Paolo Pisu (Sindaco di Laconi - NU)

Condivido in linea di massima il documento “Un’alternativa di società”.
Lo ritengo, tuttavia, estremamente carente su un tema importante e di grande attualità: quello dell’ordinamento istituzionale da dare per il futuro del nostro paese.
La mia opinione è che il nostro partito debba caratterizzarsi fortemente in senso federalista, perché in questo modo vengono allargati gli spazi di democrazia e partecipazione, oggi compressi da uno Stato sostanzialmente centralista, che sta contribuendo ad accentuare il distacco tra cittadini e istituzioni.
Ma qualcuno si chiederà, quale federalismo?
Certo non quello dell’egoismo sociale e territoriale di Bossi o quello fiscale del movimento del nord-est.
Il nostro federalismo deve essere quello democratico, dove la maggior parte dei poteri dello Stato vengano trasferiti alle istituzioni territoriali, dove a tutti i popoli presenti in Italia vengano riconosciuti e garantiti i loro inalienabili diritti, assieme a quelli delle minoranze linguistiche e di quelle realtà di consolidata tradizione autonomistica.
L’assenza, in questo dibattito, di una corretta posizione federalista da parte del Prc, contribuisce ad accentuare la confusione generale sull’argomento e tra i nostri militanti.
In particolare il partito è reticente (quasi impaurito) sul problema dei popoli di nazionalità non italiana presenti dentro lo Stato.
Pertanto diventano palesi alcune macroscopiche contraddizioni. Si difendono giustamente i diritti di tutti i popoli del mondo (indios del Chiapas, palestinesi, curdi, eritrei, baschi, ecc.), ci si proclama per un villaggio globale che tuteli le diversità etniche, si vuole un’Europa dei lavoratori e “dei popoli”, e poi si tace sui popoli di casa nostra! Si pensa, forse, che l’Italia sia l’unico Stato-Nazione del mondo?
Certo, il tema che propongo non è “di per sé classista”, così come tanti altri che portiamo avanti: ambiente, femminismo, giustizia, pace. Certo è che anche questo argomento deve essere affrontato dal nostro punto di vista, come hanno già fatto storicamente i comunisti in Sardegna, in Italia e nel mondo.
E’ anche probabile che molte remore derivino da un modo errato di intendere l’internazionalismo, vissuto più che altro come interstatalismo.
Ancor più grave mi sembra quello di non praticare in una realtà come quella sarda la strada del federalismo etno-storico, dal momento che quasi tutti i partiti in Sardegna riconoscono l’esistenza del popolo sardo, di una sua specifica lingua e cultura, che lo stesso Parlamento italiano ha finalmente recentemente riconosciuto (nell’indifferenza e nel silenzio del nostro partito).
Non dobbiamo aver paura di portare avanti con coerenza questa battaglia.
Non perderemmo certo la nostra identità comunista. Nessuno ci dirà che siamo diventati leghisti o sardisti (in senso partitico).
Così come nessuno ci dice nelle battaglie per l’ambiente che siamo diventati verdi.
Il modello di federalismo nostro, in sostanza, deve partire da lontano, da Gramsci e da Lussu (come testimonia il carteggio del 1926), a cui hanno attinto il Pci, Dp e Dp Sarda, da cui provengono molti militanti del Prc sardo di oggi, e si deve misurare nella capacità di rappresentare contestualmente gli interessi dei lavoratori e del nostro popolo, sui problemi improrogabili dello sviluppo, sul meccanismo dello scambio diseguale (tra la Sardegna e l’esterno) che tale sviluppo impedisce, nel dare una risposta politica all’endemica insoddisfazione dei sardi per non vedere affermata la loro identità nazionale e la sovranità sul proprio territorio, pur all’interno dello Stato italiano.