Guido Pasi
(Comitato Regionale PRC Emilia Romagna - Assessore al Comune di Ravenna)

Intervengo per porre una questione presente nei nostri congressi. In questi emerge, spesso anche tra coloro che votano il documento della segreteria, una convinzione che mi pare inconciliabile ma che, visto che non viene colta, dovrebbe essere oggetto di maggior approfondimento e chiarezza a Rimini. Molti compagni non ritengono che noi abbiamo abbandonato la maggioranza che sosteneva Prodi perché, nel pieno di una fase recessiva, sceglieva politiche liberiste che comportano conseguenze pesanti sull’occupazione e sui redditi da lavoro. Quindi non condividono neppure quello che, secondo me, è il corollario di questa tesi: queste politiche accrescono il disagio sociale, possono così alimentare la protesta sociale e, se questa incontra un progetto razionale, una forza politica antagonista non coinvolta nella promozione di quelle politiche: c’è la speranza che nasca un’opposizione radicata, che quelle politiche liberiste possano essere battute da sinistra, anziché sfondate dalla destra. Nei nostri congressi emerge invece anche l’idea che ci siamo liberati di scomodi compagni di viaggio, che abbiamo rigettato un rapporto “contronatura”. Di conseguenza, mentre lo schema di ragionamento che ho appena fatto si conclude con la speranza di vincere, di imporre una svolta riformatrice alla sinistra ed eventualmente con la sinistra; altri pensano che si tratti di mettersi al riparo da ogni possibile rapporto infettante. Da qui la richiesta di abbandonare la Cgil e di non perdere tempo in estenuanti mediazioni negli Enti Locali. Questi, oggi meno di ieri, sono tutt’altro che luogo sostitutivo del conflitto sociale, ma fino a quando riescono a garantire insieme: erogazione di servizi sociali, buon livello delle prestazioni senza portare le tariffe fuori dalla portata dei redditi bassi e contestualmente riescono a tenere un alto il livello occupazionale anche con incentivi allo sviluppo, sono un’àncora per la sinistra. Per questo mantenere l’estensione, la qualità, l’universalità dei servizi a domanda individuale e aggregata è una frontiera avanzata, oggi, contro il neoliberismo. Per questo serve essere e contare negli EELL, non solo per aspetti contingenti di opportunità politica, naturalmente non “a tutti i costi”, ma certamente fino a che si riesce a tenere questa frontiera. La sua rottura definitiva e generale aprirebbe una breccia nazionale ed epocale alla destra. Battersi su di essa non è dunque un terreno arretrato nello scontro in atto nel paese, anzi si tratta di uno segmento che si affianca, va ad affiancarsi all’azione sociale. Azione che alcuni dicono sarebbe “impedita” dalla nostra eventuale presenza in maggioranza col centrosinistra. E perché mai? Io credo che essa debba essere il più possibile autonoma e la sua radicalità e forza saranno semmai utili ad alzare il livello della mediazione politica. Tenere il campo anche qui è difficile e su ogni nostra eventuale latitanza viene tra l’altro “inventato” il Partito dei Cossuttiani . La difficoltà sta tutta nel tenere insieme unità e radicalità  e individuare risposte di governo locale. Se noi teniamo ferme rette e tariffe dei servizi, come è necessario, come facciamo a trovare le risorse che mancano? Oggi si fa uso sempre più frequente dell’affidamento in appalto di servizi. Si cominciò anni fa con quelli sportivi, con le pulizie e i pasti e oggi siamo all’assistenza sociale. Si tratta di una scelta per sua natura ambigua, purtroppo non solo teorizzata ed esaltata, ma incentivata in ogni modo. La questione è semplice: è sufficiente contenerla o il solo contatto con queste politiche ci trasforma da santi in diavoli? La risposta invece è complessa. Merita una riflessione che non ho il tempo di fare qui, ma sarebbe utile aprire. Intanto sappiamo che se non cambia la politica nazionale verso gli enti locali non c’è comune che possa affrontarla indenne. Dunque che si fa? Si chiudono i servizi, si aumentano le rette? Non è questo che ci chiedono i lavoratori. E’ l’Ente Locale che deve salvaguardare condizioni contrattuali anche quando il sindacato concede flessibilità? Sarebbe ora di confrontarci seriamente con questo tema, non fosse altro  perché in Emilia-Romagna comincia a farsi strada l’alternativa alla cooperazione, anche nella sua forma divenuta prevalentemente impresa. Si vedono già fette consistenti di servizi e capitale pubblici spostarsi verso la Confindustria, ponendo le basi per consegnare i comuni in mano ai poteri forti. Di lì il passo è breve a far sì che questi poteri si incarichino di governare direttamente. Oggi non è ancora così. Nel Comune che io amministro non è per niente così. Serve?  Io non so distinguere nei DS Prodiani, Clintoniani o socialdemocratici. So che c’è differenza tra un’Azienda delle Farmacie che resta pubblica e una che viene privatizzata, che c’è differenza tra porre Montezemolo direttamente a dirigere un grande potere pubblico o tenere le grandi aziende ex municipali in mano pubblica. Quando si perde il senso delle differenze, a sinistra, si sviluppano le tesi nefaste come quelle del “socialfascismo” o, in modo più casalingo, ogni volta che tra di noi qualcuno ha cercato di spezzare il trattino che
unisce unità-radicalità, si è invece spezzato il partito.