| Ugo Boghetta (Deputato, responsabile Trasporti)
Tempeste formidabili scuotono in questi mesi i Democratici
di Sinistra dellEmilia e Romagna. Tempeste che hanno una qualche rilevanza
per noi e per la discussione congressuale, se è vero che qui è
cominciato lo scioglimento del Pci, qui è gran parte del Ds reale,
qui è la culla del prodismo. E qui già si assiste in maniera
clamorosa al fallimento dello scioglimento del Pci. Esiste ancora il modello
emiliano? Sicuramente no. Molte gambe sono venute a mancare: il Pci, le
Coop sempre più dedite al mercato, gli artigiani spesso berlusconiani,
gli enti locali sempre primi nello sperimentare il nuovismo liberista (privatizzazioni,
parità scolastica), e ora sempre più obbligati a politiche
governative improntate a Maastricht. Tanto è però rimasto
se è vero che gran parte della popolazione, unica in Italia, preferisce
i servizi pubblici. Era tutto giusto quel modello? E possibile riproporre
il modello emiliano? Quel modello viveva sulla compressione politica del
ruolo dei lavoratori che delegavano partito e istituzioni. Oggi la classe
operaia stenta a ricoprire una centralità che non ha mai avuto,
a rispondere allattacco concentrico dellinvasione delle multinazionali
e della flessibilità. La cultura dordine di quel modello, mancando
oggi il Pci e disfacendosi i valori, rischia di saldarsi con il qualunquismo
dilagante. Il Modello non è riproponibile, ma è giusto difendere
i servizi esistenti, dando però un forte senso del cambiamento:
controllo popolare, lotta alla burocrazia, inserendo le nuove tematiche
sociali. Così abbiamo fatto nella campagna per il referendum contro
la privatizzazione delle farmacie. Quel referendum aveva però anche
il senso di colpire il Pds dove era più sensibile: il rapporto con
il suo elettorale popolare. Non tutti hanno veramente condiviso quellimpostazione.
Come affronta il partito questi cambiamenti? Male. Non si è mai
voluto impostare un lavoro serio di analisi, ricerca e proposta sul modello
emiliano ed i nostri compiti. Così balbettiamo proposte unitarie
tutte politiciste. Auspichiamo che la parte non ulivista dei Ds sia socialdemocratica.
E forse socialdemocratico privatizzare i servizi per darli alle Coop?
Sembriamo credere nello schema: noi siamo i comunisti, loro i socialisti,
insieme rifacciamo lEmilia Rossa. Se prevalesse questo politicismo, la
centralità della politica starebbe nei rapporti con i Ds, e gli
accordi elettorali da perseguire fino allo spasimo. Sembra la tesi cossuttiana
del costruire il partito dalle istituzioni. Si fatica a prendere iniziative
che possano mettere in pericolo questo schema. In questo modo il partito
rimane chiuso, senza un progetto. Al contrario occorrerebbe affrontare
la questione con una analisi di classe, individuare i soggetti per un blocco
storico dellalternativa, ricostruire lautonomia del movimento dei lavoratori,
distinguere nel blocco del ceto medio, indagare il lavoro atipico, dare
centralità alla questione ambientale, ai nuovi diritti. Il partito
deve aprirsi, essere capace di costruire i movimenti dellalternativa.
Solo con proposte e con un progetto adeguato alla profondità della
crisi dei Ds, solo con liniziativa sociale e politica costante e diffusa
si può condurre la lotta per legemonia. Per questo serve un programma
fondamentale del partito. Altrimenti la coppia unità autonomia
è vuota e sterile. Il partito dei circoli è lasciato
a se stesso: inerme. Il dato elettorale rimane determinato dal livello
nazionale, e il rapporto voti e militanti troppo alto, senza riuscire ad
intercettare quelle intelligenze e competenze che lo scioglimento del Pci
prima, e la crisi dei Ds poi hanno liberato. Fermenti nuovi tuttavia ci
sono nel partito dalle federazioni. Serve però un salto di qualità
complessivo: teorico e pratico. |