Pietro Mita (Comitato politico nazionale)

Un dato gravido di conseguenze  negative per il nostro paese, è la subordinazione del Sud, del suo territorio e delle sue risorse naturali e culturali, alla linea economica e agli interessi dei gruppi capitalistici italiani e non.
La democrazia, nel Mezzogiorno, è ricomposizione del frammentato mondo del lavoro, è ricerca dei minimi comuni denominatori in una galassia sociale polverizzata e subordinata. I soggetti di aggregazione tradizionali non ci sono più, o hanno modificato la loro natura, divenendo strumenti marginali; penso alle leghe sindacali di centinaia e centinaia di piccoli e medi centri.
L’aggregazione, l’addensarsi di corpi sociali, le concrete esperienze di lotte comuni da parte di lavoratori e di chi il lavoro non ce l’ha, ma anche di parti vitali di intere comunità, su obiettivi specifici di sviluppo come di vivibilità, sono le leve nella lotta per la democrazia, contro le destre populiste, che costruiscono la loro rappresentanza amplificando e utilizzando la disgregazione e l’intreccio tra tessuto economico “sommerso”, semiillegale e criminalità.
E perniciose si sono rivelate le oscillazioni, soprattutto nei ceti medi ma anche in quelli popolari, tra le ventate giustizialistiche e le ricadute nel voto di scambio, con una sinistra moderata tentata dalla “via giudiziaria” a nuovi assetti di potere nelle istituzioni periferiche dello Stato, nei settori delicati della magistratura e delle forze dell’ordine.
La nostra proposta per il Mezzogiorno deve rovesciare la subordinazione del sud nelle scelte di politica economica del governo, come nello stesso senso comune diffuso al sud, e non solo al nord, con una opposizione di respiro progettuale e con una battaglia culturale di lungo periodo.
E questo rovesciamento va radicato nelle pratiche sociali, nel tessuto associativo, nelle istituzioni e nell’agire politico quotidiano del partito.
Va rovesciata la condizione più pesantemente negativa del sud: il deficit di società. Va contrastato un vizio antico a cui si sommano gli effetti devastanti di una “modernità” acriticamente vissuta.
In questa battaglia sono possibili interlocuzioni, alleanze, con forze lontane dalla nostra cultura; penso al volontariato, al mondo della Chiesa.
Lo stesso ente locale può essere utilizzato nella tessitura di una trama di fili di aggregazione. Certo, dopo la stagione del rinnovamento politico nella città, seguita alla crisi di tangentopoli, si sono offuscate le speranze di cambiamenti radicali e si è avviato un nuovo processo di delega agli esecutivi con sindaci, soprattutto nelle grandi città, che si candidano a un protagonismo nella concertazione con le imprese e con lo stato centrale.
Ma ci sono anche esperienze di segno opposto, soprattutto nei centri piccoli e medi, in cui l’ente locale, in contrasto con il governo nazionale, è divenuto fattore di programmazione orizzontale, di “rete”, con associazioni, promuovendo forme di aggregazione in settori fondamentali come il lavoro, l’assetto del territorio e soprattutto la scuola e i servizi sociali.
I comunisti, nell’ente locale, possono forzare queste linee, proponendo risposte credibili a bisogni reali e diffusi di giustizia sociale.
Dobbiamo costruire, consolidare un partito capace di esperienze concrete di aggregazione sociale, di lotte contro interessi visibili e “localizzati”; un partito capace di utilizzare le istituzioni locali dall’opposizione e dal governo; un soggetto di progettualità e di cultura alternativa per rovesciare la subordinazione del sud alla cultura unica, quasi sempre merce d’importazione.