William Saponi
(Federazione di Rimini)

Arriviamo a questo congresso dopo una fase tormentata di scontro politico interno e di grossa pressione esterna, culminata con la rottura nei confronti del governo Prodi e con la scissione del nostro partito. Questi due eventi politici ci costringono ad una riflessione di fondo circa i caratteri di questa “sinistra di governo” assolutamente priva di una propria autonoma riconoscibilità politico-ideale. La vicenda del governo Prodi e, ancor di più, quella dell’attuale governo D’Alema, testimoniano dell’avvenuto suicidio politico di una sinistra ormai completamente assoggettata alla centralità del mercato e del profitto come parametri unici di regolazione sociale.
La nozione di “liberismo temperato” a questo proposito chiarisce poco o nulla. Esiste forse nel programma del governo D’Alema qualcosa che assomigli ad una politica di redistribuzione del reddito e di allargamento dell’intervento dello stato in economia in grado, appunto, di “temperare” gli effetti sociali devastanti del mercato? In realtà, questa “sinistra di governo” non può più essere né socialdemocratica in senso tradizionale, perché le forme attuali di sviluppo non mettono a disposizione nessun surplus di risorse da utilizzare per la “mediazione sociale”, né liberista in senso proprio, perché ciò provocherebbe una rottura irreparabile con una parte non secondaria della propria base sociale. La verità è che questa “sinistra di governo” appare incartata ed impotente. Pur di governare sottoscrive patti col diavolo, asseconda le richieste di ogni poter forte (sia esso il Vaticano o la Confindustria), si limita a gestire l’esistente peggiorato, non ha un proprio riconoscibile programma politico. E’ abbarbicata insomma ad una sterile idea di governo per il governo. Il risultato sarà quello di favorire le destre, di espandere il loro radicamento elettorale, specialmente fra i ceti popolari. Seguire il nichilismo politico dei Veltroni e dei D’Alema come hanno fatto Cossutta e soci, è tutto fuorché un atto di realismo politico. Per il nostro partito ciò avrebbe significato una definitiva omologazione, una rovinosa caduta nel “pozzo nero” della crisi politica e ideale di questa sinistra “assente”. Dopo aver evitato questa caduta (non senza averne pagato un qualche prezzo) si tratta ora, per il nostro partito, di avviare un nuovo corso politico. Per fare questo però abbiamo bisogno di assumere fino in fondo l’analisi dei mutamenti sociali e produttivi di questo capitalismo globalizzato e di trarne alcune ma decisive conseguenze di carattere politico e culturale. In particolare si tratta di proiettare l’azione del partito sul terreno della ricostruzione delle condizioni sociali e culturali di una nuova domanda di politica. Non si tratta semplicemente di “stare all’opposizione”, né di essere presenti nei movimenti e di rappresentarli dentro le istituzioni, ma di ricostruire e anche rifondare una dimensione sociale “altra”, fatta di molteplici realtà autorganizzate, di associazioni, di comitati, di centri sociali, di cooperative, di luoghi diversi di aggregazione, capaci però di esprimere una critica “pratica” all’esistente. E’ a queste realtà che il Prc dovrà saper parlare con una forte capacità di unire e di mettere in comunicazione. Non si tratta di una semplice “fuga nel sociale”, ma di una pratica politica tout court che richiede non meno, ma più progetto, cultura, capacità programmatica alternativa.
Niente a che vedere con la tesi di una inessenzialità della nostra presenza nelle istituzioni, ma il riconoscimento che quella presenza non dovrà più essere né l’unico sbocco, né l’unica verifica del nostro impegno politico. Anche perché l’alternativa di società che noi proponiamo e vogliamo costruire non esiste oggi nei giochi truccati del realismo politico.