Marco Ferrando, Franco Grisolia, Francesco Ricci (della direzione nazionale PRC)

Le ultime vicende politiche hanno contribuito a chiarire la rilevanza non solo strategica ma politica delle divergenze congressuali. Ci riferiamo alla riproposizione, in prospettiva, della maggioranza di governo del 21 aprile e alla scelta di costituire i comitati per il No con la Lega Nord. Due questioni diverse ovviamente, ma entrambe segnate a noi pare da un unico codice: la permanente contraddizione, nella nostra politica, tra ragioni di classe e scelte (o prospettive) politico/istituzionali.
La proposta di un governo “D’Alema bis” basato sulla maggioranza del 21 aprile e su “contenuti riformatori” è davvero chiarificatrice della reale proposta congressuale della segreteria. Proprio per questo ne rivela clamorosamente l’errore di fondo.
La maggioranza del 21 aprile è già stata sperimentata per due anni con esiti disastrosi per i lavoratori e per il partito. Il “condizionamento riformatore” del centrosinistra, la domanda ad esso rivolta di una “svolta riformatrice” si sono rivelati per due anni fallimentari e utopici. Per quale ragione dovremmo ora rilanciare, tra le masse e nel partito, un’illusione sconfitta? E perché dovremmo presentarci come alternativi al solo Cossiga e non invece anche a Ciampi, Dini, Prodi, portatori organici degli interessi del grande capitale e di politiche liberiste?
Si obietta: “la proposta serviva a smascherare la scelta di rottura verso di noi perpetrata dal centrosinistra”. Ma proprio l’obiezione è rivelatrice: non dovremmo essere noi a rivendicare la rottura col centrosinistra come scelta di opposizione di classe, invece che lamentare la nostra estromissione da un centrosinistra confindustriale? La verità è che l’attuale opposizione è vissuta come doloroso stato di necessità, non come nuova linea politica: e poiché, come recita il testo di maggioranza, “tra opposizione e governo non vi sono linee invalicabili” l’opposizione attuale è vissuta proprio in funzione di una futura ricomposizione di governo. Del resto: l’opposizione a Dini (più “radicale” dell’attuale) non fu forse finalizzata ad aprire il varco ad un accordo di governo col centrosinistra?
Si obietta ancora: “La proposta avanzata rafforza oggi la nostra opposizione”. E’ vero il contrario. Per il solo fatto di essere stata avanzata, essa ha provocato un danno serio al partito: ha offerto l’immagine di una linea ondivaga, contraddittoria con l’esigenza di rilancio del movimento, col rischio oltretutto di demotivare tanti nuovi compagni avvicinatisi al partito in questi mesi proprio per il suo ritorno all’opposizione. E poi: non è evidente il rapporto tra la sola prospettiva della ricomposizione della maggioranza del 21 aprile e le scelte di oggi in relazione alle giunte, all’intervento di massa, alla stessa costruzione del partito e della sua cultura?
Da un’angolazione diversa e più specifica la scelta di costituire comitati del No con la Lega Nord pone problemi di metodo analoghi.
La battaglia contro il fronte referendario è oggi centrale come coerente battaglia di democrazia vincolata a contenuti di classe. E certo i comitati per il No possono costituire strumenti importanti di questa battaglia come terreno di aggregazione unitaria di forze diverse del movimento operaio e democratico. Ma proprio per questo che senso ha estenderli ad una forza reazionaria come la Lega Nord? La Lega Nord è, come tutti sappiamo, una forza xenofoba ed antimeridionalista, oggi impegnata a costruire una vera crociata contro l’immigrazione extracomunitaria sino all’aggressione squadrista (le ronde). La sua stessa campagna referendaria, come recita “La Padania” del 27/01/99, è una campagna “contro l’invasione dell’Europa da parte di slavi e africani voluta dagli anglosassoni” e contro una proposta referendaria che “vorrebbe redistribuire la proporzionale tra i primi non eletti, quasi tutti meridionali”. Chiediamo: è possibile allora per i comunisti costruire comitati comuni e quindi iniziative comuni, comizi comuni con la Lega Nord, quando la lotta frontale contro la Lega è parte costitutiva, tanto più oggi, di una battaglia democratica elementare e di civiltà, peraltro incorporata alla stessa ricomposizione di classe?
Né si può invocare la cosiddetta “utilità pratica” dei comitati comuni con Bossi. Perché il No dei comunisti e della Lega si somma oggettivamente nell’urna, mentre i comitati con Bossi e Borghezio non aggiungerebbero un solo voto in più ed anzi: nel Nord produrrebbero confusione e disorientamento mentre nel Sud offrirebbero a Fini lo spazio di un affondo demagogico pericoloso a sostegno del referendum, proprio tra le masse più povere, “contro l’ammucchiata antimeridionalista” del Nord. Come non vederlo?
No: questa scelta di maggioranza della Dn va prontamente rivista, per ragioni di principio e di opportunità. Ma, al di là del contingente, essa dimostra una volta di più, assieme al richiamo al 21 aprile, la necessità di una svolta di fondo del nostro partito che subordini le scelte politiche ai principi contro ogni pratica politica intesa come manovra istituzionale separata e subalterna. Il rilancio di un progetto comunista, a otto anni dalla nascita del partito, risponde esattamente a tale necessità.