Ho votato e firmato il documento di maggioranza perché
ne condivido le analisi e soprattutto perché condivido la linea
che il partito ha scelto a partire dal Cpn di ottobre. E una premessa
non rituale per spiegare perché sono anche insoddisfatto del testo.
La prima ragione è la sua insopportabile lunghezza, che non aiuta
a concentrare nei circoli il dibattito sui temi essenziali. Ma è
difficile risolverne le debolezze con gli emendamenti, sia per lo strano
meccanismo che ostacola la circolazione di essi (se sono un male, devono
essere vietati, se un bene, bisognava facilitarne la circolazione anche
orizzontale e nazionale...). Il vero problema è che i punti deboli
non sono del testo in quanto tale ma della nostra elaborazione complessiva,
ed è difficile risolverli in sede congressuale cambiando due frasi.
Chiarisco quali sono i punti di maggiore insoddisfazione:
1) La questione del partito, trattata al punto 7. Al
di là delle reticenze sulla scissione, che avrebbe dovuto essere
trattata ben più ampiamente e francamente, essendo la seconda che
ci priva di un bel pezzo del gruppo parlamentare e della direzione storica,
mi sembrano superficiali ed elusive tutte le considerazioni sul partito
di massa, e addirittura fantascientifiche le descrizioni del ruolo dei
circoli (basta girare per capire che siamo ben lontani da quel che è
descritto). Cè solo un accenno alla separazione tra il partito
e i suoi eletti, venuto in luce anche nella recente scissione, che è
un eufemismo. Il corpo del partito non ha mai pesato nella scelta di quelli
che dovevano essere eletti, tanto è vero che alcuni sono stati paracadutati
fuori dalla regione in cui vivono e messi in altre circoscrizioni per assicurare
che ad ogni costo arrivassero in parlamento. Come stupirsi che la maggior
parte di loro non ha esitato a lasciarci senza tentare di convincere il
partito della giustezza delle loro posizioni? Inoltre in tutto il funzionamento
del partito si sono accettati criteri consolidati, ma che in definitiva
discendono dal modello affermatosi fin dai primi anni dellepoca staliniana
e che già nel 1926 suscitò le inquietudini di Gramsci .
2) I problemi di interpretazione del crollo del sistema
sovietico. Quando il nostro partito è nato, si era impegnato ad
affrontare una discussione sulle cause profonde del crollo. Capisco perché
non è stata fatta. Non mi scandalizzo che si sia cercato di non
far esplodere le contraddizioni tra chi riteneva il socialismo reale
il migliore dei mondi possibili (il cui imprevedibile crollo andava ascritto
solo alle trame della Cia, o di Eltsin o di Gorbaciov), e chi da decenni
ne aveva colto le tare profonde che lo avrebbero portato alla fine. Ma,
pur non essendo la causa principale della scissione, questa contraddizione
è venuta alla luce. Che Cossutta abbia potuto usare un argomento
così misero come la non validità del voto del Cpn di ottobre
perché erano stati determinanti i trotskisti, rivela che sapeva
bene che gli stereotipi consolidatisi negli anni dello stalinismo facevano
ancora presa. Oggi dunque possiamo e dobbiamo riprendere o iniziare la
discussione su quella crisi, che non è al centro della nostra attività
politica, ma pesa su essa. Non solo perché ci vengono rinfacciati
dal nemico di classe con gli orridi Libri neri del comunismo i crimini
- purtroppo in gran parte veri - dello stalinismo, ma perché la
nostalgia di quel sistema che allignava nel partito (non solo tra i cossuttiani)
ha come ricaduta un atteggiamento culturalmente conservatore e addirittura
reazionario: ho trovato nei circoli iscritti che difendevano la pena di
morte facendo riferimento allUrss o alla Cina, e anche utilizzavano la
teoria del complotto e gli argomenti xenofobi (diffusissimi nel socialismo
reale) per considerazioni aberranti di politica interna italiana. In realtà
nel documento di maggioranza ci sono alcune osservazioni molto corrette
sulla fine del campo socialista, che tuttavia devono diventare patrimonio
del partito (in alcuni settori non sempre marginali le nostalgie dellUrss
si intrecciano ancora alle mitizzazioni di tutto quel che si chiama comunista,
dal partito di Zjuganov-Makashov alla Cina e alla Corea del Nord). La stessa
Cuba, che è tuttaltra cosa, e va difesa incondizionatamente, è
diventata per alcuni un surrogato di tutto il resto che è crollato,
e sottratta quindi a unanalisi materialistica e lucida delle sue contraddizioni.
Questi problemi non si risolvono con un emendamento e
neppure con un bel documento congressuale. Il congresso li sfiorerà
appena. Ma possono essere messi in evidenza di fronte al partito con alcuni
convegni. In primo luogo sul crollo, e quindi sullinterpretazione delle
società che si spacciavano per socialiste. Il secondo convegno
dovrebbe riguardare levoluzione (o involuzione) dei partiti operai. Servendoci
dellaiuto prezioso delle precoci intuizioni di Rosa Luxemburg, ma anche
di contributi diversi.