Enzo Minervini
(Commissione Nazionale di Garanzia - Federazione di Milano)

Vorrei presentare in occasione del congresso alcune considerazioni critiche sullo stato del Partito e sulle lentezze del processo di rifondazione teorica, tralascio quindi tutti gli aspetti della nostra politica sui quali sono d’accordo.
Per definire cosa vogliamo essere dobbiamo partire dal nostro nome; abbiamo scelto di chiamarci Rifondazione Comunista, non perché dopo il tragico fallimento dell’est e lo scioglimento del Pci fossero cadute le ragioni della critica marxista al capitalismo, ma perchè pensavamo fossero seriamente da rifondare le risposte che questa critica ha saputo storicamente esprimere nel corso di questo secolo. Non si tratta dunque di ripristinare una presunta ortodossia rispetto ad un pensiero politico da cui gruppi dirigenti “traditori” hanno in qualche maniera tralignato ma di costruire risposte differenti, adeguate ai tempi, capaci di sanare e superare gli errori del passato ridando credibilità ad una proposta di società socialista. Il Partito è lo strumento collettivo di chi condivide questa ipotesi di lavoro. Alcune considerazioni allora su quanto ci sta davanti.

Il partito e le culture:

  1. La cultura comunista, come quella della socialdemocrazia, così come si sono storicamente configurate sono insufficienti. Il secolo ha aperto problemi nuovi: è centrale quello del rapporto tra sviluppo delle forze produttive e distruzione dell’ambiente. Questo problema è stato solo marginalmente affrontato tra le forze del movimento operaio. Oggi ne va della sopravvivenza della specie. La critica ambientalista deve diventare parte costitutiva del nostro modo di essere e dei nostri programmi politici.
  2. Le culture della differenza. Il movimento delle donne ci impone di ripensare ruoli e identità a partire dalla divisione sociale del lavoro fino alle sfere della famiglia, della sessualità, dei poteri, dei diritti e delle libertà individuali; non si tratta di costituire qualche commissione femminile, di quote negli organismi dirigenti (che a volte servono), e di scrivere dei “/a, /e” nei documenti politici al termine di sostantivi e aggettivi, ma di assumere un’altra contraddizione primaria, pesante come quella tra capitale e lavoro, un diverso modo di porsi nel mondo.
  3. La democrazia politica. Enrico Berlinguer parlava del valore universale della democrazia e riteneva impossibile lo sviluppo del socialismo senza l’affermazione di una democrazia piena. L’esperienza di fine secolo (la tragedia dell’Est e ciò che sta succedendo in Cina e negli altri paesi asiatici di ispirazione socialista) conferma tragicamente la giustezza di questa affermazione. A mio parere, paradossalmente i comunisti sono stati la forza portante della difesa e dell’allargamento della democrazia in Italia, senza mai assumere completamente e fino in fondo, tranne che in parti limitate dei gruppi dirigenti, la democrazia come valore costitutivo e ineliminabile dell’essere comunisti. Voglio essere chiaro: penso alla migliore tradizione giuridica liberal-borghese, (la separazione di poteri, le elezioni libere col principio “una testa, un voto”, il diritto a venire giudicati da una magistratura indipendente) coniugata con la critica marxista al “cittadino astratto” e quindi con l’azione politica tesa alla conquista di veri diritti di cittadinanza (diritto al lavoro, alla salute, all’istruzione) uguali per tutti. La forse inevitabile sudditanza ideologica all’Unione Sovietica, prima, la condivisione della critica del gruppo dirigente cinese alla democrazia, per quello che riguarda la generazione di comunisti alla quale anche io appartengo, poi, ci hanno impedito di assumere a fondo quello che era uno dei tratti della migliore tradizione politica italiana rappresentata su questo tema da Gramsci e dalla sinistra del Partito D’Azione. E’ ora di farci i conti.


Il Funzionamento del Partito

  1. L’inchiesta. Per costruire politiche efficaci è indispensabile conoscere la realtà nella quale si intende esercitarle. L’affermazione di Mao “chi non ha fatto inchiesta non ha diritto di parola”è forse un poco esagerata ma ha le sue solide ragioni. Troppo spesso affrontiamo le cose con un taglio ideologico e strumenti metodologici da pensiero mitico, piuttosto che non con gli strumenti analitico-critici del pensiero scientifico e marxista. L’inchiesta è il primo di questi strumenti, dovrebbe diventare metodo comune di lavoro di tutte le istanze del partito.  
  2. Le correnti e la riforma dell’articolo 8 dello statuto. A mio parere, per quanto conosco il Partito, alcuni dei guai della nostra vita interna derivano dal fatto che finora non siamo stati capaci di amalgamarci e sviluppare un comune senso di appartenenza. Allo stato attuale esistono differenti aggregazioni interne, alcune distinguibili sul piano delle posizioni politiche, altre meno. Mi pare che spesso i compagni che a queste aggregazioni fanno capo, esprimano una “disciplina di corrente” che mette in subordine l’appartenenza al Partito e il suo sviluppo come organismo collettivo, soprattutto quando si tratta di eleggere i gruppi dirigenti e di determinare le rappresentanze istituzionali. Ritengo quindi, per un più limpido sviluppo del dibattito e della vita democratica interna che le uniche posizioni organizzate ad avere diritto ad un riconoscimento debbano essere quelle che sottopongono apertamente una propria piattaforma politica al vaglio congressuale. Altrimenti è meglio ripristinare l’articolo 8, così com’era nello statuto del III Congresso.