Michele Losappio (Direzione nazionale - Segretario regionale Puglia)

Il porto di Bari colmo di navi da guerra dell’Alleanza Atlantica: succede in questi giorni e sembra di essere tornati agli ultimi anni del conflitto mondiale, quando tedeschi ed americani si contendevano l’uso dell’importante impianto logistico lasciando ferite che la città ancora ricorda. Scene simili si verificano nelle basi aeree di Gioia, di Brindisi, di Amendola, di San Vito.
E’ questa la modernizzazione della Puglia?
Il ponte verso il Mediterraneo deve trasformarsi in un elastico pronto per la distruzione? Nello stravolgimento della storia, delle vocazioni e delle nuove potenzialità della regione e del Mezzogiorno non c’è solo un errore delle classi dirigenti, un piegarsi alle necessità ed alle richieste della grande potenza; c’è una scelta consapevole, quella che vuole il Sud “moderno” proprio perché arretrato, cioè privo di un progetto che ne definisca le prospettive di crescita economica, sociale e civile. Insomma la capriola che porta la Puglia a capovolgere la sua strategica collocazione geografica da grande risorsa per lo sviluppo, la cooperazione e la collaborazione a minaccia militare diventa un paradigma che si può utilizzare anche per l’economia e per il lavoro.
Ecco perché mentre prosegue lo smantellamento del tessuto industriale coinvolgendo i pochi grandi impianti rimasti, come l’Ilva, e tante aziende piccole e medie, ultima la Sapca di Bari, si può sostenere - lo fanno l’Associazione degli industriali, il Sindacato confederale e il governo regionale - che alcuni nuovi insediamenti a prevalente capitale estero segnano la crescita tecnologia e le capacità rigeneratrici del territorio. Non importa che il saldo occupazionale sia largamente negativo e che nuovi disoccupati si aggiungano agli attuali, non conta che le nuove attività siano estranee al territorio ed alla sua economia si da suscitare il legittimo sospetto che sorgano più per intercettare i benefici della legislazione (ultimi i contratti d’area) che non per restare, che si arrivi alla farsa di un gruppo del nord, i Tognana, che chiudono il grande e prestigioso impianto di ceramica di Monopoli e riaprono a Manfredonia con il tessile per godere dei vantaggi della flessibilità. Insomma l’assenza di una politica economica, l’aver lasciato il Mezzogiorno al suo destino e alle convenienze del mercato, l’abbandono di un disegno teso a ridurre almeno parzialmente la forbice con il nord e a determinare fattori propulsivi, in sintesi la rinuncia a governare, tutti elementi distintivi di una arretratezza si trasformano nel loro opposto, negli emblemi della modernità. Stesso discorso si applica al mercato del lavoro dove l’inesistenza di politiche efficaci contro la disoccupazione è dichiarata così come è rivendicata la necessità di “lasciar andare” i dipendenti in esubero e quelli delle aziende che si chiudono per concentrare gli sforzi sulle nuove possibilità. Non è un caso che nelle assemblee delle aziende in crisi oggi sia raro incontrare esponenti della politica e delle Istituzioni che non siano i comunisti mentre i convegni e le inaugurazioni delle nuove realtà vedono l’affollamento degli uomini dei due schieramenti.
E ancora la grande sacca della precarietà, il lavoro in tutte le sue tinte negative, nero, sporco, flessibile, part time, schiavistico, non più tollerato ma accettato e rivendicato come una delle compatibilità che fanno bene all’economia, che regolano il conflitto, che servono il sistema. 
In questa situazione Rifondazione comunista si assume l’onere di avanzare un disegno alternativo cercando di prospettare a un ampio arco di forze politiche, sociali e culturali un progetto per il Mezzogiorno che sia l’opposto della supina accettazione delle “regole” della globalizzazione.
Da qui le indicazioni del documento “Un’alternativa di società” che propongono, a partire dalla riduzione dell’orario e dall’Agenzia, soluzioni per una nuova politica industriale e gli investimenti nei settori strategici di pubblica utilità.
Bisogna tuttavia riconoscere che “l’impatto” delle nostre posizioni non si presenta ovunque con la stessa omogenea efficacia. 
Troviamo consenso e intessiamo rapporti reali nella vertenza Lsu, in aree operaie e sindacali per la riduzione dell’orario, in settori della ricerca e dell’intellettualità sull’Agenzia, ma siamo ancora distanti dal riuscire a portare la nostra elaborazione all’attenzione di larghi strati sociali che pure indichiamo come i referenti della rinascita del Mezzogiorno e dell’alternativa.
Siamo allora di fronte a una ricerca e a una navigazione in mare aperto che troverà nel Congresso un importante momento di confronto e di verifica.