Domenico Jervolino (Presidenza Commissione nazionale di garanzia)

Possiamo oggi riflettere con un minimo di distanza sulle vicende dello scorso autunno e prendere coscienza che una fase veramente nuova e difficile si è aperta sia per noi che per il paese, nel contesto di una lunga e non ancora conclusa crisi di regime. Parlo di regime, con riferimento alla caratteristica italiana che può essere descritta con le formule di “occupazione del potere” e di “democrazia bloccata”. Il vecchio sistema di potere è andato in pezzi - a livello di rappresentanza politico-partitica - all’inizio degli anni Novanta e molti si sono candidati alla successione. La partita non è ancora conclusa e i suoi ultimi episodi rischiano di essere sanguinosi (speriamo solo in senso metaforico). Siamo ancora lungi dall’essere un “paese normale”, e la vecchia filosofia del “potere che logora solo chi non ce l’ha” continua a fare danni ed è anzi penetrata ampiamente anche nella sinistra storica. Non c’è da meravigliarsi allora se cresce il distacco fra politica e vita quotidiana, se il disgusto per un certo tipo di politica dominante genera passività e qualunquismo, tanto più se la crisi italiana si intreccia con una più generale crisi della democrazia rappresentativa, alimentata dal neoliberalismo sempre aggressivo, anche se non sempre incondizionatamente trionfante.
Quanto a noi, con le nostre scelte ci troviamo ormai in mare aperto, a navigare controcorrente. La nostra opposizione è per l’alternativa, alternativa nello stesso tempo a questa democrazia malata e a questa egemonia neoliberale. Questa è la bussola che deve orientarci ed ispirare le nostre scelte tattiche e strategiche.
Sappiamo bene che in questa lotta forze potenti mirano se non a sopprimerci, almeno a marginalizzarci. Ma dobbiamo anche affermare con forza che è questa lotta a rappresentare la nostra ragione d’essere e quindi la base per la nostra sopravvivenza. Quando circa un secolo fa in Italia si costituì un partito della classe operaia, vigeva il sistema elettorale maggioritario uninominale, e non era ancora acquisito il suffragio universale (maschile): eppure i padri fondatori non pensarono che in quelle condizioni fosse meglio arruolarsi nella sinistra dello schieramento liberale allora dominante, ma che fosse necessario un partito autonomo che con le sue lotte nella società e nelle istituzioni riuscì a crescere e a conquistare, tra l’altro, insieme ad altre forze democratiche, il suffragio universale e la proporzionale. Rifondazione deve essere il partito che si fa carico di questo nuovo inizio, e che quindi deve avere il coraggio di intraprendere strade nuove e nello stesso tempo la modestia di confessare di non sapere, di non possedere né una teoria della transizione, quale oggi sarebbe necessaria a livello globale, né una nuova, compiuta identità comunista ma di volerle conquistare, insieme a tanti altri soggetti sociali e politici che non si rassegnano al disordine costituito che è il mondo d’oggi dominato dall’idolo del mercato. E’ quello che a me piace chiamare - con alcuni dei  maggiori esponenti del marxismo critico contemporaneo - “un comunismo della finitudine”.
E’ per questo che noi nei prossimi mesi ed anni dobbiamo attrezzarci a far politica in condizioni nuove e forse più disagevoli, certamente difficili, attrezzarci a saper affrontare il peggio, non per rinchiuderci in un angolo o nella marginalità di una opposizione autoreferenziale, ma per conquistare il meglio, vale a dire la capacità di incidere nella società e nella politica, per invertire o perlomeno per contrastare in modo significativo il degrado della vita pubblica, la malattia della democrazia, la passivizzazione delle masse. Per questo occorre un partito diverso, che sappia far vivere dentro di sé l’alternativa, per poterla rappresentare agli occhi della gente: ciò comporta una laboriosa costruzione di rapporti sociali, di relazioni interpersonali, di una vera e propria etica collettiva, un modo più accorto di utilizzare le risorse che abbiamo (risorse di uomini, di intelligenze, di lavoro politico, risorse materiali anche). Comporta anche un modo più attento di rapportarci a tutte le soggettività esterne, ma non estranee che entrano necessariamente in contatto con un partito politico. E un modo più libero e insieme più distaccato di rapportarci e di stare nelle istituzioni. Vorrei che il nostro congresso rappresentasse almeno un passo in tale direzione.