Mauro Tosi
(Comitato Politico Nazionale - Segretario regionale del Veneto)

La questione del lavoro ha nel nostro dibattito congressuale una accentuata centralità. A questa considerazione mi spingono non solo considerazioni di carattere culturale ed ideologico ma la duplice offensiva di cui il mondo del lavoro è oggetto da parte, sia della nuova aggressività della confindustria, sia dalla accelerata collocazione liberista della compagine governativa e dei Ds. 
Gli eventi di questi ultimi giorni dimostrano come l’accordo di Natale fosse null’altro che un patto leonino dove l’unico oggetto di spartizione erano le condizioni di lavoro e il salario. L’andamento del contratto dei meccanici, il taglio meritocratico di quello della scuola, l’attacco allo statuto dei lavoratori e alla tessa vertenzialità nazionale sono tutti tasselli di una offensiva combinata che punta a ridurre peso contrattuale e ruolo politico al mondo del lavoro normalizzando i settori conflittuali del sindacato.
Il senso di isolamento e di grande disagio per i lavoratori è accentuato dal ruolo assunto in questa offensiva dal governo D’Alema, dalla profonda delusione che viene dall’operato di un personaggio amato dalla sinistra come il neoministro del lavoro Bassolino.
Siamo di fronte ad un salto di qualità nel modo in cui questa situazione viene vissuta da settori sempre più ampi del lavoro, si apre la prospettiva di una storica deriva moderata della classe, di una pesante egemonia della destra e dei suoi valori sia all’interno della fabbrica, sia a livello sociale e sul territorio. 
Questo orientamento è ormai maturo in una regione come il Veneto dove la Lega è il primo partito operaio e il referente elettorale del 30% degli iscritti alla Cgil. La ricostruzione di pratiche di risposta collettiva, la rifondazione di esperienze di sindacalismo di base, la battaglia contro l’offensiva ideologica moderata sono le condizioni per la ricomposizione della classe, per un suo nuovo protagonismo politico. La capacità di rilanciare il conflitto diventa la verifica di ogni nostro intervento e unità di misura del livello dell’inchiesta, della capacità di iniziativa delle strutture sindacali, del peso della nostra presenza organizzata. Va recuperato il ritardo sull’inchiesta operaia, unico strumento per radicare il partito, e vanno utilizzate nuove e maggiori risorse umane e materiali per superare ritardi e difficoltà. La stessa questione della ricostruzione della sinistra sindacale deve avere come parametro la capacità di suscitare, gestire, organizzare mobilitazioni e conflitto. Ma il nodo del partito resta la modesta dimensione del radicamento operaio, la relativa diffusione dei circoli dei lavoratori, aziendali, di territorio omogeneo, di distretto. Ritardo politici e norme statutarie astratte e vincolanti impediscono ancor oggi la costruzione di circoli adeguati alla nuova articolazione delle realtà produttive. Registriamo una drammatica frattura fra la domanda di presenza e di iniziativa politica e la realtà organizzata del partito, la capacità del suo corpo militante di intervenire nel mare magno della realtà sociale e delle sue contraddizioni. I nostri limiti nell’impattare la “politica” sono tanto più evidenti adesso dopo la scelta di rompere con la maggioranza di governo e operare liberamente. Paghiamo il necessario prezzo di un partito che ha subito una scissione, logorandosi in estenuanti conflitti interni, e che ora deve ritrovare il primato dell’essere “soggetto politico”. La nuova collocazione politica richiede forte intervento esterno, capacità di organizzare e guidare movimenti di lotta, di gestire e suscitare opposizione. Sicuramente questo congresso ha contribuito a definire e a chiarire la nuova collocazione e la nuova identità del partito. Ci resta da precisare una compiuta proposta programmatica e di adeguare la struttura, il modello di partito, al nuovo, più duro e più complesso scontro sociale.
Giusta la scelta di un partito che si apre alla società, alle diverse etnie, al lavoro e ai lavori. Un partito che è interno e partecipa al mondo delle associazioni, delle organizzazioni sindacali ma che non delega e non rinuncia a intervenire direttamente e ad organizzare settori della società. Il modello di partito che vogliamo non può corrispondere né a esigenze organizzative né ad astratte funzionalità; già il congresso precedente ha varato uno statuto prevalentemente basato su logiche di “governo” centralizzato del partito e sulla sua collocazione nell’area della maggioranza. E’ un assetto che viene essenzialmente riproposto con lievi mutamenti. Questo modello di organizzazione non è adeguato né ai valori che noi pensiamo di rappresentare né ai compiti di fase. E’ un modello di partito chiuso, fortemente gerarchizzato, dove i gruppi dirigenti, ad ogni livello, tendono a riprodurre se stessi. E’ una piramide dove conoscenza e decisioni sono solo al vertice, dove le istanze inferiori non riescono a penetrare quelle superiori, dove i nuovi iscritti contano poco, dove è difficile costruire nuovi circoli, organizzare diverse strutture di partecipazione. E’ un partito dove si attende la decisione superiore e non si contribuisce a costruirla. In questo quadro la partecipazione, il protagonismo dei compagni e delle compagne è insufficiente; non si costruisce il partito di massa, non si sviluppa una nuova soggettività politica se non si dà più potere e responsabilità agli iscritti, ai circoli, alle federazioni, ai regionali. E’ una scelta difficile, per alcuni aspetti anche rischiosa, vanno profondamente cambiate alcune parti dello statuto e ne va innovato lo spirito e la logica, ci deve spingere la convinzione che i nostri compagni, il nostro quadro militante è consapevole e maturo e che solo attraverso una nuova partecipazione alla vita del partito e un profondo allargamento delle responsabilità dirigenti possiamo affrontare la nuova sfida politica.