Bruno Casati (Direzione nazionale - Segretario federazione di Milano)

La discussione oggi balza ben oltre gli obiettivi che, con questo Congresso ci si proponeva di avvicinare, che erano: il consolidamento del partito dopo lo sfregio della scissione e la ricomposizione dello scollamento, divenuto profondo tra questa società, così frammentata, e una politica ridotta a intrigo di palazzo e osmosi di formule, ribollente dentro la fissità del contenitore del mercato.
Si tratta ancora di ragionare su questo ma, nel contempo, si tratta di pensare con freddezza al “Partito che sarà”, lottando ed alleandoci già nel presente per contrastare quella legge, pre o post referendum, che sarebbe una iattura per i comunisti e la democrazia. E’ la nuova centralità di un Congresso sulla politica. Depotenziando nella lotta un ceto di governanti - e sono quanti concorrono, in conflitto mimato tra loro, a far parte del “governo guardiano di notte del mercato” - governanti che hanno stretto un patto tra loro contro dei governati che si ritraggono e, con mesta rassegnazione, assistono al salire o scendere da pullman o treni che esprimono il livello di degrado in cui oggi è scivolata la politica. E non appare l’altra politica. Questo è il punto. Pare di converso non importi a nessuno dentro il palazzo, che la produzione crolli, che la disoccupazione cresca, che si annuncino venti di recessione e le pensioni tornino nel mirino del governo. La sinistra dei “compromessi impossibili”, solo attratta dalla governabilità a tutti i costi, è indifferente, oggi come ieri, quando lasciò cadere nel vuoto le proposte di svolta che avanzammo e che, aggiornate, restano il cuore dell’opzione economico sociale del IV congresso. Hanno vinto perciò governismo e rassegnazione? Non è detto.
Qualche timido segnale in controtendenza ora appare, anche se siamo molto lontani dal sentir ripronunciare quella frase “meno male che c’è Rifondazione” che segnò le nostre fortune, almeno sino all’ottobre ’97. Qualcosa, da quell’autunno, si è incrinato per davvero, ma qualcuno comincia pur a dire “_ma allora l’anno scorso Rifondazione non aveva tutti i torti!”. E’ il timido segnale che sale dalle fabbriche, dagli uffici, si sente sui mezzi pubblici, nella manifestazione dei metalmeccanici, nella lotta degli elettrici. E’ certo ancora molto poco, ma lavoriamoci. Perché forse appare uno spiraglio per la ripartenza della nostra politica. Oppure sono solo ottimista.
Se questo è il contesto - in cui noi dobbiamo consolidarci per offrire, ai rassegnati la sponda ferma dell’altra politica, quella che coglie i bisogni - riterrei fortemente autolesivo un congresso che, invece, si attardi a discettare a collo torto sul dove abbiamo sbagliato. Noi abbiamo fatto una scelta coraggiosa, questa è la verità, ed ora dobbiamo guardare avanti.
E tra le tante cose che vanno affrontate in avanti, ne abbozzo due, il sindacato e il programma.
E’ il momento (se non ora quando) di investire senza titubanze sul sindacato, le rappresentanze, il lavoro. E’ per davvero assai grave l’isolamento istituzionale, progettato per soffocare la nostra voce, ma esso diverrebbe devastante se accompagnato dal non radicamento del partito nei movimenti, a partire da quello più importante, il movimento sindacale. Oggi non è più praticabile per noi il ruolo di centauro - metà partito - metà sindacato - in cui collocammo sino all’ultimo ottobre. Il ragionamento sul sindacato diventi, pertanto, la “priorità uno” della nostra iniziativa e la sinistra sindacale, a partire dalla Cgil, si affermi quale l’obbiettivo da lanciare dopo il referendum. Non vedo alternative. E’ solo la voce del movimento che può essere sostitutiva, su un altro terreno si intende, a quella che si vuole reprimere sulla tribuna istituzionale. 
Però, pur accerchiati dalle emergenze, è anche il momento di dare profondità strategica alla nostra politica. E’ il momento di indicare almeno i titoli di un programma, fondamentale o minimo del partito Comunista. Perché, vede, se dall’ottobre ’97 a quello ’98, noi non siamo stati del tutto capiti, ed è per davvero successo qualcosa all’interno del partito (limitato) e nei suoi rapporti con l’esterno (non limitato), cioè è anche dovuto al fatto che la nostra proposta di svolta non era contenuta organicamente in un progetto complessivo di alternativa, che non è delineabile solo sulle emergenze o solo nell’orizzonte dei grandi valori. Si è invece apparsi sullo stesso terreno dell’immediato praticato da quanti noi andavamo a criticare in replica. Era la critica giusta alla governabilità, ma dentro le coordinate del mercato. Ma qual è il profilo dell’alternativa e perché essa è meglio? Questo non è apparso. Ripartiamo allora dal limite ragionando sulle prospettive mentre ci difendiamo. 
Solo un esempio, sul quale tentare di saldare un’idea di programma, a quella di Sinistra sindacale e a quella di partito. Noi oggi sosteniamo e siano sovrastati dalla dimensione ambientalistica, investimenti su prodotti in cui il valore d’uso prevalga su quello di scambio (energia, trasporti, sanità, risanamento delle metropoli, a partire dagli “anelli di ruggine” delle periferie) e, in quei settori, dobbiamo puntare alla creazione di posti di lavoro con i suoi corollari (35 ore, salario, diritti, rappresentanze). Il che vuol dire che dobbiamo anche investire nella formazione raccordata a quei settori. 
Il che vuol dire che noi dobbiamo investire nella lotta per trattamenti di qualità per quei lavoratori, che potrebbero diventare i soggetti trainanti della trasformazione ma, trattandosi in larga misura di lavoratori dei servizi, vuol dire che dobbiamo investire politicamente sul movimento nei servizi. E quindi su una sinistra sindacale che decolli da lì. E su una scuola funzionale, in contenuti, alla prima linea della trasformazione. Ne discende anche un connotato di partito - la sua forma - che, dal progetto comunista del tempo, che era contiguo alla grande fabbrica fordista, sia capace di passare, oggi a un altro modello da inventare, sperimentare, costruire. E, pertanto un partito che, allo sviluppo di quei settori, se sono del futuro, sappia collegare il futuro del partito stesso. Collegarci quindi ai nuovi inclusi che fanno lotta di classe per saldarli ai nuovi esclusi, che lottano per sopravvivere, indicando ad entrambi lo stesso avversario e lo stesso progetto. Tutto qui, ma è un lavoro immane quello che ci aspetta.