Stefano Zuccherini
(Direzione nazionale - Segretario Comitato regionale Umbria)

Ci sono alcuni fatti che in questi giorni mi hanno colpito e che mi danno la sensazione di un degrado sociale più forte di quello che riusciamo a percepire nella nostra regione. Una azienda metalmeccanica perugina dopo le quattro ore di sciopero per il Ccnl ha, con la scusa dell’inventario, messo in atto una serrata per le restanti quattro ore impedendo il rientro in fabbrica ai lavoratori. Durante lo sciopero dei poligrafici, un editore locale ha organizzato forme di crumiraggio, come i feudatari contro i mezzadri, facendo così uscire nelle edicole il giornale locale. E’ il segno grave, in una regione di così alte tradizioni civili e democratiche, che il padronato locale non tollera più nemmeno l’idea dello sciopero, della possibilità per i lavoratori di organizzarsi e di sostenere con la lotta le proprie rivendicazioni. Le compagne e i compagni del nostro circolo Perugina-Nestlé raccontano della loro condizione di lavoro, dell’aumento di ritmi, della flessibilità selvaggia della fabbrica. Quattrocento lavoratori fissi, seicento stagionali con una differenziazione fortissima tra di loro, chi per due mesi di lavoro, chi per sei, chi per tre. Lavoratori turnisti a 6x6 retribuiti per 36 ore. Una formula di riduzione d’orario che la Nestlé incentiva con gioia!! Ed infine circa cento giovani dai 18 ai 25 anni lavoratrici e lavoratori di una cooperative che si occupa delle spedizioni che il resto della fabbrica, come ricordano con rabbia i compagni, chiama “albanesi” perché prendono 1.150.000 lire mensili per 170 ore di lavoro e perché possono essere rimandati a casa, come succede spesso, o non fatti lavorare perdendo anche quel minimo di salario a seconda dei flussi produttivi. Albanesi quindi è per gli operai della Perugina, indipendentemente dalla nazionalità, sinonimo di senza diritti, di flessibilità selvaggia, di supersfruttamento. La scomposizione di classe lì ha agito pesantemente; le distanze tra i fissi della Perugina e i giovani della cooperativa sono visibili anche esteriormente. Riconosci subito, mentre si diffondono i volantini, il lavoratore della Perugina da quello della cooperativa; non sono solo i segni esteriori che distinguono le culture giovanili sono il diverso rapporto con chi distribuisce i volantini. Se parli con questi giovani, come mi è capitato, di salario, di orario, di flessibilità di organizzarsi anche come socio-lavoratore per far valere i propri diritti ti guardano come se raccontassi una favola e fanno pensare che è più facile organizzare un circolo di Rifondazione comunista in una fabbrica multinazionale che non in una cooperativa aderente alla lega.
Nei congressi di circolo, nelle nostre iniziative, nelle discussioni quotidiane il punto politico che emerge è proprio come connettere la nostra azione politica, il nostro costruire il partito con le condizioni materiali della nostra gente. Come mettere in relazione la battaglia per la democrazia, contro la legge elettorale truffa, e la lotta per una rappresentanza diretta dei lavoratori delle Rsu.
Settantamila disoccupati, 100 mila poveri secondo l’Istituto di Ricerche Regionali e la Caritas; 9.200 persone che vivono nei containers di 36 metri quadri, 16 mila miliardi i danni del terremoto.
In queste cifre che segnano la realtà economica e sociale dell’Umbria e in quella condizione di lavoro la materialità entro la quale svolgiamo il nostro congresso tentando, non sempre riuscendoci, di saldare la discussione di linea politica, di ricerca dell’Unità in un’autonomia di analisi e proposte che affondino nella nostra realtà regionale.
In sostanza riproponiamo la lettura della natura della società regionale e le sue forme di dominio capitalistico attraverso le condizioni materiali di chi è senza lavoro e di chi un lavoro ce lo ha: precario, flessibile, stagionale, a termine, a formazione lavoro, cioè una condizione che sembra minare alle basi ogni ipotesi di emancipazione collettiva attraverso il lavoro.
E attraverso questi temi incontrano le questioni legate alla natura del sindacato confederale oggi, del suo processo di mutazione che lo porta ad essere soggetto utile al sistema delle imprese per impedire le “turbolenze” del conflitto sociale.
I nostri compagni, più in generale chi tenta di costruire la sinistra sindacale, impegnati in Umbria nel sindacato fanno quotidianamente una battaglia per tenere aperta una diversa pratica politica e contrattuale. E’ uno sforzo che va continuato, ampliato che garantisce il mantenimento di una dialettica utile alle lavoratrici e ai lavoratori ma non è sufficiente. Ritengo che per il partito della Rifondazione comunista sia prioritario misurare la capacità di immettere autonomamente fattori di mobilitazione, capacità critiche, punti di vista antagonisti, non delegando a nessuno la rappresentanza sociale, l’organizzazione del conflitto ma avviando un processo più forte di quello che già abbiamo fatto, di insediamento sociale, di elaborare piattaforme nei luoghi di lavoro, nei territori, che siano un elemento di ricostruzione unitaria dei soggetti. Battendosi anche contro le forme di programmazione negoziata come i Contratti d’Area o i Patti Territoriali che in Umbria riguardano diversi territori per il contenuto di attacco al lavoro tutelato che hanno, dimostrando l’accettazione di uno sviluppo povero con contenuti di lavoro precario e non tutelato. Ed espropriano le capacità di programmazione delle assemblee elettive; riducendo la programmazione a mediazione degli interessi in cui il sindacato, assume il ruolo di chi porta in dote a quegli interessi l’abbassamento delle condizioni di lavoro. E’ un nodo, questo del rapporto Partito-Sindacato, non eludibile che va affrontato nei termini di una più alta capacità del partito di costruire conflitto autonomamente; del resto il sindacato ha già in esclusiva la facoltà di contrattazione e solo rendendo evidente la contraddizione tra capacità di mobilitazione, contenuti delle piattaforme (penso a quanto sia evidente nei metalmeccanici o nella scuola), rappresentanza si può aprire un altro capitolo della storia sociale e politica del paese. Attualizzando così, nel vivo dello scontro, i temi di un'alternativa di società.