Possiamo oggi riflettere con un minimo di distanza sulle
vicende dello scorso autunno e prendere coscienza che una fase veramente
nuova e difficile si è aperta sia per noi che per il paese, nel
contesto di una lunga e non ancora conclusa crisi di regime. Parlo di regime,
con riferimento alla caratteristica italiana che può essere descritta
con le formule di occupazione del potere e di democrazia bloccata.
Il vecchio sistema di potere è andato in pezzi - a livello di rappresentanza
politico-partitica - allinizio degli anni Novanta e molti si sono candidati
alla successione. La partita non è ancora conclusa e i suoi ultimi
episodi rischiano di essere sanguinosi (speriamo solo in senso metaforico).
Siamo ancora lungi dallessere un paese normale, e la vecchia filosofia
del potere che logora solo chi non ce lha continua a fare danni ed è
anzi penetrata ampiamente anche nella sinistra storica. Non cè
da meravigliarsi allora se cresce il distacco fra politica e vita quotidiana,
se il disgusto per un certo tipo di politica dominante genera passività
e qualunquismo, tanto più se la crisi italiana si intreccia con
una più generale crisi della democrazia rappresentativa, alimentata
dal neoliberalismo sempre aggressivo, anche se non sempre incondizionatamente
trionfante.
Quanto a noi, con le nostre scelte ci troviamo ormai
in mare aperto, a navigare controcorrente. La nostra opposizione è
per lalternativa, alternativa nello stesso tempo a questa democrazia malata
e a questa egemonia neoliberale. Questa è la bussola che deve orientarci
ed ispirare le nostre scelte tattiche e strategiche.
Sappiamo bene che in questa lotta forze potenti mirano
se non a sopprimerci, almeno a marginalizzarci. Ma dobbiamo anche affermare
con forza che è questa lotta a rappresentare la nostra ragione dessere
e quindi la base per la nostra sopravvivenza. Quando circa un secolo fa
in Italia si costituì un partito della classe operaia, vigeva il
sistema elettorale maggioritario uninominale, e non era ancora acquisito
il suffragio universale (maschile): eppure i padri fondatori non pensarono
che in quelle condizioni fosse meglio arruolarsi nella sinistra dello schieramento
liberale allora dominante, ma che fosse necessario un partito autonomo
che con le sue lotte nella società e nelle istituzioni riuscì
a crescere e a conquistare, tra laltro, insieme ad altre forze democratiche,
il suffragio universale e la proporzionale. Rifondazione deve essere il
partito che si fa carico di questo nuovo inizio, e che quindi deve avere
il coraggio di intraprendere strade nuove e nello stesso tempo la modestia
di confessare di non sapere, di non possedere né una teoria della
transizione, quale oggi sarebbe necessaria a livello globale, né
una nuova, compiuta identità comunista ma di volerle conquistare,
insieme a tanti altri soggetti sociali e politici che non si rassegnano
al disordine costituito che è il mondo doggi dominato dallidolo
del mercato. E quello che a me piace chiamare - con alcuni dei maggiori
esponenti del marxismo critico contemporaneo - un comunismo della finitudine.
E per questo che noi nei prossimi mesi ed anni dobbiamo
attrezzarci a far politica in condizioni nuove e forse più disagevoli,
certamente difficili, attrezzarci a saper affrontare il peggio, non per
rinchiuderci in un angolo o nella marginalità di una opposizione
autoreferenziale, ma per conquistare il meglio, vale a dire la capacità
di incidere nella società e nella politica, per invertire o perlomeno
per contrastare in modo significativo il degrado della vita pubblica, la
malattia della democrazia, la passivizzazione delle masse. Per questo occorre
un partito diverso, che sappia far vivere dentro di sé lalternativa,
per poterla rappresentare agli occhi della gente: ciò comporta una
laboriosa costruzione di rapporti sociali, di relazioni interpersonali,
di una vera e propria etica collettiva, un modo più accorto di utilizzare
le risorse che abbiamo (risorse di uomini, di intelligenze, di lavoro politico,
risorse materiali anche). Comporta anche un modo più attento di
rapportarci a tutte le soggettività esterne, ma non estranee che
entrano necessariamente in contatto con un partito politico. E un modo
più libero e insieme più distaccato di rapportarci e di stare
nelle istituzioni. Vorrei che il nostro congresso rappresentasse almeno
un passo in tale direzione.