Giancarlo Fullin
(Responsabile scuola Federazione di Venezia)

La costruzione di un sindacato di classe in Italia non è possibile se non si restituisce ai lavoratori la lotta sindacale, a partire dal salario e dall’organizzazione del lavoro, della quale sono stati definitivamente privati dagli Accordi sul costo di lavoro del 1993 e dal rinnovato patto sociale tra Confindustria e Sindacati confederali.
Tali accordi infatti impediscono la lotta economica dei lavoratori, facendo dipendere le retribuzioni contrattuali dalla politica dei redditi del Governo (la finzione dell’inflazione programmata) e quelle aziendali dalla redditività d’impresa (assunta come dato oggettivo), restituiscono al capitale il dominio diretto sulla forza lavoro all’interno del processo produttivo e dei rapporti di lavoro, oggettivati e sottratti anch’essi a qualsiasi contrattualità, trasformano nei fatti i sindacati confederali in grandi agenzie del lavoro con funzioni di pura e semplice collaboratività. E tutto questo avviene, non a caso, proprio negli anni in cui lo scontro tra capitale e lavoro verte sempre più direttamente sul valore del lavoro, cioè sulla quota di ricchezza sociale che è attribuita al lavoro subalterno, provocando negli stessi paesi un processo di spaventoso impoverimento di massa da un lato e di spaventosa estensione della ricchezza da profitto e da rendita dall’altro. Il salario, diretto ed indiretto, e l’organizzazione del lavoro tornano ad essere dunque, in questo contesto, il terreno reale sul quale si giocano sia i rapporti diretti di forza tra sfruttati e sfruttatori, sia i rapporti politico-istituzionali tra le classi sociali. Senza il sostegno di una forte conflittualità sociale nulla è infatti possibile sul terreno politico ed istituzionale alla sinistra e ai comunisti. L’esperienza del nostro rapporto con la maggioranza di governo e dei suoi esiti lo testimonia in maniera esemplare. E’ infatti difficile pensare che milioni di lavoratori che, per cercare di reggere ai processi di impoverimento ai quali sono sottoposti, sono ormai da anni costretti ad obbedire alle ragioni del capitale e a prolungare indefinitivamente la loro giornata lavorativa in condizioni di lavoro sempre meno tutelate (senza neanche sapere che così facendo si impoveriscono ulteriormente); è difficile pensare che questi lavoratori possano poi essere, sul terreno politico e sociale, qualcosa di diverso da ciò che sono dentro il rapporto di lavoro, cessino cioè di essere subalterni culturalmente e politicamente e possano sostenere battaglie politiche e civili. Tutta l’esperienza storica del movimento operaio insegna infatti che i lavoratori sono in grado di esprimere forme di autonomia politica, di antagonismo, di potere e di direzione politica delle stesse organizzazioni sindacali, solo organizzandosi a partire dalle condizioni dirette dello sfruttamento e solo riportando il conflitto di classe all’interno dei rapporti di produzione e di lavoro, perché è qui i rapporti di forza sono più favorevoli ai lavoratori stessi ed è qui che sono meno operanti le infinite mediazioni esproprianti messe in essere dai sistemi rappresentativi delegati.
La costruzione di un sindacato di classe non è quindi una operazione che possa risultare, quand’anche ciò fosse possibile, da una improbabile convergenza tra le forze del sindacalismo di base e la sinistra sindacale del mondo confederale. Essa può determinarsi soltanto dalla ripresa del conflitto sociale e, quindi, dalla rottura delle compatibilità di sistema che sono state imposte al movimento operaio dal capitale con il consenso dei sindacati confederali, a partire dalla lotta salariale e dalla ripresa del controllo dei lavoratori sui rapporti di lavoro.
Ma perché ciò avvenga è necessario che si operino, ad opera della sinistra sindacale interna, se e dove questa esiste, delle rotture significative (disdetta di accordi sottoscritti, proposte di piattaforme alternative, indizione di lotte e di scioperi, ecc.) all’interno dei sindacati confederali e della Cgil in particolare, in quanto la ripresa del conflitto e dell’antagonismo non è compatibile con il ruolo che tali sindacati hanno assunto a stabilità del sistema economico, politico e sociale. I comunisti individuano quindi nel rafforzamento e nella crescita del sindacalismo di base lo strumento fondamentale per promuovere la ripresa del conflitto sociale contro l’impoverimento reale delle grandi masse lavoratrici e per sviluppare le contraddizioni dentro il sindacalismo confederale e dentro la Cgil in particolare, così da promuovere la rottura anche organizzativa con la politica di totale subalternità al capitale.