| Luigi Bozzato
«Scene di ordinario razzismo ad Alessandria, città
governata dai leghisti». Così domenica 7/2 si apriva su Liberazione
un piccolo riquadro in prima pagina che, giustamente (ci mancherebbe!),
denunciava le angherie dellAmministrazione alessandrina nei confronti
dei cittadini extracomunitari. Una semplice notizia di cronaca? No, tuttaltro;
per noi comunisti del Prc un trafiletto che interroga inesorabilmente la
nostra identità, le scelte fatte, la cifra del partito che vogliamo
costruire, limpianto del congresso che ci apprestiamo a celebrare e il
modo con cui ci stiamo avvicinando alla scadenza referendaria. Esagero?
Certamente no. Credo, al contrario, sia venuto il momento di chiarire definitivamente
tra di noi e agli altri, come ci collochiamo nei confronti del fenomeno
migratorio, facendo anche un bilancio impietoso della nostra azione politica
in questa materia negli ultimi due anni e mezzo. Sono purtroppo convinto
che rispetto ai nostri fratelli e sorelle immigrati/e siamo stati in questi
anni a volte reticenti, spesso ecumenici, caritatevoli, ma mai coerentemente
internazionalisti, mai compagni di lotta, cioè non ci siamo mai
rapportati a loro come parte di ununica classe, la nostra classe, la classe
operaia. Mi spiego meglio: certamente abbiamo manifestato (sarebbe opportuno
farlo più spesso) per la difesa dei diritti del popolo migrante,
però labbiamo fatto senza combinare questi momenti con il concepimento
e lo sviluppo di un disegno di compresenza, di contaminazione reciproca
che avesse come sbocco quello di accomunare il proletariato internazionale
nelle lotte.
Siamo stati un partito che ha parlato anche di immigrazione senza mai assumere il fenomeno come parte essenziale del processo di rifondazione, senza lambizione di costruire uno strumento di lotta multiculturale e multietnico, unasse portante della ricomposizione del blocco sociale anticapitalistico; in conclusione non abbiamo mai individuato nellimmigrazione un aspetto centrale, un ingrediente imprescindibile per la costruzione di un partito comunista: linternazionalismo proletario. E quindi: la prospettiva dellabolizione dello stato di cose presenti, se veramente la si vuole perseguire, avanza dichiarando solidarietà a Cuba, al Chiapas, agli immigrati e votando contemporaneamente la legge razzista che recepisce gli altrettanto razzisti accordi di Schengen oppure avanza lottando contro i governi borghesi (Prodi compreso), contro Schengen e quindi lEuropa del grande capitale e dei monopoli, a fianco dei proletari cingalesi, pakistani, maghrebini, albanesi, etc., sollecitando la loro emancipazione come passaggio obbligato per pervenire allautoemancipazione complessiva delle classi subalterne? A questo proposito mi stupisce il documento di maggioranza che propone un paragrafo sullimmigrazione, che per certi aspetti potrebbe essere condivisibile, inficiato però in partenza, dal fatto che non tiene conto delle conseguenze provocate dal sostegno al governo di centrosinistra dopo il 21/4/96; prescinde disinvoltamente dalle abbondanti manganellate subite dagli ambulanti (a dir il vero un classico della polizia con Napolitano agli Interni: stessa sorte per minatori del Carbosulcis, donne di pulizia, Lsu, disoccupati), dalla sordina messa alla strage di Otranto nella vigilia di Pasqua di 2 anni fa e dalle conseguenze devastanti create dalla legge sullimmigrazione che si vorrebbe criticare dopo averla sostenuta e votata. Quando chiediamo il diritto di voto per gli immigrati, siamo certi, a tuttoggi, che questo si tradurrebbe in un sostegno al Prc come dovrebbe teoricamente avvenire in quanto partito della classe operaia e sfruttata che ha (?!) come compito il sovvertimento dellordine sociale costituito, oppure proprio in virtù delle considerazioni appena elencate, sciogliendoci in una pratica politica che nega le ragioni sociali della nostra esistenza, siamo percepiti molto debolmente come interlocutori di riferimento e quindi oggetto di delega poco convinta (il meno peggio) più che di partecipazione finalizzata alla costruzione collettiva di uno strumento di lotta? Lastensione a sinistra riscontrata alle ultime elezioni non incoraggia più di tanto. A questo proposito non credo sia di grande aiuto alla battaglia referendaria, e per tale motivo la accenno allinizio del mio contributo, la recente scelta presa a stragrande maggioranza della Dn di organizzare comitati per il No con la Lega Nord. Ai compagni che sostengono il documento di maggioranza, con spirito fraterno, chiedo: che senso ha scrivere «La negazione dei diritti fondamentali (...) a sua volta alimenta la propaganda razzista, demagogica e populista...» e poi individuare nella Lega Nord, protagonista della propaganda xenofoba e razzista che si vorrebbe stigmatizzare, un alleato strategico per una lotta democratica, un compagno di viaggio con cui salire sui palchi delle piazze e fare comizi, magari davanti ai fratelli senegalesi o alle sorelle nigeriane vittime privilegiate della violenza squadrista e classista della Lega? Temo che questa gravissima contraddizione, portatrice di altri inevitabili traumi nel corpo vivo del partito, sia la conseguenza derivata dalla passiva accettazione delle analisi riformiste che rendono sempre più impercettibili i confini di classe (per cui non cè muro invalicabile tra governo e opposizione rispetto a un governo socialdemocratico) e ci rendono incapaci di individuare nel proletariato, per quanto in via di ridefinizione e di assestamento, la sola soggettività in grado di pensare, delineare e praticare una diversa idea del mondo e della vita stessa. In tutto questo marasma in cui si faticano a riconoscere i compagni di lotta dai nemici (anche se a dire il vero penso che la situazione non sia mai stata così nitida) per evitare sbandamenti e pericolose oscillazioni, è forse il caso di ripartire dallesortazione finale con cui si conclude unopera di cui abbiamo da poco celebrato i 150 anni. O no? |