Elvio Dal Bosco (Comitato scientifico per il programma)

Il documento congressuale “alternativa di società” mi sembra nel complesso condivisibile, ma mi soddisfa solo in parte l’approccio ai tempi della globalizzazione dell’economia e delle politiche neoliberiste (punti 3 e 4 del Documento). Andrebbe, infatti, rovesciato il nesso fra questi due aspetti prospettato dai paladini del capitalismo, mezzi di comunicazione di massa in testa, secondo i quali è il processo di globalizzazione, presentato come una novità degli anni Novanta, che impone nei paesi capitalistici sviluppati le politiche neoliberiste volte a ridurre il costo del lavoro e smantellare lo stato sociale per far fronte all’accresciuta concorrenza dei paesi emergenti.
La globalizzazione è un fenomeno talmente nuovo che c’era già nel 1914, quando i due parametri usati per misurarlo, commercio internazionale e investimenti diretti all’estero, erano grosso modo al livello attuale: era allora leggermente minore la quota degli scambi commerciali rispetto alla produzione e risultavano notevolmente superiori in proporzione gli investimenti diretti all’estero, cioè la creazione o l’acquisto di imprese al di fuori dei confini nazionali. Successivamente, si era registrata una brusca caduta del grado di internazionalizzazione economica in conseguenza di due guerre mondiali e della grande crisi del 1929-1932; dal 1950 in poi commercio internazionale e investimenti diretti hanno ripreso a crescere a tassi molto più rapidi della produzione mondiale di beni e servizi.
Uno sviluppo enorme, anzi abnorme, hanno assunto invece nell’ultimo decennio le attività finanziarie a livello nazionale e internazionale; i movimenti erratici dei capitali a breve termine e le politiche neoliberiste di compressione dell’occupazione e dei salari, provocando crisi economiche e finanziarie in Asia, Russia e America latina e deflazione nell’Unione europea, hanno inferto una frenata al processo di globalizzazione. Detto in soldoni, è la crisi del fallimento neoliberista che si ripercuote sulla globalizzazione e non viceversa la crisi della globalizzazione che rende illusorie le politiche neoliberiste. Non è solo il noto finanziere George Soros a richiedere un intervento regolatore sul mercato dei capitali, ma anche altri operatori internazionali con argomentazioni del tipo “chi vuole la globalizzazione deve essere contrario ai movimenti speculativi e a favore di regole più severe; le attuali istituzioni finanziarie, in primo luogo, la Banca dei regolamenti internazionali di Basilea, devono diventare una vera autorità di vigilanza mondiale, poiché altrimenti scoppieranno nuove crisi e saranno molto più gravi”.
Mi sembra fuorviante la definizione di liberismo temperato usata per definire quello applicato dal governo di centrosinistra in Italia, quasi che fosse una variante meno aggressiva di un ipotetico neoliberismo puro. Si tratta al limite di sfumature della stessa strategia, ma trovo abbastanza difficile chiamare liberismo temperato i tentativi in atto in Italia di sostituire lo stato sociale di impronta universale con l’assistenza ai bisognosi, in auge fino all’inizio di questo secolo. Basti pensare, che perfino James Buchanan, premio Nobel per l’economia e politicamente un conservatore negli Stati Uniti, non esita ad affermare: “Ho sostenuto che una democrazia stabile può sopravvivere solo se i suoi programmi di benessere sono improntati a criteri di generalità e che, per contro, l’introduzione di esplicite discriminazioni, attraverso la verifica delle condizioni economiche e degli obiettivi, finisce per indebolire il sostegno dell’opinione pubblica all’intero processo politico”.
C’è un secondo punto su cui vorrei dire due parole: sul partito rilevo un impegno comune ai due documenti presentati al dibattito (paragrafi 7 nel primo documento e 4 nel secondo) per accrescere la vita democratica nei circoli, evitando ogni imposizione dal centro o da altre istanze superiori, in particolare nelle scelte dei candidati alle elezioni, come è avvenuto nel passato. Per un miglior funzionamento dei circoli, come istanza di base del partito, anche in fase di elaborazione dei tempi partendo dai bisogni presenti sul territorio, occorre investire il massimo possibile delle risorse nella formazione politica dei militanti. Nei corsi di formazione a cui ho partecipato in qualche regione ho notato un grande entusiasmo alla discussione da parte dei giovani; i compagni organizzatori mi hanno fatto presente che una buona formazione politica riduce anche l’ampia fluttuazione degli iscritti registrata finora.