Roberto Firenze (Comitato politico Nazionale)

L’attività del partito nel corso degli ultimi due anni, dall’inizio cioè del rapporto con il centrosinistra, si è via via spostata all’interno del quadro politico, in un’ottica troppo spesso puramente contrattualistica con le altre forze che sostenevano il governo. Un approccio che ha privilegiato la politica di vertice in luogo dell’attività di massa e, soprattutto, non ha permesso di sviluppare a fondo le potenzialità sul piano dell’iniziativa sociale. Certamente, l’assenza di movimenti di massa, di mobilitazioni, di lotte, non può essere imputata semplicemente alla collocazione parlamentare di Rifondazione. Ma è vero, allo stesso tempo, che tutta l’attività del partito ha sofferto di un certo svuotamento, di un’attitudine aggravata alla delega, di un tentativo di risolvere i problemi sempre più per via istituzionale, confidando nel potere d’interdizione rispetto al governo amico, e sempre meno per via conflittuale. La ricollocazione all’opposizione, non risolverà automaticamente questo tipo di problemi, che attengono invece alla più complessiva crisi del movimento operaio, alle dinamiche di scomposizione che questo è costretto a subire. Non siamo cioè di fronte a un passaggio di per sé salvifico, ma a un’ipotesi politica tutta da costruire. 
Certamente, una forza come la nostra che ha a cuore innanzitutto le condizioni di vita e le conquiste dei lavoratori, non può banalizzare il rapporto con le forze della sinistra che pure mantengono ancora un insediamento e una presenza all’interno del movimento operaio. Le ragioni, profonde e strategiche, della nostra alternatività alla socialdemocrazia, non possono farci mettere in secondo piano le ragioni dell’unità. A condizione però che non si trasformi in un espediente politicista, privo di reali connotati programmatici e tutto sommato inefficace ai fini delle lotte sociali. L’unità che noi dobbiamo saper praticare è quella che parte dalla condivisione di alcuni contenuti essenziali, capace di costruire alleanze su singole battaglie con tutte le forze sociali e politiche disponibili, di dare vita a movimenti i più ampi e unitari possibili all’interno dei quali esercitare un ruolo trasparente e leale di egemonia politica. L’unità si fa a partire dai contenuti e dagli obiettivi che di volta in volta si ritengono necessari. Dal basso, quindi, e non dall’alto. Su questioni democratiche, ma anche su questioni sociali. La mobilitazione realizzata sulla scuola può fornire un utile esempio di quello che intendiamo.
Anche la nostra presenza all’interno delle giunte locali deve essere intesa in questo senso. Il passaggio all’opposizione del partito non può determinare, automaticamente, la fuoriuscita dalle giunte di centrosinistra. Ma dove queste rappresentano un ostacolo per le mobilitazioni sociali e un pericolo per le conquiste dei lavoratori la nostra rottura è quanto mai necessaria.C’è bisogno però anche di una pratica sociale che privilegi la costruzione del movimento di massa, a partire dalle sue forme embrionali. Il partito, i suoi circoli e, soprattutto, i suoi gruppi dirigenti a livello locale e nazionale, devono saper fare di più in questa direzione. Per costruire un movimento che possa maturare nella direzione dell’alternativa anticapitalistica è necessario che questo abbia sedi proprie, si dia le strutture di autorganizzazione necessarie, senza sovrapposizioni indebite da parte del partito, al quale compete invece un lavoro paziente, leale ed efficace di progettualità complessiva, capace, nel rispetto dei reciprochi ruoli, di costruire terreni di lotta più avanzati e di attivare una dinamica anticapitalistica. 
In questo senso va anche il nostro nuovo impegnato nel progetto di ricostruzione del sindacato di classe.  Il coordinamento delle nostre forze presenti nelle organizzazioni sindacali, per non riprodurre le difficoltà molte volte registrate deve essere finalizzato al sostegno delle aggregazioni delle Rsu elette nei luoghi di lavoro su piattaforme comuni e all’individuazione degli strumenti sindacali più efficaci per la costruzione del conflitto nelle varie realtà. In queste condizioni la prospettiva della rifondazione dal basso di un sindacato di classe si traduce in percorso credibile e in sintonia con la dinamica concreta del movimento di massa. 
A un progetto di opposizione per la trasformazione sociale non può mancare una riflessione critica e allo stesso tempo propositiva sul piano strategico. 
Chi siamo realmente, dove va questo partito, cosa intende per un’alternativa di società, quali sono i suoi punti fermi, è materia che qualifica la capacità di un intervento politico e che non può essere rimossa. La stessa scissione è, in parte, figlia di questa rimozione. La divergenza politica che abbiamo avuti con i compagni e le compagne che se ne sono andati, ha al fondo una dimensione strategica che attiene alla qualità e al tipo di trasformazione sociale che ci prefiggiamo. Trasformare la società all’interno delle istituzioni borghesi, confidando nella funzione demiurgica dello stare al governo quando se ne verifichino le condizioni minime? Oppure, meglio, proporsi di rivolgere quelle istituzioni, di costruirne di nuove, rappresentative del movimento di massa, fondate su un’idea della democrazia diretta e delegata che raccolga il meglio della tradizione consiliare operaia adattandola alle nuove società complesse e proponendo, su questa base, un governo completamente nuovo per natura e per metodo di formazione? E’ uno dei nodi cruciali che attengono a una riflessione sul comunismo e sulla rivoluzione sociale.