Frank Ferlisi (della segretria della federazione di Palermo)

Credo sia opportuno, in questo dibattito congressuale, richiamare quanto Mineo scriveva nel 1975 sulla “crisi di regime”: Questo tipo di crisi non si verifica nel vivo della lotta di classe: lo sfaldamento del blocco borghese ha la sua genesi all’interno del blocco stesso. E’ la crisi della formula politica, della mediazione che lo teneva unito, che si manifesta nella totale incapacità dei gruppi dirigenti di adeguare il quadro istituzionale alle mutate esigenze dell’economia e della società, imponendo all’intero schieramento borghese le “riforme” necessarie per il mantenimento del suo dominio, cioè nuove istituzioni, nuovi comportamenti, nuova “disciplina”.
La “crisi di regime” ha avuto la sua genesi, quindi, nel fallimento della spinta riformatrice del centrosinistra negli anni Sessanta e, nell’incapacità/impossibilità di trovare una soluzione, la Democrazia cristiana ha “cronicizzato” la crisi, coinvolgendo le istituzioni, i partiti in un devastante processo di putrefazione. Il pentapartito si è dissolto per l’intervento della magistratura e non perché un soggetto politico abbia saputo conquistare consenso ed egemonia per una alternativa qualsiasi. Le forze del movimento operaio (politiche e sindacali) si sono fatte coinvolgere non riuscendo a trovare all’interno dello scontro fra i gruppi dominanti una posizione non subalterna. E di fronte ai possenti processi di razionalizzazione e modernizzazione capitalistici non hanno saputo difendere la propria base sociale che è risultata frantumata e disintegrata.
Con l’ingresso nell’euro, questo scontro all’interno delle classi dominanti, probabilmente, si avvicina al suo epilogo. La parte più arretrata e parassitaria della borghesia, che viveva e prosperava grazie alle politiche “assistenzialistiche” dello Stato, dovrà adeguarsi, ridimensionarsi, mettersi da parte. La globalizzazione e le ferree regole dell’Unione Europea impongono un drastico ridimensionamento della presenza statale nei processi economici, facendo, quindi, venir meno le fonti principali di accumulazione di quella che mi piace chiamare borghesia berlusconian-mafiosa. Il problema è che i contrasti di interesse sono così forti che lo scontro politico sarà nei prossimi mesi molto aspro e non possiamo prevedere alcun esito certo se non che, probabilmente, il Polo delle libertà subirà una parziale o totale sconfitta, poiché le classi sociali che rappresenta dovranno accettare un compromesso che, però nella sostanza, li vedrà costretti ad accettare nuove regole, nuove istituzioni, nuove gerarchie sociali. Chi rappresenterà la borghesia “avanzata” (sic!) I Ds? l’Ulivo? Cossiga? Di Pietro? un nuovo soggetto politico? Composizioni e scomposizioni di schieramenti e soggetti tormenteranno ancora per un po’ il teatro della politica.
Rifondazione non poteva e non può restare neutrale in questo scontro. Non poteva, per fare un esempio concreto, accettare una riforma della giustizia che la subordinasse al potere politico. L’avere consentito al governo Prodi di nascere e di agire per un paio di anni, a mio parere, si inserisce in questo contesto. Il tema della svolta sta tutto qua: riteniamo che la borghesia berlusconian-mafiosa vada battuta e ci assumiamo la nostra quota di responsabilità, ma non si può chiedere ai lavoratori di dare sempre sudore e sangue, altrimenti la rottura. L’autonomia che pretendiamo di avere, non sta tutta nel mondo della “politica”, ma nella garanzia di un futuro aperto per le classi oppresse. Ci piaccia o no, nella fase attuale dobbiamo praticare questo gioco difficilissimo: unità per battere la destra borghese e mafiosa, l’autonomia per non disarmare Rifondazione e la classe operaia di fronte alla “borghesia avanzata”.
Non possiamo negare, però, che rischiamo di restare “schiacciati”, come le classi sociali che ci sforziamo di rappresentare. E’ assolutamente necessario quindi che ci attrezziamo per un periodo terribile nel quale gli spazi per un agire politico di un partito comunista si restringeranno alquanto. Possiamo sperare di superare questa “marcia nel deserto” se ci attrezziamo con un asse strategico che ponga all’ordine del giorno la necessità di una alternativa, di una società Altra. Un concreto Progetto di transizione che ci dia una forte identità che non può venire né dalla nostalgia e dal richiamo a un passato di fallimenti né dalla pura resistenza al nuovo che avanza con la forza di un fiume in piena. Un progetto che si alimenta delle contraddizioni e della instabilità sociale che non potranno essere spente. Dal disordine, quindi, 
un progetto per un “ordine nuovo”.