Pasquale Voza 

Io credo che sia profondamente necessario mettere al centro del percorso e del dibattito congressuale l’allarme forte che, nel documento intitolato “Una alternativa di società”, da me sottoscritto, viene lanciato a proposito della gravità della crisi della democrazia e della crisi della politica: una gravità che - come viene detto - apre interrogativi di fondo sul destino delle sinistre nella società contemporanea. La centralità di quell’allarme può consentire, a mio avviso, di tenere saldamente ed efficacemente uniti, intrecciati, nella riflessione e nella iniziativa politica, più livelli: l’analisi della fase, la propria politica, la costruzione progressiva di un programma generale e, insieme, la ridefinizione-trasformazione della forma-partito. Oggi noi ci troviamo di fronte alla frantumazione e distruzione continua e pervasiva della soggettività politica (in atto almeno dagli anni Ottanta), ai mutamenti molecolarmente radicali della forma della politica (così come l’abbiamo conosciuta nel corso del ‘900), con i connessi fenomeni chiamati della tecnopolitica e della iperdemocrazia: termini che vogliono designare il carattere tecnologico plebiscitario della cosiddetta “democrazia” post-moderna, sempre più separata e autoritaria in quanto sempre più interna e subalterna ad una nuova, perentoria logica della governabilità. Per inciso, vorrei dire che, al di là dei tanti passaggi di divergenza o anche di possibile convergenza rilevabili nel documento intitolato “Per un progetto comunista”, quel che lascia assai perplessi, a mio avviso, è l’analisi della fase: una analisi che in generale non legge criticamente i processi egemonici di ristrutturazione-globalizzazione capitalistica (magari attraverso la fertile nozione gramsciana della “continua crisi” del capitalismo), ma saluta la fase attuale, dopo la parentesi keynesiana apertasi nel dopoguerra e chiusasi nei primi anni settanta, come il “ritorno del capitalismo alla normalità storica del proprio declino”. Di qui deriva il carattere sostanzialmente pedagogico, educativo che viene attribuito al partito e alla sua azione politica, volta ad elevare la coscienza politica delle masse alla necessità oggettiva della rottura anticapitalistica. In connessione con quanto si diceva prima, si possono segnalare almeno due punti assolutamente bisognosi di sviluppo e di approfondimento nel dibattito politico congressuale e oltre. Il primo attiene a quello che si potrebbe chiamare, con linguaggio antico, il rapporto scienza-capitale oggi. All’interno del forte intreccio tra frammentazione produttiva e integrazione finanziaria che caratterizza sempre più i processi di globalizzazione capitalistica, si può osservare come il sapore tecnologico venga monopolizzato dai paesi leader, che non solo ne governano rigidamente la distribuzione nel mondo, ma - come è stato osservato (Graziani) - fanno di tutto per impedire il formarsi di nuovi centri di elaborazione. Sta anche qui la immaterialità, il potere di astrazione raggiunto dal capitale oggi, non solo nella sfera della produzione ma anche in quella del consumo: come pure la invisibilità del lavoro e le varie ideologie della fine del lavoro. Ma tutto questo chiama in causa i terreni importantissimi dell’istruzione, della ricerca, della informazione, della comunicazione, della intellettualità diffusa di massa, delle sue autonomie e delle sue etero direzioni; tutti terreni su cui il partito deve finalmente poter aprire varchi di riflessione e di iniziativa politica. L’altro punto riguarda il problema drammatico della costruzione del soggetto politico dentro la formidabile “rivoluzione passiva” in atto e, per questa via, il problema della rifondazione teorico-politica di un partito comunista di massa. ora, prima ancora di tutta una serie di proposte e di iniziative politico-organizzative di pur notevole e indiscutibile rilievo (come la valorizzazione dell’autonomia dei circoli territoriali, la sperimentazione di strutture intermedie tra il partito e la società quali la “Camera dei lavori”, la “Casa dei popoli” etc.), è assolutamente necessario (non è un lusso da rinviare in un secondo tempo) aprire una riflessione organizzata e “diffusa” nel partito, cominciando finalmente a interrogare criticamente l’esperienza dei paesi del “socialismo reale”, gli aspetti e i momenti essenziali della articolata, lunga tradizione comunista, giungendo poi, attraverso un percorso di analisi storico-politica, a interrogare anche la nostra giovane, recente storia ormai quasi decennale cercando di capire perché e quanto abbiamo introiettato dentro di noi la cultura del maggioritario (e certa filosofia istituzionale), ovvero, in qualche modo, la scissione tra il sociale e il politico; cercando di capire come e perché, nonostante significative dichiarazioni e intenzioni politiche e culturali, non siamo riusciti a scalfire in profondità, il “carattere monosessuato” del partito; o, ancora, cercando di capire, e dunque di superare, le radici non occasionali delle tante forme di passivizzazione e di passività nel partito. Questo, e tanto altro ancora, dobbiamo farci tutti insieme l’augurio - io credo che entri a far parte organica non solo del percorso politico-congressuale, ma del desiderio e della volontà di contribuire attivamente e protagonisticamente al cammino della nostra scelta liberamente comunista.