Pasquale Martino
(Segretario della Federazione di Bari)

A ottobre abbiamo fatto un passo indietro, consapevolmente e per scelta. La rottura della maggioranza del 21 aprile è stata una sconfitta dell’Ulivo ma anche la conseguenza di una sconfitta nostra. Noi siamo stati sconfitti nel momento in cui è fallito il progetto di introdurre, nel percorso della maggioranza, elementi di controtendenza e di opposizione al liberismo, per accumulare le forze dell’alternativa. Da parte sua l’Ulivo è stata sconfitto perché ha perso, con la caduta del governo Prodi, anche la sua possibile identità di area del riformismo moderato: la vittoria del primato della governabilità, in ossequio al mercato e all’impresa, ha infatti ricomposto una maggioranza diversa, di tipo “democristiano” (con i cossighiano-mastelliani determinati e i cossuttiani aggiuntivi) i cui pezzi sono tenuti insieme da una sorta di “patto scellerato”, senza principi che non siano il governo eretto a valore assoluto. Di qui si comprende, fra l’altro, come sia prioritario, nella tattica di Rifondazione in questa fase, impedire o far “saltare” dove possibile l’alleanza del centrosinistra con l’Udr, in quanto espressione tangibile ed emblematica dell’involuzione subita dal quadro politico. E si comprende anche, per converso, come la pretesa della parte a noi più avversa del centrosinistra, di costringere Rifondazione a fare accordi locali con l’Udr, sia la prosecuzione del tentativo di coinvolgere i comunisti nella deriva centrista e di rendere puramente aggiuntiva, subalterna e non caratterizzante la loro presenza in una coalizione. In questo tentativo si distinguono i cossuttiani, legati come gemelli siamesi al destino dell’Udr e alla sperata fine della “diversità” di Rifondazione comunista. La crisi dell’Ulivo ha accentuato i sommovimento per la leadership che dividono il centrosinistra, aprendo spazi alla rincorsa referendaria, antiproporzionale e neoliberista in tema di lavoro e di privatizzazioni. La capacità di movimento di Rifondazione aveva tenuto aperta una dialettica vera tra le componenti dell’Ulivo sui contenuti sociali e di programma; questa è oggi, se non scomparsa, certo attutita perché subordinata al principio incrollabile del governo innanzitutto. Di qui la difficoltà per noi di un dialogo operativo anche con i settori più vicini della maggioranza (sinistra Ds, Verdi). Il passo indietro è evidente: obbligato, però, per farne altri in avanti. Era necessario che l’orizzonte dell’alternativa non si dissolvesse. Abbiamo salvato questa prospettiva sottraendoci all’assedio micidiale cui siamo stati sottoposti fin dai tempi del governo Dini. Abbiamo salvato il Partito, pagando un prezzo molto alto, per preservarne i beni più preziosi: l’autonomia e l’identità. I passi in avanti verranno in una “lunga marcia” attraverso la quale, sfuggendo alle tenaglie dell’accerchiamento e dell’isolamento, ridislocheremo il partito comunista su un terreno più avanzato e ambizioso. Una lunga marcia per crescere nella capacità di rappresentare il nostro popolo, il “popolo delle periferie”: ogni circolo una lotta, una vertenza, un movimento. Una lunga marcia per crescere nella capacità di fare marcia per accumulare partendo dall’opposizione le risorse dell’alternativa, attraverso l’interlocuzione e la convergenza con i soggetti sociali, politici e culturali della sinistra plurale e diffusa. Da questa marcia e in questo crogiolo nascerà un partito nuovo, ancora una volta capace di aderire alle pieghe di una società profondamente cambiata, per cambiarla.