Mesopotamia, dell’ebraismo, dell’antico Egitto, della cultura araba del Medioevo. È più logico valorizzare la matematica del mondo arabo piuttosto che il velo e altre nefandezze, anche se bisogna pronunciarsi nettamente contro ogni legge che proibisca di indossarlo. Serve un atteggiamento che eviti di etnicizzare i problemi sociali, costruendo le condizioni dell’uguaglianza all’interno del “nuovo movimento operaio”, nativo e migrante, a partire dalla struttura del mercato del lavoro, dai diritti sociali, etc.. Lo scontro di civiltà si batte attraverso la costruzione di “ponti” tra culture diverse, individuando obiettivi e lotte comuni: quella contro la guerra permanente è la più urgente ma non l’unica; f) riappropriazione della società sostenibile attraverso la centralità della questione ambientale in un Pianeta che un modello di sviluppo basato sul profitto e sullo spreco delle risorse sta portando al disastro ecologico. Il concetto di limite delle risorse naturali, la necessità cioè di passare ad un modello di produzione, di consumi, di trasporti compatibile con la salvaguardia dell’ambiente, deve essere quindi al centro della politica e ulteriore stimolo alla necessità di superare la società capitalistica per affermare il giusto diritto delle popolazioni a poter decidere del proprio territorio e della propria vita.

7. IL PARTITO, L’AUTORIFORMA INCOMPIUTA

7.1. Uno strumento per l’autorganizzazione La centralità della costruzione dei movimenti non svalorizza, anzi rilancia il ruolo del partito politico, la necessità di un collettivo attivo e critico per la costruzione di nuovo movimento operaio. Un processo di transizione al socialismo richiede un ruolo attivo e cosciente dei soggetti sociali, attraverso la loro autoorganizzazione, la partecipazione attiva, la non subordinazione alle forme del potere dominante: l’”emancipazione dei lavoratori è opera dei lavoratori stessi”, recitava la Prima Internazionale. Non è il partito che prende il potere, ma sono i soggetti democraticamente autorganizzati che rifiutano di delegare l’esercizio del potere a qualsiasi forma di apparato. Un percorso che però deve “potere” decidere, autodeterminare scelte, indicazioni, pena il ritorno dei vecchi apparati e del vecchio dominio. Il partito non si sostituisce quindi all’azione diretta dei soggetti sociali in carne e ossa, ma può contribuire al loro processo di liberazione in maniera decisiva. Un partito infatti può attraversare unitariamente le differenti contraddizioni, e le conseguenti difficoltà, che vivono i soggetti della trasformazione e a mettere in comunicazioni parti – il conflitto sociale, la protesta civile, l’elaborazione culturale e la rappresentanza istituzionale – che spesso tendono a restare separate. Una partito è lo strumento con cui si può ricomporre una proposta generale, elaborare una cultura, una coscienza e un progetto anticapitalista, costruendo una continuità di fronte alle dinamiche intermittenti della coscienza collettiva. Una forza politica radicale e anticapitalista, giovane, femminista, ambientalista, militante e democratica è quanto mai necessaria. Ma tutto questo presuppone un rinnovamento profondo del nostro partito, una cura particolare nella sua costruzione, non per essere a margine dei movimenti, ma per poter essere realmente nei movimenti. Un partito per l’azione politica in cui i militanti possano crescere, formarsi e decidere; un partito con una vita interna democratica, in cui decida la maggioranza e siano rispettati i diritti delle minoranze.

