Antonio Moscato

Ho votato e firmato il documento di maggioranza perché ne condivido le analisi e soprattutto perché condivido la linea che il partito ha scelto a partire dal Cpn di ottobre. E’ una premessa non rituale per spiegare perché sono anche insoddisfatto del testo. La prima ragione è la sua insopportabile lunghezza, che non aiuta a concentrare nei circoli il dibattito sui temi essenziali. Ma è difficile risolverne le debolezze con gli emendamenti, sia per lo strano meccanismo che ostacola la circolazione di essi (se sono un male, devono essere vietati, se un bene, bisognava facilitarne la circolazione anche orizzontale e nazionale...). Il vero problema è che i punti deboli non sono del testo in quanto tale ma della nostra elaborazione complessiva, ed è difficile risolverli in sede congressuale cambiando due frasi. Chiarisco quali sono i punti di maggiore insoddisfazione: 
1) La questione del partito, trattata al punto 7. Al di là delle reticenze sulla scissione, che avrebbe dovuto essere trattata ben più ampiamente e francamente, essendo la seconda che ci priva di un bel pezzo del gruppo parlamentare e della direzione storica, mi sembrano superficiali ed elusive tutte le considerazioni sul partito di massa, e addirittura fantascientifiche le descrizioni del ruolo dei circoli (basta girare per capire che siamo ben lontani da quel che è descritto). C’è solo un accenno alla “separazione tra il partito e i suoi eletti, venuto in luce anche nella recente scissione”, che è un eufemismo. Il corpo del partito non ha mai pesato nella scelta di quelli che dovevano essere eletti, tanto è vero che alcuni sono stati paracadutati fuori dalla regione in cui vivono e messi in altre circoscrizioni per assicurare che ad ogni costo arrivassero in parlamento. Come stupirsi che la maggior parte di loro non ha esitato a lasciarci senza tentare di convincere il partito della giustezza delle loro posizioni? Inoltre in tutto il funzionamento del partito si sono accettati criteri consolidati,  ma che in definitiva discendono dal modello affermatosi fin dai primi anni dell’epoca staliniana e che già nel 1926 suscitò le inquietudini di Gramsci . 
2) I problemi di interpretazione del “crollo” del sistema sovietico. Quando il nostro partito è nato, si era impegnato ad affrontare una discussione sulle cause profonde del “crollo”. Capisco perché non è stata fatta. Non mi scandalizzo che si sia cercato di non far esplodere le contraddizioni tra chi riteneva il “socialismo reale” il migliore dei mondi possibili (il cui “imprevedibile” crollo andava ascritto solo alle trame della Cia, o di Eltsin o di Gorbaciov), e chi da decenni ne aveva colto le tare profonde che lo avrebbero portato alla fine. Ma, pur non essendo la causa principale della scissione, questa contraddizione è venuta alla luce. Che Cossutta abbia potuto usare un argomento così misero come la non validità del voto del Cpn di ottobre perché erano stati determinanti i “trotskisti”, rivela che sapeva bene che gli stereotipi consolidatisi negli anni dello stalinismo facevano ancora presa. Oggi dunque possiamo e dobbiamo riprendere o iniziare la discussione su quella crisi, che non è al centro della nostra attività politica, ma pesa su essa. Non solo perché ci vengono rinfacciati dal nemico di classe con gli orridi “Libri neri del comunismo” i crimini - purtroppo in gran parte veri - dello stalinismo, ma perché la “nostalgia” di quel sistema che allignava nel partito (non solo tra i “cossuttiani”) ha come ricaduta un atteggiamento culturalmente conservatore e addirittura reazionario: ho trovato nei circoli iscritti che difendevano la pena di morte facendo riferimento all’Urss o alla Cina, e anche utilizzavano la “teoria del complotto” e gli argomenti xenofobi (diffusissimi nel “socialismo reale”) per considerazioni aberranti di politica interna italiana. In realtà nel documento di maggioranza ci sono alcune osservazioni molto corrette sulla “fine del campo socialista”, che tuttavia devono diventare patrimonio del partito (in alcuni settori non sempre marginali le “nostalgie” dell’Urss si intrecciano ancora alle mitizzazioni di tutto quel che si chiama comunista, dal partito di Zjuganov-Makashov alla Cina e alla Corea del Nord). La stessa Cuba, che è tutt’altra cosa, e va difesa incondizionatamente, è diventata per alcuni un surrogato di tutto il resto che è crollato, e sottratta quindi a un’analisi materialistica e lucida delle sue contraddizioni.
Questi problemi non si risolvono con un emendamento e neppure con un bel documento congressuale. Il congresso li sfiorerà appena. Ma possono essere messi in evidenza di fronte al partito con alcuni convegni. In primo luogo sul crollo, e quindi sull’interpretazione delle società che si spacciavano per “socialiste”.  Il secondo convegno dovrebbe riguardare l’evoluzione (o involuzione) dei partiti operai. Servendoci dell’aiuto prezioso delle precoci intuizioni di Rosa Luxemburg, ma anche di contributi diversi.