Salvatore D'Albergo (Circolo universitario Federazione di Pisa)

L’occasione congressuale, per un partito che punta a restituire un ruolo determinante alle masse di lavoratori, disoccupati, emarginati nonché a tutti i cittadini democratici che si rifiutano di sottostare al dominio alienante del capitale, deve essere rivolta a concentrare l’analisi sulla realtà, per una elaborazione strategica che faccia uscire il paese dal pantano dei tatticismi in cui attualmente - presi dalle suggestioni della “governabilità” - tutti i gruppi politici si dibattono, contribuendo ad allargare il solco tra la società politica e la società civile. A tal fine, occorre che Rifondazione comunista si appropri, come intellettuale collettivo, di quella funzione teorica che aveva accompagnato la valorizzazione del partito di massa come soggetto portatore di un progetto di società, alla cui stregua misurare una tattica che non si perda nella rincorsa di alleati oggi apparenti e falsi, ma che sia parte coerente di una impostazione di lotta sociale e politica non solo declamatoriamente rivolta contro il capitale finanziario e industriale, e i gruppi di potere che ne sono al servizio nazionalmente e internazionalmente. 
Il ritorno in campo come intellettuale collettivo, comporta una rivalutazione del marxismo come riferimento unificante delle ragioni critiche dello sfruttamento organizzato contro la natura oltre che contro l’uomo, da quel sistema delle imprese cui va sottratta l’esclusiva del potere reale oggi dilagante nei rapporti sociali di produzione, con proposte che non possono limitarsi a ritagliare percentuali insufficienti e precarie di un prodotto nazionale lordo caratterizzato da un profitto crescente e incontrollato. Senza rivendicare la prospettiva d emancipazione verso una transizione socialista, l’azione politica quotidiana viene inesorabilmente risucchiata verso la ricerca di accordi di mera sopravvivenza di quello che l’avversario di classe chiama “ceto politico”, che impediscono di fare una politica di alleanze in funzione di un nuovo blocco storico anticapitalistico, e non garantiscono neppure una presenza “istituzionale” che comunque si è rivelata priva di valore reale per la parte di società rappresentata. 
In tale direzione, il ritorno alla teoria come forma pregiudiziale di un lavoro collettivo permanente, richiede nei comunisti una decisiva ricerca critica dei limiti storici presentati non solo dalle socialdemocrazie succubi dell’ideologia del capitale, ma anche del “sovietismo”, dovendosi nel rilanciare i valori del socialismo proporre nel contempo, sulla base di un esame autonomo delle cause di disfunzione del “capitalismo di stato”, forme di democratizzazione “sostanziale” che evitino il ripetersi di burocratismi, in nome di quella socializzazione del potere che una inedita democrazia di base può riuscire a costruire dando alle masse diseredate e ai militanti, nel partito e nel sindacato di classe, quella funzione dirigente che non può riservarsi solo agli apparati esecutivi. 
Solo rielaborando i due documenti che il centro del partito ha presentato alla discussione dei circoli risulta possibile superare la frenante giusta opposizione tra alleanze con il centrosinistra, e denuncia descrittiva del dominio del potere capitalistico senza indicazioni di prospettiva a medio e lungo termine.