7.2. Un’altra idea dell’innovazione Il nostro partito risente ancora di oscillazioni, incertezze, squilibri tra quello che si è realmente e quello che si propone. Se da un lato si insiste sulla necessità di investire nei movimenti, dall’altro assistiamo alla dominanza delle presenze istituzionali. La scelta della GAD non fa che aggravare queste difficoltà. Contemporaneamente, il verticismo con cui si operano le scelte, il carattere ancora monosessuato del partito, l’insufficienza della costruzione della linea politica in forme più collettive, l’uso sistematico dei media come elemento di informazione/ formazione degli orientamenti, con svolte anche repentine, condizionano la costruzione del partito come strumento collettivo. L’innovazione deve essere innanzitutto partecipazione al dibattito. Non esiste un soggetto collettivo, né formazione di adeguati gruppi dirigenti, senza costruzione collettiva delle opinioni e della linea politica. Quello che va evitato è il “solipsismo” dei gruppi dirigenti, che prendono decisioni senza coinvolgimenti del quadro attivo, senza consultazioni né confronti di idee diverse. Ma soprattutto senza rispondere del proprio operato mai messo a verifica. Un progetto di innovazione dovrebbe innanzitutto porsi il problema del ricambio, ormai endemico, che riguarda decine di migliaia di compagne e compagni “perduti” per strada e porselo a partire dalla funzione del circolo. Questo strumento fondamentale, se non vuole esaurire il suo ruolo, deve aprirsi all’esterno, creare conflittualità, interagire con il disagio. Se non vuole divenire un semplice comitato elettorale, il circolo deve rivitalizzare la sua azione sociale, speriementare una più diffusa democrazia interna, trovare una collocazione centrale nell’elaborazione complessiva del partito. In questo senso la Federazione, non può essere semplicemente una struttura gerarchica, per di più astratta, da contattare sotto elezioni o per il tesseramento, ma un luogo di proposta per quanto riguarda la linea politica, di sintesi, di selezione delle priorità tematiche con un’effettiva capacità di coinvolgimento di tutto il corpo militante.

7.3. I giovani comunisti Siamo convinti sostenitori dell’autonomia dei Giovani Comunisti, che svolgeranno dopo il congresso la loro Conferenza nazionale e avranno modo di discutere la nuova fase politica e di movimento. Ci preme però, soffermarci in questa sede sulle conseguenze dell’attuale linea politica del partito sulla stessa costruzione dell’organizzazione giovanile. I/le Gc hanno sicuramente rappresentato la punta di lancia del partito nella sua internità al movimento, la parte che più ha provato a cimentarsi con l’innovazione, con la sperimentazione di pratiche di conflitto e di movimento. Di fronte alla repentina svolta del gruppo dirigente del partito verso l’alleanza di Governo hanno però subito un disorientamento profondo, al limite dell’impasse. Sono i/le Gc, infatti, ad aver accusato maggiormente le conseguenze del dibattito tutto identitario sulla non violenza, che ha prodotto una spaccatura profonda in quelle aree con cui si praticavano significativi processi di convergenza sociale. Proprio perché più interni al movimenti, i-le giovani comunisti-e hanno sofferto il nuovo quadro politico, (anche con alcune dolorose uscite dall’organizzazione) rischiando di perdere il legame e la sintonia con la generazione di Genova. Autonomia e internità al movimento sono dunque due capisaldi dell’attività futura dei Gc che devono ridare spessore al loro ruolo di cerniera del movimento, coniugandone unità e radicalità. Per questo è utile rilanciare alcuni progetti di radicamento sociale ma anche campagne autonome dei-lle Gc. Nuovi spazi pubblici di movimento, costruiti a partire dalle esperienze territoriali e sociali, ridando nuovo impulso unitario alla partecipazione, all’azione e al conflitto sociale. Nuovi spazi costruiti non su basi identitarie, ma sulla condivisione di pratiche, lotte e contenuti.

