Credo sia opportuno, in questo dibattito congressuale,
richiamare quanto Mineo scriveva nel 1975 sulla crisi di regime: Questo
tipo di crisi non si verifica nel vivo della lotta di classe: lo sfaldamento
del blocco borghese ha la sua genesi allinterno del blocco stesso. E
la crisi della formula politica, della mediazione che lo teneva unito,
che si manifesta nella totale incapacità dei gruppi dirigenti di
adeguare il quadro istituzionale alle mutate esigenze delleconomia e della
società, imponendo allintero schieramento borghese le riforme
necessarie per il mantenimento del suo dominio, cioè nuove istituzioni,
nuovi comportamenti, nuova disciplina.
La crisi di regime ha avuto la sua genesi, quindi,
nel fallimento della spinta riformatrice del centrosinistra negli anni
Sessanta e, nellincapacità/impossibilità di trovare una
soluzione, la Democrazia cristiana ha cronicizzato la crisi, coinvolgendo
le istituzioni, i partiti in un devastante processo di putrefazione. Il
pentapartito si è dissolto per lintervento della magistratura e
non perché un soggetto politico abbia saputo conquistare consenso
ed egemonia per una alternativa qualsiasi. Le forze del movimento operaio
(politiche e sindacali) si sono fatte coinvolgere non riuscendo a trovare
allinterno dello scontro fra i gruppi dominanti una posizione non subalterna.
E di fronte ai possenti processi di razionalizzazione e modernizzazione
capitalistici non hanno saputo difendere la propria base sociale che è
risultata frantumata e disintegrata.
Con lingresso nelleuro, questo scontro allinterno
delle classi dominanti, probabilmente, si avvicina al suo epilogo. La parte
più arretrata e parassitaria della borghesia, che viveva e prosperava
grazie alle politiche assistenzialistiche dello Stato, dovrà adeguarsi,
ridimensionarsi, mettersi da parte. La globalizzazione e le ferree regole
dellUnione Europea impongono un drastico ridimensionamento della presenza
statale nei processi economici, facendo, quindi, venir meno le fonti principali
di accumulazione di quella che mi piace chiamare borghesia berlusconian-mafiosa.
Il problema è che i contrasti di interesse sono così forti
che lo scontro politico sarà nei prossimi mesi molto aspro e non
possiamo prevedere alcun esito certo se non che, probabilmente, il Polo
delle libertà subirà una parziale o totale sconfitta, poiché
le classi sociali che rappresenta dovranno accettare un compromesso che,
però nella sostanza, li vedrà costretti ad accettare nuove
regole, nuove istituzioni, nuove gerarchie sociali. Chi rappresenterà
la borghesia avanzata (sic!) I Ds? lUlivo? Cossiga? Di Pietro? un nuovo
soggetto politico? Composizioni e scomposizioni di schieramenti e soggetti
tormenteranno ancora per un po il teatro della politica.
Rifondazione non poteva e non può restare neutrale
in questo scontro. Non poteva, per fare un esempio concreto, accettare
una riforma della giustizia che la subordinasse al potere politico. Lavere
consentito al governo Prodi di nascere e di agire per un paio di anni,
a mio parere, si inserisce in questo contesto. Il tema della svolta sta
tutto qua: riteniamo che la borghesia berlusconian-mafiosa vada battuta
e ci assumiamo la nostra quota di responsabilità, ma non si può
chiedere ai lavoratori di dare sempre sudore e sangue, altrimenti la rottura.
Lautonomia che pretendiamo di avere, non sta tutta nel mondo della politica,
ma nella garanzia di un futuro aperto per le classi oppresse. Ci piaccia
o no, nella fase attuale dobbiamo praticare questo gioco difficilissimo:
unità per battere la destra borghese e mafiosa, lautonomia per
non disarmare Rifondazione e la classe operaia di fronte alla borghesia
avanzata.
Non possiamo negare, però, che rischiamo di restare
schiacciati, come le classi sociali che ci sforziamo di rappresentare.
E assolutamente necessario quindi che ci attrezziamo per un periodo terribile
nel quale gli spazi per un agire politico di un partito comunista si restringeranno
alquanto. Possiamo sperare di superare questa marcia nel deserto se ci
attrezziamo con un asse strategico che ponga allordine del giorno la necessità
di una alternativa, di una società Altra. Un concreto Progetto di
transizione che ci dia una forte identità che non può venire
né dalla nostalgia e dal richiamo a un passato di fallimenti né
dalla pura resistenza al nuovo che avanza con la forza di un fiume in piena.
Un progetto che si alimenta delle contraddizioni e della instabilità
sociale che non potranno essere spente. Dal disordine, quindi,
un progetto per un ordine nuovo.