Marco Consolo
(Comitato Politico Nazionale - del Dipartimento di politica internazionale)

"Nostra patria è il mondo intero, nostra legge è la libertà...". Attuali come non mai, le parole di una vecchia canzone del movimento operaio, ci ricordano elementi di riflessione necessari per tutto il partito e per i suoi nuovi gruppi dirigenti. Di fronte a questa fase della “globalizzazione capitalista” possiamo anche noi fare la politica dello struzzo, o, viceversa, assumere la contraddizione tra Centri e periferie dell’economia mondiale, come terreno di intervento del nostro partito. Riempire di contenuti la riflessione e la pratica di una nuovo internazionalismo all’altezza dellle sfide del prossimo secolo non è cosa semplice. Ma è questo il collo di bottiglia che abbiamo di fronte, noi, come la sinistra alternativa mondiale. La recente crisi asiatica, quella della Russia e del Brasile (tuttora in atto) sono la punta dell’iceberg di uno scontro tra giganti che non è certo solo finanziario. In altre parole, per battere il neo-liberismo temperato, occorre, anche sullo scenario internazionale, costruire alleanze progettuali, programmatiche, non ideologiche con le forze che si riconoscono nella battaglia anticapitalista. 
Il primo scenario è quello europeo, ormai terreno di politica interna. In Europa dobbiamo rafforzare l’articolazione tra i partiti ed i movimenti europei sui diversi temi all’ordine del giorno della mobilitazione sociale (disoccupazione e riduzione di orario, stato sociale, agricoltura, etc.) e della democratizzazione delle istituzioni europee sottoponendo a controllo lo strapotere della Banca Centrale.
 Il secondo terreno, ineludibile è il Mediterraneo. Nella nuova divisione internazionale del lavoro, esso si configura come un’area di libero scambio (entro il 2010 sulla base della Conferenza di Barcellona del 95) sul  modello NAFTA,  ASEAN etc., subalterna alle economie forti dell’Europa. Un’area senza diritti, dove la nuova schiavitù funzionale all’accumulazione del capitale ha i volti dei “naufraghi dello sviluppo capitalista”, degli immigrati, oltre che delle fasce di marginalità crescenti del nostro e degli altri paesi europei. E’ la fortezza blindata del benessere europeo che vuole gli  “accordi bilaterali per il controllo dei flussi migratori” così come quelli  capestro sul debito estero condotti dal Club di Parigi, il Club esclusivo dei ricchi paesi creditori. Un drenaggio di risorse che strangola le economie deboli sottoposte al salasso dei Piani di Aggiustamento strutturale imposti dal Fondo Monetario, Banca Mondiale e G7.
Il terzo terreno, ambizioso ma anch’esso  ineludibile, è la costruzione su scala globale di alleanze con le forze che, nelle periferie dell’economia mondiale, cercano sponde e terreni più avanzati di battaglia anticapitalistica ed antiimperialista. In questo senso, l’enorme attenzione internazionale sul laboratorio europeo e sul nostro partito ci carica di responsabilità nella costruzione di un soggetto europeo che sappia costruire battaglie comuni nei centri dell’accumulazione capitalistica, come nelle sue periferie. Le prossime elezioni europee saranno per noi terreno di prova della capacità di costruire iniziativa politica  verso le forze antagoniste a livello mondiale, superando i vecchi schemi di un internazionalismo fatto di rapporti diplomatici più o meno intensi.  La sinistra antagonista europea rappresentata dal GUE/SVN deve saper dialogare con le forze che non si riconoscono nell’orizzonte del neo-liberismo (temperato o selvaggio) dell’Internazionale socialista. 
Mi riferisco alle enormi questioni del debito estero dei paesi poveri (anche tenendo conto della scadenza del Giubileo), alla proposta di applicazione di una tassazione sui movimenti speculativi di capitale sulla scena mondiale (Tobin Tax o altro), alla battaglia contro l’Accordo Multinazionale sugli Investimenti (AMI), a quella contro il cosiddetto “partenariato transatlantico” tra le aree forti della UE e gli USA. L’Europa deve decidere nel 2000 le condizioni per  il rinnovo della Quarta Convenzione di Lomè che regola i rapporti commerciali preferenziali tra la  UE e ben 71 paesi dell’Africa, Caraibi e Pacifico. Un accordo contro cui si è scagliata l’Organizzazione Mondiale per il Commercio (OMC), oltre che gli USA e che, proprio in questi giorni, sta provocando la cosiddetta “guerra dei dazi”.
Se la speranza è rinata,  ora bisogna organizzarla.