8. LA RIFONDAZIONE NECESSARIA

8.1. La mitologia della nonviolenza L’insistenza sul tema della nonviolenza, il suo uso mediatico e le modalità dei dibattiti ci preoccupano in primo luogo per la logica politica di cui sono l’espressione. Per il modo in cui talvolta è stata posta, l’opposizione violenza- nonviolenza è diventata infatti una sorta di rilettura del Novecento, che esaurisce in una formula la ricerca prima ancora di averla cominciata. Oppure è sembrato di essere in presenza di un “attestato di buona condotta” da rilasciare o negare di volta in volta anche a pratiche di movimento e perfino alle lotte di liberazione nazionali (vedi la sostanziale abiura della resistenza irachena). Quanto ai problemi concreti sfiorati nel dibattito (pratiche di lotta, rapporti di forza, dinamiche delle società post-rivoluzionarie, potere e forme del potere), la loro grande diversità non ne consente la titolazione comune sotto i sostantivi astratti di violenza e nonviolenza. Ricordare per esempio che esistono pratiche di lotta nonviolente, è un’ovvietà che non merita alcuno sforzo di argomentazione. A parte circostanze del tutto eccezionali la sinistra italiana e il movimento sindacale hanno sempre utilizzato forme pacifiche di lotta. Anzi, si può dire che le pratiche nonviolente rischiano talvolta di essere troppo violente, perché non garantiscono l’incolumità di quante e quanti sono disposti a manifestare e a lottare ma non hanno vocazione al martirio. In realtà vanno sviluppate le forme di lotta più diverse e articolate rifuggendo da astratti apriorismi. Dalle molteplici forme delle pratiche non violente alle mobilitazioni di massa tradizionali, dal sabotaggio comunicativo e informatico ai blocchi stradali, dalle occupazioni di case e centri sociali alle autoriduzioni dei prezzi e delle tariffe. Alle compatibilità liberiste si può opporre una disobbedienza civile, politica e sociale non in forme elitarie e magari sessiste, ma a livello di massa. Se si ammette che le forme di lotta possono variare con le circostanze, allora il problema non può essere titolato nonviolenza. Se la nonviolenza è una questione di principio, e mezzi e fini esattamente coincidono, allora la titolazione è legittima e la nostra opposizione più forte. La questione dei rapporti di forza, per esempio, è impropriamente evocata a sostegno delle tesi sulla nonviolenza, come se le rotture rivoluzionarie fossero state possibili per una preponderanza militare della parte della società che aspirava al cambiamento. Le due più grandi rivoluzioni della storia, quella del 1789 e quella del 1917, furono in se stesse e prima che forze esterne accorressero a sostegno delle vecchie classi dominanti, quasi incruente. E questo perché le rivoluzioni autentiche diventano possibili in contesti di profonda crisi di un ordine gerarchico, che spesso non trova mani disposte a prendere le armi in sua difesa. Noi non rinunciamo tuttavia alla critica della violenza. Critichiamo la violenza come mezzo privilegiato del dominio di esseri umani su altri esseri umani. Crediamo che uno dei principali valori della nostra etica debba essere il massimo rispetto possibile della vita umana. Rifiutiamo ogni forma di deviazione militarista del conflitto di classe. Riconosciamo non solo che nel movimento operaio sono esistite deviazioni militariste, ma anche che la migliore tradizione rivoluzionaria può e deve essere riesaminata da questo angolo di visuale. Critichiamo soprattutto il militarismo e la violenza come espressione del dominio di un sesso. Non ci sembra privo di significato politico il fatto che nei contesti di conflitto armato le donne sono inevitabilmente respinte al margine. Quel che rifiutiamo, insomma, sono due idee implicite nella tematica della nonviolenza. Rifiutiamo prima di tutto l’idea che la nonviolenza possa essere una scelta unilaterale: non siamo noi soltanto a decidere quali forme assumerà un conflitto. Rifiutiamo in secondo luogo l’idea che violenza e nonviolenza siano un’opposizione, cioè che la nonviolenza sia il contrario della violenza. Nella realtà invece l’una e l’altra possono manifestarsi come una sola cosa, quando l’impossibilità di organizzare una difesa non pone alcun limite alla violenza. Le vicende tragiche degli Ebrei, degli Armeni e dei Curdi dovrebbero bastare a cancellare per sempre l’immagine dei due termini come opposti.

