Michele Di Schiena (Magistrato)

Vorremmo capire se ci sono ed eventualmente quali sono le differenze qualitative tra la politica economica del centrodestra e quella del centrosinistra e della sinistra moderata; vorremmo comprendere perché la distinzione tra le politiche economiche dei due schieramenti sembra consumarsi tutta sul piano quantitativo alla stregua della maggiore o minore radicalità di scelte in ogni caso funzionali al sistema dei rapporti di produzione e di scambio fondato sulla centralità dell’impresa e del mercato. E poi, vorremmo che qualcuno ci spiegasse come mai la riduzione delle garanzie previste dallo Statuto dei lavoratori, la flessibilità del lavoro dipendente, le limitazioni al diritto di sciopero, una concertazione che rovesciando la logica “robinoodiana” toglie ai poveri per dare ai ricchi, la demonizzazione dell’intervento pubblico, come mai - dicevamo - tutto questo sta diventando postulato ideologico non solo delle destra ma anche del centrosinistra e di larga parte della sinistra. Ed ancora, vorremmo sapere che fine hanno fatto nella coscienza politica delle classi dirigenti le direttrici costituzionali in merito alla partecipazione dei lavoratori all’organizzazione non solo politica ma anche sociale ed economica del Paese (art. 3 Cost.), alla programmazione perché “l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali” (art. 41), alla “funzione sociale” della proprietà privata che andrebbe regolata per renderla “accessibile a tutti” (art. 42) ed anche in merito alla cooperazione ed alla cogestione delle imprese (artt. 45-46).
Ci sembrano poi un vero e proprio mistero gli elementi di politica economica (e quindi di un settore chiave sul piano programmatico) che distinguerebbero all’interno dello schieramento di centrosinistra Marini da Prodi, i Democratici di sinistra dai Popolari e gli ulivisti dai diessini. Si spiega allora la crisi della politica sulla quale si versano tante lacrime di coccodrillo e si spiega anche quel diffuso “antipartitismo” che non è sempre preconcetta ostilità verso i partiti “quali dovrebbero essere” ma è talvolta ripulsa dei partiti quando questi si presentano come contenitori vuoti di idee e di progetti e pieni di pulsioni di potere, tenuti in vita o costituiti ex-novo sotto lo sguardo benevolo del “pensiero unico”. E l’antidoto per rimuovere questo deprimente scenario dovrebbe essere un bipolarismo “forzato” da ottenere per mezzo di una legge elettorale che, assolutizzando il sistema maggioritario ed introducendo il doppio turno di collegio, finisca per eliminare quelle poche forze di critica e di dissenso che danno ancora qualche alimento dialettico ad una democrazia impoverita e malata? In attesa di por mano ad una opera di ingegneria costituzionale rivolta a verticalizzare il potere devitalizzando la democrazia partecipativa, il rimedio sarebbe dunque un intervento di tecnica elettorale a misura di chi comanda e rivolto a cancellare le voci veramente diverse?
Ci vuole ben altro: è necessario un riferimento di sostanza ai grandi valori costituzionali ed occorre lavorare per favorire il progressivo delinearsi di uno schieramento trasversale di alternativa, aperto a tutti coloro che non si riconoscono nel neo-liberismo (selvaggio o temperato che sia), che contestano questo capitalismo senza regole e senza frontiere e credono che esso debba essere superato da un sistema più giusto e più solidale. Un sistema che non si basi sullo sfruttamento di due terzi dell’umanità, che non lasci nell’indigenza quattro quinti della popolazione del pianeta, che non utilizzi la disoccupazione per indebolire le garanzie dei lavoratori facendoli cadere nella trappola del conflitto generazionale, che non accentui gli squilibri e le disuguaglianze e che non sia succube dell’imperialismo economico e militare americano. Se è vero che in sostituzione dell’arco costituzionale fondato sull’antifascismo si sta formando un arco costituzionale segnato dall’accettazione del mercato con l’esclusione dei dissenzienti, è altrettanto vero che la risposta deve essere trovata non solo e non tanto nel potenziale reattivo e nella capacità espansiva di un solo partito o di una sola cultura quanto anche e soprattutto nell’intelligenza di costituire, con umiltà e tenacia, un diverso “arco” delle forze critiche, comunque culturalmente motivate e dovunque politicamente collocate, capaci di esprimere al tempo stesso, guardando al futuro, una forte progettualità: e sembra che ci siano fermenti e movimenti che, come nel caso del “Forum” contro il liberismo, si muovono in questa direzione superando steccati ideologici e tentazioni egemoniche.
Ma dove andare? E’ forse temo di riproporre i grandi temi della giustizia e della uguaglianza perché non è possibile accontentarsi di un mondo dominato - come si legge nella esortazione apostolica “Ecclesia in America” - da “un sistema che, facendo riferimento ad una condizione economicista dell’uomo, considera il profitto e le leggi di mercato come parametri assoluti a scapito della dignità e del rispetto della persona e del popolo”. Ora, partendo proprio dai richiamati valori si dovrebbe provare ad abbozzare un progetto di alternativa sociale alla strategia neo-imperialista del “secolo americano”: un progetto che, includendo come irrinunciabili corollari la difesa dello stato sociale nonché le richieste della riduzione dell’orario di lavoro e della creazione di nuovi lavori in settori sociali non frequentati dal capitalismo, delinei i tratti di una economia mista dove accanto ad un polo pubblico e a un polo privato, democraticamente ridisegnati, ci sia, in posizione non marginale e sempre più rilevante, una nuova forma di titolarietà del potere economico; un terzo settore inteso in senso ampio, un vero e proprio “polo sociale” capace di valorizzare non solo le esperienze del volontariato e delle organizzazioni non-profit ma anche quelle della comproprietà e della cooperazione. Dovrebbe insomma prefigurarsi un’area vasta di prestazioni e di servizi articolata sia nel settore dell’attività gratuita di assistenza e di promozione sociale e sia nel settore del lavoro solidale in comunità-imprese autogestite; un’aerea sorretta dalle idee guida della cooperazione tra gli uomini e dell’autogoverno, in alternativa sia alla logica del profitto che domina il mercato e sia alla logica burocratica che insidia spesso le strutture pubbliche.
Sappiamo bene che un simile polo potrebbe correre il rischio, nella sua componente del volontariato, di fornire un alibi al disegno di esternizzare i servizi del welfare alleggerendo lo Stato dei doveri di solidarietà che gli sono propri e sarebbe esposto, nella componente del lavoro “comunitario”, al pericolo di essere risucchiato nel vortice del profitto ma il fatto è che le lotte di posizione e di difesa non pagano più e che bisogna avere il coraggio di volare alto per indicare scenari diversi da quelli esaltati dalla cultura politica dominante: è oggi possibile - come dice il prof. Revelli - immaginare percorsi di uscita dal dominio della forma merce, che significa uscita dall’assolutizzazione del lavoro salariato e dalle forme di eterodirezione verso forme di autogestione della propria esistenza e del proprio lavoro, percorsi di uscita dalla forma di mercato come unica forma di governo sui meccanismi dello scambio e delle relazioni tra gli uomini.