Nico Perrone (Comitato scientifico per il programma)

A me pare che il problema dal quale partire, oggi, sia quello dell’unità dei comunisti. Il nostro progetto è stato quello di aggregare tutte le forze che nel comunismo si riconoscono, siano esse di movimento, organizzare, sindacali; siano esse indeflettibili nell’interpretare la linea, siano esse disposte a qualche ammorbidimento per un accordo tattico coi governi di centro-sinistra. Personalmente mi colloco nel primo gruppo, ma voglio che con tutti i compagni la discussione continui dentro il Partito della Rifondazione comunista. La novità e la sfida nostre, consistevano nella convivenza politica costruttiva di tutte queste forze, pur nella loro diversità. Il nostro disegno deve rimanere quello delle origini: riannodare e tenere insieme queste forze, tenendo in gran conto i compagni che hanno iniziato l’esperienza del Partito dei Comunisti Italiani. Altrimenti la stessa fisionomia della Rifondazione comunista, e con essa la nostra capacità d’incidere, scomparirebbe. Specialmente in termini di prospettiva, non possiamo ignorare che la legge elettorale costringe anche noi comunisti a trovare le vie per una continua mediazione con altre forze, pena un drastico ridimensionamento della nostra rappresentanza parlamentare. Rifondazione comunista, nello scorso autunno, riuscì ad aprire un animatissimo dibattito fra tutte le forze politiche italiane, rompendo l’appiattimento nel quale sempre più si adagiava la politica. Grande dev’essere il rispetto per le scelte di tutti i compagni, ma si deve dire che è paradossalmente che una divisione sia venuta proprio quando - tutti insieme, anche con analisi e prospettive non uniformi - si era riusciti a portare in discussione nodi importanti della politica. Ci sono state le responsabilità di chi ha forzato, nel disattendere un voto del Comitato Politico che tutti avevamo voluto; e, da entrambe le parti, le responsabilità di aver esasperato il dibattito e di non aver saputo mediare. L’unità ha invece un valore che deve superare le divergenze tattiche. Ripartire dai bisogni, una sintesi efficacissima che è alla base anche della “alternativa di società” - nella quale personalmente mi riconosco per il congresso - deve significare convincersi che, la minore presenza che oggi subiamo sui mezzi di comunicazione, può compensarsi con la capacità di lavorare su nuovi punti di riferimento. La fabbrica resta una realtà importante, ma subisce gli attacchi dell’innovazione tecnologica, che comporta minore occupazione e dispersione dei lavoratori in isole non comunicanti all’interno del centro di produzione; subisce gli attacchi ancor più gravi della delocalizzazione, che porta il lavoro nei paesi in cui il costo del lavoro è anche dieci volte minore. Dobbiamo perciò saper essere protagonisti non solo in fabbrica, ma nelle piazze, nella scuola, nei nuovi punti di aggregazione, che si trovano in tutte le pieghe della realtà sociale.
Un altro pericolo è quello della difficoltà di comunicazione intergenerazionale, che in alcune nostre realtà periferiche ha segnato la recente divisione dei comunisti e, quel che è peggio, ha visto molti compagni allontanarsi dalla politica. Da un lato le vecchie generazioni, che talvolta accentrano e non sanno capire i bisogni e la psicologia delle nuove; dall’altro i giovani, che sono oggetto di bombardamenti d’immagini, di comportamenti, di parole d’ordine, ma che sono portatori di iniziative e sentono un bisogno di unità a sinistra che va spesso al di là del partito. 
Di positivo, dalla nostra crisi, deve restare dunque il ritorno a una politica fatta di militanza, di confronto, di dibattito, di costruzione dal basso della linea del partito, come in certe realtà sta già avvenendo, nonostante il ritardo in alcune importanti città del Mezzogiorno.