8.2. Etica e identità Rifondazione comunista ha bisogno di ricostruire per se stessa un’identità, di cui faccia parte anche il suo progetto politico, ma che sia qualcosa di più del solo progetto politico. Il XX secolo è stato anche il secolo della violenza perché è stato il secolo dei soggetti di liberazione: il secolo delle donne, delle classi subalterne, dei popoli colonizzati e impoveriti. La lotta contro la spoliazione violenta e l’esclusione, per la giustizia e per la pace si è scontrata contro una resistenza nello stesso tempo sapiente e spietata. Solo grandi passioni, speranze tenaci di un altro mondo possibile potevano consentire di reggere la durezza estrema dello scontro. La critica del movimento operaio del Novecento, cioè della socialdemocrazia e dello stalinismo è però essenziale. Questa critica resta nel nostro partito ancora superficiale. Le manca soprattutto il sostegno della rilettura di una complessa vicenda storica e la comprensione delle sue logiche interne. L’assenza di una memoria condivisa o di memoria tout court (in cui utilmente potrebbe trovare posto la rilettura anche delle esperienze critiche) sono alla base del senso precario di appartenenza e dell’identità incerta di un partito ancora alla ricerca di un proprio modo di percepirsi e di presentarsi al resto del mondo. Un’identità infatti, oltre che un progetto politico, è anche una storia. Per questo tornare al marxismo di Marx non è sufficiente, né possibile. Significherebbe tornare a una semplice ipotesi di lavoro, falsificata poi in ogni aspetto della sua concreta applicazione. In sostanza, dal punto di vista dell’identità, significa tornare al niente. L’identità di Rifondazione comunista deriverà quindi dalla sua capacità di essere coerente con il pacifismo radicale (che è altra cosa dalla metafisica della nonviolenza), dalla forza della pretesa che tutte e tutti siano inclusi nel cono di luce dei diritti umani, dall’insistenza per una democrazia e un’uguaglianza non astratte. Ma deriverà anche dal lavoro teorico e pratico per recuperare la parte migliore della nostra storia. Questa parte può essere svolta come il filo rosso di una storia controfattuale. L’Ottobre come paradigma legato a una rivoluzione che non è mai stata “presa del Palazzo d’Inverno” o forzatura storica, ma capacità del lavoro salariato di essere per una fase non breve intelligenza collettiva. L’esperienza sovietica e consiliare presente nella rivoluzione d’Ottobre e in un numerose altre vicende di radicalizzazione delle classi subalterne, indipendentemente dai contesti e dagli esiti. La democrazia diretta di cui i Consigli sono stati l’espressione più efficace e originale, ma non certo l’unica. L’antimilitarismo come rifiuto non solo della guerra, ma dell’ubbidienza stupida e cieca, dell’ideologia patriottarda, del clima da pogrom, di cui diceva Rosa Luxemburg alla vigilia della prima guerra mondiale. Il femminismo radicale le cui aspirazioni furono tutte realizzate dalla rivoluzione d’Ottobre e furono poi perse nel pantano dello stalinismo. Le rivoluzioni antiburocratiche dirette da comuniste e comunisti per l’autonomia nazionale e la democrazia socialista. La lotta contro il nazifascismo, carica delle nuvole nere di un movimento comunista stalinizzato ma che ha salvato l’umanità dalla barbarie. Rivoluzioni e movimenti anticoloniali nella loro relazione virtuosa con la parte migliore della cosiddetta civiltà occidentale, che è poi assai meno occidentale di quel che si crede. La laicità dello Stato e la difesa dell’eredità illuminista, nel suo significato migliore di ragione critica e non solo di ragione tecnica. La difesa della natura contro un’industrializzazione incapace di porre a se stessa i limiti del bene comune e delle preoccupazioni per le generazioni future, presente nel marxismo di Marx e poi dimenticata. Aggiungiamo poi, per quel che riguarda l’etica, che Rifondazione comunista non ha ancora nemmeno tematizzato un problema di importanza vitale per la nostra esistenza e il nostro futuro. Il primo elemento di lacerante contraddizione tra mezzi e fini, è il divario incolmabile tra i valori che si desiderano affermare nella società e quelli che si affermano nel partito. Bisognerebbe ripensarci non con attitudine moralistica, ma restituendo all’etica il suo significato autentico, che è quello di pratica. Il congresso di un partito può decidere di andare in una direzione, ma le sue pratiche possono poi condurlo nella direzione opposta o comunque in direzione diversa da quella verso la quale desiderava andare. A Rifondazione comunista è già successo.

