| Ramon Mantovani
(Direzione nazionale - Responsabile del Dipartimento Politica Internazionale) Negli ultimi anni abbiamo prodotto una rottura con la
cultura e la tradizione comunista italiana. Vale la pena, quindi, di discutere
sulle motivazioni e sulla portata di questa rottura. Io credo vi siano
due ragioni di fondo che hanno reso necessaria la discontinuità
con una cultura politica, profondamente radicata in tutte le anime della
sinistra comunista. La prima è relativa al mutamento di funzione
della politica nellepoca del capitalismo globalizzato, alla perdita di
sovranità degli stati nazionali, alla scomposizione sociale prodotta
dallenorme ristrutturazione del capitale. Vivevamo, fino a qualche anno
fa, nella convinzione che ciò che accadeva nella sfera della politica
fosse il riflesso, certo mediato e non meccanico, di ciò che accadeva
nei rapporti di forza fra le classi e più in generale nella società.
Allora le alleanze fra partiti corrispondevano, grossomodo, a blocchi sociali.
Lazione politica era anche direttamente volta alla mutazione della formazione
sociale e viceversa. Tra i due lati della questione esisteva un nesso strettissimo.
In più, candidarsi alla conquista del governo equivaleva a proporre
un progetto sociale connotato dal punto di vista di classe. Nel governo,
che comunque non esauriva la questione del potere, risiedeva la possibilità
di decidere unoriginale linea di politica economico-sociale. Ma oggi il
governo nazionale non dispone più del potere reale di un tempo.
Si è trasformato, e non poco, in un potere amministrativo che deve
restare nellambito delle compatibilità imposte dal mercato mondializzato,
dalle multinazionali e dalle agenzie finanziarie e monetarie. La posta
in gioco della politica, che è rimasta confinata nellambito nazionale,
è lamministrazione del sistema. Questa politica non può
che essere separata dalla società. La sua separatezza e le tendenze
autoritarie che covano nella concezione tecnocratica del governo sono visibili
ad occhio nudo. Ebbene, noi abbiamo rotto il vecchio schema che assegnava
alla sfera politica un primato quasi assoluto. Lo abbiamo fatto non per
il gusto di produrre una novità, né per sposare la tesi speculare
di unautonomia del sociale, ma per tentare di ricollegare i due lati del
problema nellambito della produzione di unalternativa su scala nazionale
e sovranazionale (ecco la nostra idea della centralità dellEuropa
e la nostra continua introduzione dei temi sociali come questioni dirimenti
nella sfera della politica). Altri, in continuità con la tradizione,
hanno pensato che le alleanze, ma sarebbe meglio dire gli schieramenti,
fossero la precondizione assoluta alla quale subordinare, nei fatti, i
contenuti. La seconda grande questione è relativa alla concezione
della sinistra. Quando abbiamo parlato di due sinistre lo abbiamo fatto
per descrivere una divisione profonda come mai lo è stata nella
storia del movimento operaio. Ben più profonda di quella che ha
opposto comunisti e socialdemocratici, perché comune era sempre
rimasto il progetto di una società alternativa al capitalismo. Il
vecchio e caro concetto di unità della sinistra riproposto ossessivamente
in questo nuovo quadro, e nellambito di una politica separata, non poteva
funzionare più. Insomma, abbiamo messo in discussione due veri e
propri tabù della tradizione: il primato della politica e la centralità
dellunità della sinistra. Questo ci ha permesso di non essere assorbiti
nellorizzonte dellalternanza e di poter riproporre, seppure da condizioni
più difficili, il tema dellalternativa di società. Ma la
politica separata, sempre più invisa alle masse, e la lotta per
legemonia rimangono problemi aperti che il nostro partito dovrà
affrontare per lungo tempo. Per poterlo fare è necessario un salto
di qualità al quale tutto il partito è chiamato, a partire
da questo congresso. |