Silvio Messinetti
(del circolo "Francesco Faccini" di Roma)

Il documento congressuale “Un’alternativa di società” presentato dal compagno Bertinotti e dalla sua segreteria appare “prima facie” chiaro, preciso e dettagliato tanto da certificare in modo netto ed incontrovertibile il significato di svolta che assumerà il Congresso nazionale di Marzo per il partito.
Tuttavia ciò non toglie che detto documento sia scevro, a mio modesto parere, da lacune e manchevolezze che attengono non tanto all’analisi socio-politica, ineccepibile, ma piuttosto alle ricette da adottare per fronteggiare l’offensiva neoliberista.
In effetti la diagnosi sociale che emerge dal documento non fa una grinza. Sono sotto gli occhi di tutti gli effetti della grande utopia neoliberale realizzata non soltanto la miseria di una parte sempre più grande delle società economicamente più avanzate, lo straordinario aumento dei divari tra i redditi, la progressiva scomparsa degli universi autonomi di produzione culturale (cinema, editoria etc.), in seguito all’imperiosa intrusione dei valori commerciali ma anche e soprattutto la distruzione di tutte le istanze collettive - e in primo luogo dello Stato - depositarie di tutti i valori universali associati all’idea di pubblico, in grado di contrastare gli effetti di questa macchina infernale che risponde al nome di Neoliberalismo.Tutto ciò in un’era dominata dal culto della flessibilità, con contratti a tempo determinato, assunzioni “ad interim”, patti territoriali: tutte tecniche di assoggettamento razionale con le quali si impone ai dipendenti un iperinvestimento nel lavoro, una perenne condizione di urgenza, contribuendo ad affievolire, se non ad abolire, i riferimenti e le solidarietà collettive.
Le poche righe a disposizione per questo intervento non permettono di dilungarmi troppo nell’analisi di fase per cui venendo al sodo della questione quel che ritengo manchi nel documento di cui sopra è un diretto ed esplicito coinvolgimento all’interno del partito oppure al di fuori di esso ma attraverso un rapporto sinergico fitto e costruttivo di tutte le forze antiliberiste (centri sociali, sindacati extraconfederali, associazionismo di base, giornali e periodici d’area, realtà autoorganizzate) in modo da creare un blocco sociale antagonista, una sorta di Izquierda Unida italiana che agglomeri tutti coloro che non si rassegnano all’egemonia del pensiero unico. Occorre, invero, uscire da quella nicchia di autosufficienza ed autoreferenzialità in cui il partito rischia di affondare dopo la caduta del Governo Prodi e anziché proseguire in quella vana, continua ed autolesionista ricerca di interlocuzione con i partiti della sinistra moderata, cimentarsi nella costruzione di un argine coerentemente antiliberista, sempre più necessario specie se, come sembra, il futuro del Prc, una volta deflagrata la bomba innescata dalla nuova legge elettorale, sarà quello di una forza costretta ai margini del Parlamento.