Roberto Demontis, Roberto Faure, Sandro Mezzadra, Agostino Petrillo, Emilio Quadrelli

Questo contributo al dibattito congressuale in corso nel Prc e redatto da un gruppo di compagni di Genova, alcuni iscritti al partito, altri no, uniti da un sodalizio politico che affonda le proprie radici nei movimenti della seconda metà degli anni ’70. A partire dal 1993 abbiamo lavorato essenzialmente sulla questione dei nuovi processi migratori, all’interno dell’Associazione Città Aperta. In occasione delle molte iniziative promosse dall’Associazione, il Prc è sempre stato un interlocutore fondamentale e molti sono stati i momenti di collaborazione e di attività comune. Nelle nuove condizioni determinate dall’uscita del Prc dalla maggioranza parlamentare, abbiamo pensato di rivolgere alla segreteria genovese del partito la proposta di lavorare insieme alla costruzione di un “forum per la cittadinanza”. Ritenendo che la proposta possa avere qualche interesse anche al di fuori dell’ambito locale, diamo conto sinteticamente in queste righe del documento con cui l’abbiamo articolata.
1. L’ipotesi politica che ha sostenuto la partecipazione del Prc alla maggioranza parlamentare dopo le elezioni del ’96 era ben lungi dall’assumere l’orizzonte del governo come orizzonte strategico. L’inedita collocazione istituzionale del Prc, almeno nella lettura proposta dalla segreteria nazionale, doveva semmai avere la funzione di garantire un effetto di amplificazione, e una parziale ricaduta sull’azione di governo, a un composito insieme di movimenti sociali. Il punto è, tuttavia, che proprio i movimenti sono stati i grandi assenti nello scenario politico sociale in cui si è svolta l’esperienza del governo Prodi. La vicenda della lotta per le 35 ore, sui cui il Prc ha investito gran parte delle proprie energie, ci sembra in questo esemplare. Non si tratta di imputare al Prc un’incapacità di propaganda e mobilitazione: si tratta di prendere atto della circostanza che rispetto al paesaggio sociale prodotto dalle trasformazioni di questi anni, e dunque rispetto alle condizioni di sviluppo dei movimenti del lavoro e della società, scontiamo tutti un deficit di conoscenza pratica e, vorremmo aggiungere, di immaginazione politica.
La ricerca e il dibattito all’interno del Prc devono secondo noi ripartire da questo dato. E se certo il nuovo scenario istituzionale pone problemi (di visibilità, in primo luogo) che siamo ben lungi dal sottovalutare, esso lancia anche al partito una sfida da cui dipende il suo intero futuro: un corpo politico ampio e articolato, come quello del Prc, deve saper resistere alla tentazione dell’arroccamento identitario, deve saper mettere in discussione le proprie certezze, deve predisporsi a rifondare nel quotidiano le ragioni e la vitalità di una forza politica comunista.
2. Gli ultimi anni sono stati caratterizzati dal prepotente riemergere di una questione sociale declinata, sia nel discorso pubblico sia nelle politiche concrete, in termini di esclusione. La stessa crescita della disoccupazione, dal momento che il lavoro continua a essere il criterio fondamentale di accesso ai diritti e ai servizi, rientra in questo scenario. Ma più in generale ci sembra che la frantumazione del lavoro, la tendenza crescente a sostituire forme di contrattazione individuale al contratto collettivo, la progressiva erosione, anche all’interno delle grandi fabbriche, di quella figura del lavoratore a tempo indeterminato su cui il movimento operaio aveva costruito la propria forza siano tutti aspetti di una crisi complessiva del modello che aveva consentito proprio al lavoro di essere matrice della cittadinanza, vettore di inclusione “democratica” e di integrazione sociale, per quanto conflittuale.
L’unico orizzonte generale di “medio periodo” al cui interno si può pensare di far convergere queste forme puntuali di organizzazione e conflitto può essere a nostro giudizio quello di un movimento che sappia riarticolare e innovare continuamente l’istituto della cittadinanza, in una fase storica in cui sempre più platealmente ne emerge la dimensione esclusiva, sia all’interno dei singoli paesi sia su scala internazionale. Un movimento in cui pratiche “di classe” e lotte per i diritti possano confrontarsi e “contaminarsi”, nella comune tensione alla reinvenzione di uno spazio pubblico condiviso.
3. Contro ogni tentazione neo-corporativa il Forum per la cittadinanza a cui pensiamo intende porsi come istanza di ripoliticizzazione della questione sociale, come il luogo in cui le diverse figure del “lavoro vivo” contemporaneo, con le loro esperienze di organizzazione e conflitto, si confrontano nella prospettiva di costruire e affermare politicamente nuovi diritti e nuove garanzie universali.
I centri sociali, il movimento degli “invisibili”, pezzi di sindacato, l’associazionismo sono i “naturali” interlocutori della nostra proposta, tra cui dovranno essere individuati i soggetti costituenti del forum. Al Prc genovese chiediamo di assumere la dimensione del forum come forma privilegiata attraverso cui ripensare la propria presenza sul territorio cittadino, senza per questo evidentemente rinunciare alla specificità della propria azione e delle proprie strutture di partito, che troveranno nei forum un momento essenziale di verifica e di rinnovamento. Quello che proponiamo, in ogni caso, non è la formazione di un’area di movimento e di opinione che possa costituire il “retroterra” del partito, ma l’avvio di un processo politico organizzativo originale e indipendente, al cui interno possa e debba essere continuamente verificata la necessità di un partito comunista all’altezza dei tempi.
Uno dei compiti fondamentali del forum - accanto alla continua promozione di attività culturali, di momenti di aggregazione e di campagne politiche - dovrebbe consistere nell’avvio di una grande inchiesta sul lavoro a Genova e in Liguria. Contemporaneamente si tratterà di predisporre, autonomamente o collaborando con strutture già esistenti. Strumenti efficaci di difesa giuridica dei soggetti non tutelati. E di promuovere in tutte le situazioni in cui sarà possibile farlo, vertenze e lotte sociali.