FIRMATARI

Gigi Malabarba (Capogruppo Senato), Flavia D’Angeli (Resp. Precarietà e Movimenti Direzione Nazionale), Franco Turigliatto (Resp. Grandi Fabbriche Direzione Nazionale), Salvatore Cannavò (Vicedirettore Liberazione Cpn), Lidia Cirillo (Cpn), Barbara Ferusso (Cpn-Es.Naz. Gc), Elena Majorana (Cpn), Nando Simeone (Vicepres. Consiglio Provinciale Roma Cpn), Danilo Corradi (Esecutivo Nazionale Gc), Gianni Alasia (Presidente Comitato Regionale Piemonte), Claudio Bettarello (Responsabile nazionale Credito), Sergio Casanova (Segreteria Regionale Liguria), Beppe Castronovo (Consigliere comunale Torino), Aurelio Macciò (Segreteria Federazione Genova), Dario Antonaz (Cpr Friuli), Francesco Ardolino (Federazione Salerno), Flavia Argentino (Federazione Torino), Cinzia Arruzza (Segreteria Federazione Roma), Mimì Artesi (Direttivo Circolo del Chianti Siena), Roberto Barocci (Segreteria Federazione Grosseto), Matteo Bartolini (Consigliere provinciale Massa-Carrara), Emanuele Battain (Cpf Venezia), Sergio Bellavita (Segreteria Fiom Emilia Romagna), Donatella Benini (Segreteria Federazione Brescia), Fiorenzo Bertocchi (Segreteria Federazione Brescia), Marco Bertorello (Segreteria Federazione Genova), Federica Bizzarini (Segreteria Federazione Rimini), Ezio Boero (Cpf Torino), Fabrizio Burattini (Segretario Tessili-Cgil Lazio), Michela Caggiari (Cpr Lazio), Giulio Calella (Resp.Nazionale Università Gc), Enrico Calossi (Segretaria Federazione Grosseto), Raffaella Calvo (Cpr Piemonte), Antonio Canalia (Direttivo nazionale Cgil), Aldo Cardino (Esecutivo nazionale Rdb), Angelo Cardone (Coordinatore Gc Puglia), Silvia Casilio (Giovani comunisti Macerata), Antonio Casolaro (Comitato contro il termovalorizzatore Acerra), Paola Cassino (Cpf Torino), Luciano Ceccarini (Coordinatore Gc Livorno), Miriam Chermaz (Cpr Trieste), Gabriele Chiappini (Rsu Arsenale Piacenza), Nadia Chiesa (Cpr Piemonte), Franco Ciaramidaro (Consigliere provinciale Enna), Elisa Coccia (Rapp. Studenti Cda “la Sapienza”), Pierpaolo Corallo (Cpf Bari), Christian Dal Grande (Segreteria Federazione Venezia), Nadia De Mond (Cpf Milano), Gianluigi Deiana (Segreteria Federazione Oristano), Giona Di Giacomi (Cpf Rimini), Claudia Di Gregorio (Federazione Teramo), Alfonso Di Stefano (Cpf Catania), Pasquale Di Tomaso (Direzione Federazione Pavia), Mimmo Dieni (Federazione Civitavecchia), Mattia Donadel (Segretario circolo Mira-Ve), Roberto Firenze (Segreteria Federazione Milano), Delia Fratucelli (Cpf Torino), Stefano Frezza (Federazione L’Aquila), Ildo Fusani (Segreteria Federazione Massa-Carrara), Fabio Gatto (Cpf Livorno), Massimo Gentile (Direzione Federazione di Roma), Rita Guglielmetti (Segretaria Cgil Liguria), Riccardo Incagnone (Sindaco di Bolognetta- Palermo), Tommaso Iori (Segreteria Federazione Trento), Daniele Ippolito (Coordinatore Gc Pisa), Piero Maestri (Consigliere provinciale Milano), Santino Mangia (Federazione di Foggia), Giuseppe Maniglia (Coordinatore Gc Taranto), Paolo Mannale (Federazione Nuoro), Ciccio Maresca (Segreteria Federazione Taranto), Loredana Marino (Cpr Campania), Toni Matarrelli (Consigliere provinciale Brindisi), Michele Miccolo (Cpf Caserta), Felice Mometti (Cpf Brescia), Armando Morgia (Consigliere VIII Municipio Roma), Antonio Moscato (Cpf Lecce), Massimiliano Mugnai (Segretario Federazione di Latina), Luciano Muhlbauer (Segreteria nazionale Sin. Cobas), Cinzia Nachira (Responsabile Immigrazione Lecce), Livio Oddi (Cpf Ascoli Piceno), Gennaro Orefice (Segretario Circolo Settimo Torinese), Umberto Oreste (Cpf Napoli), Costantino Orlandi (Direzione Federazione Tivoli), Fabrizio Ortu (Coord. Gc Quartu S.Elena, Cagliari), Michele Palmieri (Coordinatore Gc Gorizia), Mimmo Palo (Federazione Salerno), Mauricio Pasquali (Segetario Circolo Macerata), Ivan Pastor (Segretario Circolo Ventimiglia, Imperia), Corrado Patuzzi (Coordinatore Gc Mantova), Lucio Pavone (Consigliere provinciale Latina), Sergio Perniciano (Segretario Circolo Porto Alegre, Cagliari), Giovanni Peta (Cpg Cosenza), Titti Pierini (Cpf Castelli Romani), Enzo Pilò (Segretario Circolo Che Guevara Taranto), Giannino Pistonesi (Federazione Parma), Sandro Pizzagalli (Consigliere provinciale Rimini), Marco Poggi (Cpf Imola), Marco Prestininzi (Consigliere Provinciale Viterbo), Cinzia Propato (Federazione di Taranto), Michela Puritani (Coordinamento Giovani comunisti/e Roma), Attilio Ratto (Cpf Genova), Gianni Rigacci (Cpr Toscana), Luigi Rinaldi (Cpf Tivoli, Roma), Florinda Rinaldini (Cpf Bologna), Roberto Rossetti (Assessore III Municipio-Roma), Sergio Ruggieri (Circolo Jesi, Ancona), Roberto Santi (Segreteria Federazione Bologna), Alessandro Saullo (Segretario Circolo Monfalcone, Gorizia), Luca Sebastiani (Coordinatore Gc Ancona), Chiara Siani (Coordinamento nazionale Gc), Massimiliamo Suberati (Segreteria Federazione Genova), Gianna Tangolo (Consigliere provinciale Torino), Alberto Tetta (Coordinamento Gc Bologna), Oreste Trozzi (Federazione Teramo), Giampaolo Vannini (Cpf Pistoia), Emiliano Viti (Consigliere comunale Genzano, Roma), Giuliana Vlacci (Segreteria Regionale Friuli), Rosalba Volpi (Consigliere comunale Livorno), Paola Vottero (Segretaria Cgil Savona), Igor Zecchini (Responsabile Immigrazione Milano).

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